mercoledì 28 marzo 2018

A Matera la mostra 'La via della croce – Matera per L’Aquila'


di VERONICA MESTICE - E’ avvezzo dai tempi di Pasolini il Cristo in terra lucana. Un percorso quasi fatale a Matera, città cristologica che ha attratto registi da ogni dove e che accoglie oggi la mostra “La via della Croce – Matera per L’Aquila”, organizzata dal C. P. per il Club per l’UNESCO di Matera, in collaborazione con "Matera Convention Bureau", con l’Alto Patrocinio della Federazione Italiana Club e Centri per l’Unesco e della Commissione Nazionale Italiana per l'Unesco, e ospitata dal 23 marzo al 15 aprile nei locali dell’Ex Ospedale San Rocco.

Matera incontra L’Aquila e l’arte evoca l'intensità del perdono,  sulle orme di “un giovane Uomo che aveva compiuto il suo viaggio portandosi dietro tutte le innumerevoli colpe dell’Umanità”. E’ la via Crucis, il viaggio per antonomasia, realizzata in esclusiva dall’artista fiorentino Marco Rindori, a fare da fil rouge a tutta l’esposizione, con richiami al paesaggio brullo della Murgia e dei Sassi e con uno stile fortemente evocativo dello spirito religioso. Le didascalie sono del grande poeta francese Paul Claudel e sono tradotte in cinque lingue, oltre che essere riprodotte in braille per consentire ai non vedenti di “toccare per vedere”.

Tra pezzi d’epoca, un sepolcro in cartapesta (realizzato da Francesca Cascione con la collaborazione di Giuseppe Di Cuia, su ideazione del Maestro Franco Artese), diorami d’arte, opere contemporanee (di Elvio Marchionni, Alfredo Celli, Ennio Bettoni, Samuele Vanni, Lina Vinazzani, Liborio Prosperi) e sculture (di Gianni Cherillo, Pierfrancesco Mastroberti, Giorgio Butini, Giordano Pini, Jorio Vivarelli), tutte dedicate alla Via Crucis, si innesta un percorso che da religioso si fa etico, sociale e soprattutto funzionale a risollevare da Matera la Croce che dal giorno del sisma ha trafitto la città dell’Aquila. Due comunità accomunate da una storia di riscatto, rivali nella competizione europea di Capitali della Cultura e oggi “sorelle”, come testimoniato dal protocollo d’intesa sottoscritto dai due comuni: un patto d’azione per riproporre con forza una tensione morale di chi ha la responsabilità di governo e l’ammissione di costruire momenti di cultura e di gestione che possono rappresentare un modello per il Mezzogiorno e dal Mezzogiorno. Lo stesso Mezzogiorno unificato dalla cultura mediterranea di Federico II, il paladino della cristianità, che col suo stupor mundi, contaminò culture, innalzando cattedrali e castelli – come ricordato dal sindaco Raffaello De Ruggeri durante la cerimonia di inaugurazione.

Ad emergere è lo spirito di due comunità che non si sono arrese, ma che hanno sempre voluto esprimere la voglia di crescere insita nella vita dell’uomo, attrici della cultura operaia che è quella praticata e non contemplata. Non è solo un’operazione turistica, ma una vera e propria “esperienza cristica”, quella che si propone, attraverso l'arte.

Dalla città scavata in se stessa, costellata di rupi cristiche, graffiata della fatica degli uomini giusti, della miseria e del desiderio di rivalsa, si erge la croce cristiana amplificata dalla voce della questione culturale che è sempre più una questione politica, di adesione al destino della città. E’ questo un percorso rivoluzionario come la “Bolla del Perdono”, in straordinaria esposizione nell’ex carcere. Il Papa Celestino V conosciuto ai più come “colui che fece il gran rifiuto”, nel 1294 concesse l'indulgenza plenaria agli aquilani. Il perdono e la semplicità che oggi dall’Abruzzo, terra così intrisa di tempo e di silenzio, giungono a noi come messaggio.

“La semplicità che non è semplificazione ma è un valore di aderenza alla vita, è trasparenza tra parola e azione.” – ha recitato Simone Cristicchi nel suo monologo. Un monito ad essere semplici, a vivere di fatica, utopia e a godere della bellezza del perdono, perché solo il perdono riapre il futuro nella nostra piccolezza di essere umani.

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