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domenica 5 maggio 2019

Meditazione di Don Giuseppe Caiazzo per la Terza Domenica di Pasqua


MATERA - La vita dei pescatori non è facile. Non basta avere una barca e una rete per pescare. C’è bisogno di esperienza, di predisposizione alla fatica, alla delusione perché non sempre si fa una buona pesca. Bisogna vegliare, andare al largo e spesso sfidare le intemperie del mare rischiando anche la vita. Non basta saper nuotare: il moto ondoso a volte crea vortici che risucchiano ogni cosa negli abissi. I pescatori, una volta tirate le reti, con o senza pesce, continuano a lavorare per ripulirle da alghe o altro rimasto impigliato per rimetterle in ordine ed essere pronti a rigettarle per la notte successiva. Non si pesca di giorno in quanto i pesci sono più attratti verso il fondo del mare, mentre di notte salgono a galla attratti dalla luce della luna, delle stelle ma soprattutto dalla lampare degli stessi pescatori.

La figura dominante, di questa domenica, dopo quella di Tommaso di domenica scorsa, è proprio quella di Pietro, il primo degli apostoli che si ritrova ad essere il più demotivato, scoraggiato, tanto da scegliere di ritornare a fare esattamente quello che faceva prima che Gesù lo chiamasse: il pescatore.

Nonostante avesse avuto testimonianze della risurrezione e lui stesso avesse visto il sepolcro vuoto, non ancora convinto, non guida e non incoraggia i discepoli, come Gesù gli aveva chiesto. Si porta dentro una delusione grande. Si sente ferito, così come chi perde una persona cara, chi perde il lavoro. La fiducia riposta nel Maestro, quindi in Dio, è inutile. L’unica cosa che sa dire ai suoi amici è questa: «Io vado a pescare».

Ritorna esattamente nel posto di prima, dimenticandosi che proprio lì Gesù gli aveva detto che sarebbe stato pescatore di uomini. E in questo camminare a ritroso trascina anche gli altri: «Veniamo anche noi con te».

Una notte di duro lavoro: ormai non sono più abituati da qualche anno. «Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla». Hanno faticato inutilmente e mai hanno ottenuto un risultato così deludente. Tornare indietro, senza Gesù, è la vera fine di tutto. Passano da una delusione all’altra. È come se non fossero più capaci di fare niente. Sono fortemente demotivati e scoraggiati così come capita quando a una situazione di dolore si aggiunge un’altra e poi un’altra ancora.

Immagino i pescatori piegati sulle reti per riassettarle. Delusi continuano a fare le cose ma senza mordente: le fanno perché le devono fare. Sono venuti meno l’entusiasmo, la voglia di fare, la gioia dello stare insieme come avevano fatto chissà quante altre volte. Sono fortemente demotivati: sentimento la cui origine è da ricercare in quella notte nel Getsemani, nello sconcerto generale, tra fuggi fuggi e rinnegamenti vari. Improvvisamente la vita è stata sconvolta. Si ritroveranno insieme ma nel chiuso di una casa dove non avvertono la presenza di Gesù vivo e vittorioso. La gioia della risurrezione non ha contagiato ancora né Pietro né gli altri amici.

In questa triste atmosfera, ancora una volta Gesù risorto si avvicina e chiede: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». “Ma che domanda è questa?” – si saranno chiesti – “Come può essere il nostro stato d’animo se le reti sono vuote?” – Una risposta secca, senza alcuna possibilità di replica. Lo avvertono come un intruso, per cui gli rispondono: «No». Ma lo sconcerto aumenta nel momento in cui chiede loro, esperti pescatori, di fare qualcosa di assurdo, contro ogni logica: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». L’evangelista taglia corto e dice: La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Immagino che avranno improvvisamente alzato la testa e fissato lo sconosciuto con meraviglia, forse anche con rabbia. È la sensazione che si prova quando nei momenti difficili della vita, qualcuno si avvicina, ci mette la mano sulla spalla dicendo: non ti preoccupare! Frasi consolatorie che provocano senso di fastidio quando invece cerchi silenzio o semplicemente un abbraccio, una stretta di mano, vicinanza al tuo dolore.

La forza dell’amore che anima le sponde del lago di Tiberiade, per la presenza e le parole di Gesù, che ancora Pietro non riconosce, lo spinge a fare ciò che un pescatore non farebbe mai. Ubbidendo al Signore, pur non riconoscendolo, fanno una pesca come non era mai successo: le reti sono stracolme, stracolme di 153 grossi pesci, non si rompono. I pesci rappresentano tutte le specie che si conoscevano e le reti la Chiesa che riesce a contenere tutti i suoi figli senza spezzarsi (le porte degli inferi non prevarranno contro di essa, anche quando gli attacchi contro di essa saranno i più feroci).

Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Finalmente gli occhi di uno di loro, Giovanni, si aprono nel riconoscere in quell’uomo Gesù risorto! La reazione di Pietro mette in evidenza lo stato confusionale nel quale si trova. Un pescatore, prima di tuffarsi in acqua, non si mette addosso i vestiti. Pietro lo fa. Succede che di fronte ad eventi straordinari della vita rimaniamo talmente impressionati o confusi che per la gioia o il dolore reagiamo in maniera del tutto illogica.

L’ultima scena è di una tenerezza unica. Gesù, a questo punto, prende Pietro in disparte, lo fissa negli occhi, facendogli una triplice domanda. La risposta di Pietro è imbarazzante ma piena di verità. Non riesce a dire, all’inizio, la piena verità, ma alla terza domanda si arrende: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Ma qual è questa domanda? Gesù chiede: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?», la prima volta. «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?», la seconda volta. «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?», la terza volta.

Precisiamo subito la terminologia. I vangeli sono scritti in greco. Per dire “amore” si usano tre termini: eros (attrazione fisica), filia (bene tra amici), agape (amore vero e proprio).

La domanda che Gesù pone a Pietro è esattamente: Agapàs me pléon toùton, sia la prima che la seconda volta. La risposta di Pietro è molto imbarazzante in quanto non dice agape ma filia. Ha ragione. Si porta dentro quel triplice tradimento che lo ha segnato e non coglie che la domanda ripetuta per tre volte da Gesù ha lo scopo di guarirlo da quella ferita ancora sanguinante. Il Maestro sa benissimo che non è stato in grado di amarlo secondo l’agape, pur volendogli bene. La scena diventa ancora più bella nel momento in cui è Gesù che scende dalla pienezza dell’amore che prova per lui, al suo livello e gli chiede: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?» (fileis me) Pietro, a questo punto, si arrende completamente e risponde: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». È la sincerità di un uomo che pur avendo ricevuto tutto da Gesù, compresa l’investitura ad essere il primo dei discepoli con il compito di guidare la Chiesa, sa che nel suo cuore ancora non abita la pienezza dell’amore ma certamente un bene, seppur grande, che il Maestro conosce benissimo.

Questo è il momento decisivo della liberazione: Pietro non sarà mai in grado di amare Gesù allo stesso modo in cui è stato amato e viene amato. Questo significa che nessuno di noi potrà mai dire di amare il Signore abbastanza, anche quando, come S. Teresina di Lisieux, scopriamo che la nostra vocazione è l’amore! Nonostante tutto, Gesù ci cerca, si fida e ci affida la missione di essere, nella diversità ministeriale, pastori, guide, testimoni.

† Don Pino

domenica 28 aprile 2019

Omelia di mons. Antonio Giuseppe Caiazzo nella II Domenica di Pasqua 2019

MATERA - Cristo è risorto! E’ veramente risorto! Con queste parole ci siamo lasciati la Domenica di Pasqua, dopo quaranta giorni di quaresima durante i quali abbiamo contemplato la sofferenza e la morte nelle sue diverse sfaccettature. Con queste parole abbiamo iniziato questo nuovo percorso di Pasqua che durerà cinquanta giorni, fino a Pentecoste.

Da un tempo di contemplazione della sofferenza, della tristezza, dell’angoscia, della penitenza, dei tradimenti, della morte e del grido soffocato della morte, alla gioia immensa della vittoria della vita sulla morte. E’ la vittoria dell’amore più forte del sangue versato, più potente delle bombe che procurano stragi di uomini, donne e bambini innocenti in preghiera. E’ il profumo di Cristo risorto che sconfigge il fetore dell’odio religioso. Sono i giorni della gioia da condividere, da trasmettere per contatto e non con parole, con gesti concreti fino a far entrare la propria carne in quella dell’altro, come il sangue che dalle proprie vene entra in quelle di un fratello, di una sorella, di un giovane, di un bambino che non conosco: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Così dice Gesù a Tommaso.

A voi che fate parte della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue, convenuti qui da tutta Italia, nella nostra città di Matera, do il benvenuto salutandovi con le stesse parole di Gesù: “pace a voi!”

Tra le figure degli apostoli quella che mi affascina maggiormente è proprio quella di Tommaso: presentato erroneamente come il discepolo che non crede. Invece c’è la storia di ogni uomo, di ogni cristiano che vive la tensione verso l’uomo, verso Dio. Mi spiego.

Tommaso è l’unico discepolo che non è presente il primo giorno dopo il sabato, quindi la Domenica, giorno del Signore, quando Gesù appare ai discepoli, si mostra vivo e parla con loro. E’ l’unico che è stato capace di affrontare il mondo ostile fuori del cenacolo che avevano fatto chiudere nelle loro paure tutti gli altri apostoli. Probabilmente alla ricerca di risposte al dolore per la morte così tragica del proprio maestro. Tommaso non accetta di lasciarsi consumare da questo sentimento che chiude a qualsiasi speranza rimanendo nel buio della morte per chi ormai non c’è più. Tommaso ha bisogno di capire, di rielaborare ogni cosa senza piangersi addosso. E’ colui che non accetta di lasciarsi scacciare da una delusione così immensa. E’ troppo grande la ferita che ha dentro, così come d’altronde lo è per tutti gli altri discepoli. C’è una differenza: vuole allontanarsi da quel chiuso dove non si respira più vita ma solo tragicità, fatalità, crudeltà. Sente che ha bisogno di respirare e ritornare a gustare la bellezza della vita così come quando il maestro era accanto a tutti loro.

Tommaso quando rientra gli apostoli gli dicono: «Abbiamo visto il Signore!». Risponde con una frase che ci fa pensare seriamente: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Ha ragione a dire queste parole. In quello che dicono i suoi fratelli di fede e compagni di viaggio non avverte credibilità. Una Chiesa spenta che, nonostante annunci la Pasqua, la vittoria di Cristo sulla morte, vive chiusa e arroccata fra quelle quattro mura, incapace di testimoniare la gioia del Risorto. Tommaso contesta non la possibilità che Gesù possa essere risorto realmente ma che quella Chiesa riunita non è credibile perché immobile, rassegnata e ripiegata su se stessa. E’ una Chiesa formata da uomini, consacrati e non, che non trasmette vita, gioia, incapace di far circolare l’amore come una trasfusione di sangue che esce dalle proprie vene ed entra in quelle di un altro. Tra le loro parole e le loro azioni non trova coerenza. Tommaso non accetta questo tipo di Chiesa. Vuole toccare con mano entrando nelle ferite del Risorto. Quel Risorto che i suoi amici di fede non riescono a fargli né vedere, né toccare.

Tommaso esce di nuovo da quel Cenacolo, continuando la sua ricerca, ma non abbandona la Chiesa perché i componenti della stessa lo hanno deluso (Papa, Vescovi, Preti, Religiosi, Laici…). Otto giorni dopo lo troviamo di nuovo in quella Chiesa che lui contesta e lo delude fortemente. Tommaso ha capito più degli altri che non è scappando dalla Chiesa, per quante ragioni si possano avere, che si è credibili o veri. Otto giorni dopo, nel giorno della Pasqua settimanale, la Domenica, è con i fratelli di fede a condividere la preghiera. Lui ha bisogno di loro, nonostante tutto, e loro hanno bisogno di Tommaso. E’ esattamente in questo stato di preghiera che crea relazione, comunione, fraternità, che Gesù si manifesta come prima, annunciando la pace e portando la pace, lui che è la pace. Questa scena è bellissima. Gesù si rivolge a Tommaso non per rimproverarlo ma per esaudire un suo desiderio ben preciso. La Risurrezione non è un racconto ma un’esperienza vissuta in prima persona dove il contatto con Gesù vittorioso non è virtuale ma fisico. C’è un contatto che richiede coraggio nel liberarsi totalmente dalle proprie paure e lasciarsi conquistare da quelle ferite dalle quali il sangue è uscito copioso a favore dell’umanità. C’è un contatto che crea relazione d’amore perché dal proprio corpo esca la stessa vita donata gratuitamente a favore degli altri. Alla luce di queste considerazioni possiamo rileggere meglio quanto dice Gesù: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Credente e credibile è colui che fa passare la vita donata del Cristo attraverso la propria che diventa trasmissione del sacramento di salvezza.

Tommaso, infine, è l’unico apostolo che fa una solenne professione di fede: «Mio Signore e mio Dio!». Riconosce che Gesù è veramente il suo Signore, il suo Dio. Il suo unico scopo, ormai, è quello di vivere in lui, per lui e con lui. Non è forse questa la missione di ogni cristiano? E’ questa l’immagine vera di una Chiesa che non rimane arroccata su se stessa ma vive quotidianamente la tensione verso chi ha sete di vita, vuol respirare amore donato, desidera condividere il pane della fraternità, così come quello che spezzeremo fra poco: Cristo, cibo di vita eterna. Gesù, al termine di questo stupendo incontro che cambia per sempre la vita di Tommaso dice a tutti noi: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Non è un rimprovero di Gesù ma un invito ad aprirsi alla speranza: lui sarà con noi, per sempre. Di questo ne è certo chi con la vita saprà dire: “Signore mio e Dio mio”.

Anche a voi, carissimi della FIDAS, il Signore si è mostrato risorto come a Tommaso, invitandovi a mettere nelle sue piaghe le vostre mani. Da queste piaghe fuoriesce la vittoria della vita sulle potenze del male, la linfa vitale di quel sangue in continua circolazione riaprendo la speranza e la forza nella vita. A questa fede trasmessa per contatto e non con parole, come dice la prima lettura, “sempre più, però, venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne, tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti”.

Risurrezione passa attraverso il contatto personale che ognuno di noi ha con il Cristo facendosi compagni di viaggio di quanti ogni giorno hanno bisogno di ricevere vita dalle nostre vite. E’ un flusso d’amore che circola e abbraccia le membra doloranti di un’umanità bisognosa di sentire il calore umano, l’affetto, la condivisione, l’accoglienza, la fraternità che rompe le barriere e gli steccati, continuando a costruire ponti d’incontro tra le diverse culture, religioni, razze.

A noi è affidata la stessa missione che il Padre affidò al Figlio. E’ quanto Gesù dice agli apostoli: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».

Che il Signore possa servirsi di ognuno di noi! Il suo sangue versato per salvare l’umanità possa continuare a sgorgare copioso dalle nostre vene per dare vita a chi ha bisogno di riaccendere la speranza della Risurrezione.

Così sia.

† Don Pino

domenica 21 aprile 2019

Omelia di mons. Caiazzo nella veglia di Pasqua


MATERA - Carissimi, mi porto dentro un bellissimo ricordo della notte di Pasqua. Quando ero bambino, al suono delle campane che annunciavano la Risurrezione, la mia cara mamma svegliava noi figli per annunciarci che Gesù Cristo era risorto! Ma non bastava questo brusco risveglio: batteva due coperchi delle pentole tra loro, in armonia con le campane girando per tutta la casa!

Una teologia spicciola, casalinga, alla portata di tutti! Piccoli riti che hanno trasmesso a me, alle mie sorelle, alla mia generazione il senso della Risurrezione di Gesù. Eppure mamma aveva studiato fino alla quinta elementare e papà era analfabeta.

Benedette mamme che non avevano il tempo nemmeno per lamentarsi per le tante cose che ancora in casa non c’erano, incominciando dall’acqua corrente, dall’energia elettrica che spesso e volentieri mancava, per cui si ricorreva al lume a petrolio!

Si, benedette mamme, che impregnate del sacro, parlavano con la danza, il suono, il canto che diventavano armonia in tutti i momenti della giornata: senza sosta, sempre a lavorare ma con il sorriso della Pasqua impresso sui volti!

La teologia della Risurrezione di Cristo, come le donne di buon mattino al sepolcro, ce l’hanno saputa trasmettere nell’ordinario della quotidianità. Non era mai banale o formale l’augurio di Pasqua: era realmente annuncio di vittoria di Cristo sulla morte! Vittoria sulla tristezza, sul lamento, sulla depressione, sulle lacrime che, come pioggia caduta dal cielo, irrigano e fecondano la nostra esistenza.

Come le donne del vangelo che, alle prime luci dell’alba, si recarono al sepolcro, per le nostre mamme ogni mattina è stata sempre un’alba di risurrezione, anche nei momenti di dolore, di stanchezza, di malattia, di freddo o caldo. L’alba della risurrezione ci è stata raccontata e annunziata non con belle frasi ma con la vita capace di esprimere questo senso di vittoria su ogni forma di morte.

Nostalgia del passato? Forse, ma non penso. Sono sicuro che sono cambiate le modalità ma in quante famiglie cristiane anche oggi si celebra realmente la Pasqua del Signore!

Sono storie dei nostri giorni che si vivono nelle nostre case, sui posti di lavoro, in giro per il mondo. Storie di vittoria di Cristo sulla morte, sul dolore, sulla disperazione. Una forza straordinaria, che non viene dall’uomo ma da Dio, fa rotolare la naturale pietra tombale che la vita impone, scrivendo pagine di risurrezione riconosciute tali solo da chi, nell’impotenza le ha vissute accanto e ne ha fatto tesoro.

Penso alla storia della piccola Mary di Scanzano Jonico: l’amore di mamma e papà insieme all’intera famiglia ha contagiato chiunque si è recato in quella casa. La tomba del sepolcro nulla ha potuto contro la forza della vita vittoriosa in Cristo Gesù.

Come dimenticare la giovane mamma, Lucia, di Marconia, partita da questa terra verso gli spazi infiniti dell’eternità con quel sorriso smagliante che ha illuminato quanti le stavano vicini fino all’ultimo respiro! In una videochiamata, mi ha detto, svegliandosi come d’incanto dal torpore del sonno della morte: “non ho paura, sono pronta” e subito dopo ha chiuso gli occhi a questa vita per riaprirli per sempre a contemplare la luce eterna.

Uno dei primi ammalati che ho incontrato, venendo a Matera, è stato Vincenzo, ammalato di SLA. Giovane papà capace di parlare con gli occhi e di infondere coraggio. Quanta pace! Nonostante il dolore e il vuoto, ha lasciato una scia di profumo di vita che hanno saputo raccogliere quanti l’hanno conosciuto, soprattutto la moglie, i figli e familiari tutti.

L’elenco di storia di vittoria della vita sulla morte sarebbe lungo ma non posso dimenticare certamente il giovane Lazzaro di Metaponto dove la fede dei suoi genitori, nonostante il grande dolore e il vuoto che un figlio può lasciare, stanno trovando appoggio alla croce gloriosa di Cristo rendendoli testimoni di vita. O il giovane papà Francesco, di Matera, che, incontrando in modo nuovo il Signore nella sua malattia, ha saputo lasciare ai suoi giovanissimi figli e a sua moglie una grande testimonianza: è possibile affrontare la malattia e la morte abbandonandosi completamente tra le braccia misericordiose di Dio.

Giovani, uomini e donne pronti a seguire Cristo fino in fondo. Testimonianze scritte nel libro della vita consegnato a noi perché continuiamo a leggere e meditare come sia vera la storia di Cristo che oggi continua a vincere sulla morte.

La pietra sepolcrale, che sigilla per sempre nel buio senza uscita quella carne che ritorna alla terra, ancora una volta viene fatta rotolare dalla certezza che il Dio di Gesù Cristo distrugge la morte e ci apre alla speranza della Risurrezione.

Ciò che per tanti è la fine di tutto, per noi cristiani è l’inizio vero di ogni cosa. Il cattivo odore della morte lascia il posto al profumo di vita nuova che in Cristo noi riceviamo: in lui siamo più che vincitori!

Celebrare la Pasqua significa, allora, cogliere il passaggio di Dio oggi nella storia degli uomini per rianimarli dallo sconforto, dalla rassegnazione, dal pessimismo che spesso chiude alla speranza del cambiamento. Nessuno di noi potrà vivere l’autentico messaggio della Pasqua se non sente la certezza che Cristo oggi attraversa la sua vita.

Faccio mia una frase del compianto Mons. Antonio Riboldi, vescovo di Acerra, che diceva: “Voler cancellare le impronte di Dio tra noi – anche oggi – è cancellare l’alito di Vita di Dio in noi”.

Impronte che sono evidenti e sulle quali noi camminiamo uscendo dal buio della storia per tracciarne altre perché le nuove generazioni possano percorrerle e tracciarne ancora altre. È la storia della salvezza che ci fa sentire l’alito di Dio che ci possiede rimettendoci in piedi, per camminare, in una semina di vita, tra i solchi della terra tracciati con l’aratro della fede, il vomere della speranza, per arricchire la messe della carità. Immagine del passato capace di cogliere che anche oggi Gesù continua ad entrare nei loculi della vita per tirare fuori quanti hanno perso il gusto e la bellezza del vivere e tornano a respirare l’alito di Dio.

Quando perdiamo una persona cara, il vuoto che lascia è incolmabile. Lo diciamo e soprattutto lo sperimentiamo. L’amore ci porta, come le donne che si recano al sepolcro, nel luogo dove il corpo si trova per sfiorare con la mano e lo sguardo quella lapide sempre più fredda. Eppure compiamo un gesto importante: poniamo dei fiori, lasciamo accesa una lampada. Sono il segno della bellezza e del profumo del Paradiso, segno della luce eterna che splende per sempre.

Ma c’è un passaggio più importante nella celebrazione della Pasqua. Non è desiderando la morte o chiudendosi in un mondo di morte la condizione che favorisce la pace nella vita eterna. La vita va comunque vissuta ritrovando entusiasmo, voglia di esserne protagonisti. Non possiamo cercare tra i morti colui che è vivo. Sono esattamente le parole dei due uomini, presumibilmente angeli, alle donne doppiamente disperate: perché il loro maestro e Signore è stato ucciso e perché adesso non hanno un luogo e un corpo su cui piangere.

Noi non poniamo la nostra speranza in un luogo, per quanto sacro e importante possa essere, ma in quel Dio che si è fatto uomo e che ha infranto le rocce della morte, riempiendo di luce i volti segnati dal dolore, dall’angoscia. È la luce del Cristo risorto che ridà colore alla vita, sapore alla quotidianità, forza nelle tribolazioni, speranza nelle delusioni.

Questa nuova consapevolezza ridona energia alle donne che ritornano nel cenacolo per annunciare quanto hanno visto e sentito ma soprattutto quanto stanno vivendo: se prima piangevano di dolore, ora le lacrime hanno il sapore di una commozione piena di gioia.

È l’esperienza che vive Pietro che, nonostante sia molto perplesso da quanto le donne hanno raccontato, recandosi al sepolcro insieme a Giovanni e trovando solo i teli, prova stupore e il suo cuore si riempie di gioia. Sperimenta così l’armonia del compimento delle promesse, la melodia del canto della vittoria. Quanto Gesù ha loro insegnato ora si è compiuto. Lo comprendono solo alla luce di quanto hanno sentito, visto e toccato.

Non si parla del Risorto perché altri ne parlano. Solo chi l’ha realmente incontrato e sa raccontare con la propria vita quanto il Signore ha fatto per lui, potrà dire che la sua testimonianza è vera. Non a caso nell’Epistola S. Paolo, scrivendo ai Romani, ci ha detto: “Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù”.

In questa Santa notte abbiamo la gioia di celebrare i sacramenti dell’iniziazione cristiana (Battesimo, Cresima ed Eucaristia): questi sei Catecumeni si sono preparati nelle loro comunità parrocchiali attraverso un serio cammino e hanno alimentato sempre più il desiderio di diventare cristiani.

Carissimi catecumeni, fra poco sarete battezzati: entrerete a far parte di questa grande famiglia che è la Chiesa e diventerete figli di Dio, quindi nostri fratelli. Insieme a voi crediamo nel Cristo che ha distrutto la morte. Nel fonte battesimale, nuovo Mar Rosso, morirà il vostro peccato. Dall’acqua del Battesimo nascerete e risorgerete a vita nuova. Sarete unti di Spirito Santo con l’olio profumato del Crisma per essere nel mondo il profumo di Cristo.

Vi accosterete alla mensa eucaristica nutrendovi dell’unico pane, cibo di vita eterna, e bevendo all’unico calice, contenente il sangue di Cristo. Voi stessi sarete il Corpo di Cristo.

Cari giovani, siate testimoni del Risorto. Con voi ringraziamo il Signore che provvede a generare, per mezzo della Chiesa, nuovi figli. Per voi preghiamo perché siate capaci di mantenervi fedeli alle promesse fatte durante gli scrutini e i diversi passaggi.

Ci affidiamo al sostegno di Maria, Madre del dolore e della risurrezione, aprendoci sempre più a un’unica certezza: Dio è fedele sempre e non tradisce mai l’amore che prova ognuno di noi.

E allora con gioia e forza, questa notte diciamo: Cristo è Risorto! È davvero Risorto!

Amen.

domenica 24 marzo 2019

Quaresima: riflessioni dell'arcivescovo di Matera-Irsina mons.Caiazzo


MATERA - Anche questa domenica rimaniamo in alta quota. Dal Tabor della trasfigurazione di Gesù al monte del Sinai con il roveto ardente che brucia e non si consuma.

Come dimenticare la mia arrampicata lungo la dorsale del Sinai insieme ad un gruppo di pellegrini! Davvero molto faticosa ma, una volta in cima, che meraviglia!

Il sole stava per tramontare: celebrammo la messa su un altare di fortuna e, al momento della consacrazione, abbiamo risentito le parole che Dio disse a Mosè: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E così facemmo.

Mentre il sole ormai tramontava, sentivamo il calore di quel “Roveto” che ardeva nel nostro cuore. Ci avvolgeva il buio più denso, rischiarato dalle stelle che apparivano così vicine e luminose da avere la sensazione di poterle toccare. Mai visto uno scenario così bello e struggente.

La discesa, di notte, fu ardua, faticosa e rischiosa nonostante fossimo muniti di torce elettriche, ma la gioia era talmente grande che niente ci faceva paura. Quanto descritto nella prima lettura l’avevamo vissuto e, come Mosè, ci sentivamo inviati da Dio a scendere in mezzo al popolo per portare il suo annuncio di liberazione, di salvezza.

Scendemmo da 1500 mt a 1000 mt in pieno deserto, dove c’era il nostro albergo. La gioia era davvero tanta che nessuno voleva andare a letto nonostante l’ora tarda. Incontenibile era la voglia di rivivere e condividere quanto avevamo vissuto.

Anche in questa terza domenica di Quaresima salire e scendere comportano fatica, azioni ardue ma necessarie per arrivare a Dio: salire per stare con lui, riempirsi della sua Parola, della sua luce e calore e scendere a valle con una missione: «Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».

Dio non ha bisogno di uomini pii disincarnati dalla vita, dalla storia. Servono uomini di contemplazione ma pronti a tuffarsi, in quanto uomini, tra gli uomini bisognosi di essere sostenuti, illuminati, accompagnati, liberati dalla tante forme di schiavitù generate da interessi personali, da politiche di distinguo, da sentimenti di odio e di discriminazione.

Gesù nel Vangelo ci fa comprendere, attraverso questo meraviglioso insegnamento, che il Dio che lui è venuto a rivelarci non è quello che punisce. Che non ci sono gli eletti e gli infedeli, categorie culturali e religiose create da noi in base a particolari momenti storici e per convenienza. Gesù ricorda alcuni episodi drammatici della storia della salvezza: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Episodi che fanno ritornare ogni uomo con i piedi per terra: nessuno è migliore dell’altro. Dio è amore e non punisce nessuno. Le punizioni che notiamo non vengono da Lui: sono la logica conseguenza dei nostri errori, soprattutto quando ci ostiniamo a non riconoscerli. Diventiamo schiavi delle logiche del perbenismo religioso, del puritanesimo e del moralismo declamato, del giudizio ossessivo. Sono queste torri, progettate e costruite ad arte, che, come la storia insegna, un giorno rovineranno conseguentemente sugli uomini.

Dio, proprio perché è Amore, continua a donarci tempo. Tempo per ripensare la nostra vita, la nostra storia con gli altri. È questo il senso dello zappare e coltivare l’albero ancora per un anno. Si vedranno i frutti, si raccoglieranno e si gusteranno se, con pazienza e continuità, si andrà avanti: ciò che viene da Dio non può finire ma trova sempre terreno fertile nei cuori amanti della vita, dell’intera umanità, dell’ambiente. Capaci di soffrire, sacrificandosi per un bene più grande, con lo sguardo lungo, verso orizzonti senza confini.

† Don Pino

domenica 17 marzo 2019

Quaresima: riflessione dell'arcivescovo di Matera-Irsina mons.Caiazzo

MATERA - Mi ha sempre affascinato la montagna. Abituato a vivere in riva al mare e godere della freschezza delle acque cristalline, comunque sono stato sempre attratto dalle cime dei monti della Sila che nitidamente guadavo, soprattutto innevate. Ogni volta che ne ho avuto occasione, ho goduto del fascino della montagna: fascino vissuto sulle cime delle Alpi, delle Dolomiti, delle Montagne Rocciose nel Colorado, sul Gran Sasso. Questa è la montagna che ho particolarmente amato e dove spesso sono tornato sperimentando la sfida dell’altezza, attraversando sentieri impervi.

Ogni volta che si arriva in cima, nel godere del panorama circostante, si dimentica la fatica, e, nonostante il fiatone, si respira quell’aria salubre che rinfranca.

Gesù spesso si ritira sul monte a pregare. Sente il bisogno di stare da solo con il Padre. Sale verso di Lui lasciandosi avvolgere dallo Spirito Santo e vivere la circolarità dell’amore trinitario.

La sua missione senza la comunione con il Padre e lo Spirito Santo risulterebbe centrata solo sulla sua persona, sul culto di sè e non di quel Dio Amore che lui è venuto a mostrarci, rivelandocelo.

Missione che i discepoli, nonostante vivano accanto a Lui e ricevano i suoi insegnamenti, non colgono. Si vantano di essere seguaci del Maestro ma non leggono in lui la presenza divina che rimanda a contemplare il volto del Padre. Contemplazione che cresce solo se si alimenta con la preghiera, stando con lui e ascoltando la voce dello Spirito.

I discepoli non sono stati di aiuto alla missione di Gesù, soprattutto nell’ora del Getsemani, quando il sonno li colse nel momento in cui avrebbero dovuto offrire maggiore vicinanza a Gesù che li supplicava di pregare e vegliare con lui.

Non possiamo capire il senso del vangelo della seconda Domenica di Quaresima, la trasfigurazione di Gesù, se non alla luce di questo cammino di fede. Un cammino in salita che, illuminato dalla Parola che si ascolta, ha bisogno di aprirsi al trascendente, per immergersi nella sua pienezza e gustare, come Gesù, la gioia dell’Amore trinitario.

La luce che avvolge Gesù, così come è descritta dall’evangelista, manifesta l’impossibilità di alcuno di parlare il linguaggio di Dio e agire da Dio se non entra in quella stessa luce nella quale sono entrati Mosè ed Elia.

E’ Gesù che conduce la Chiesa, rappresentata da Pietro, Giacomo e Giovanni, all’intimità con Dio. Un pastore, che sia Papa, Vescovo o Presbitero, non sarà mai fedele alla sua missione per la quale è stato scelto, se innanzitutto non vive l’intimità trinitaria entrando quotidianamente nella circolarità di questo amore. Non basta organizzare eventi, feste, pellegrinaggi, tavole rotonde, nemmeno catechesi e liturgie ben curate. Non siamo chiamati ad essere delle ONG, ma ospedali da campo (direbbe Papa Francesco). Se manca l’intimità con il trascendente tutto diventa inutile, nonostante lo sforzo di cercare quotidianamente il Dio Amore. L’umano prende il posto del divino e, più che rendere culto a Dio, si celebra il culto del consacrato.

Un fedele laico, papà, mamma, figlio, nella diversità professionale e vocazionale, non servirà mai da cristiano quanto quotidianamente vive, se non è animato dal desiderio di rimanere nel silenzio e nella luce di Dio. Nella famiglia, nella scuola, nella politica, in ogni settore del mondo del lavoro, si diventa incisivi e veri costruttori del bene comune nella misura in cui si sperimenta ogni giorno l’incontro con il totalmente Altro: Dio.

Non lasciamoci prendere dalla frenesia del fare, ma troviamo il tempo per contemplare tuffandoci nel silenzio di Dio. La vera carità che si esprime nella gratuità della donazione, mettendo da parte se stesso, è quella che mostra sul proprio volto, il Volto del Padre, l’agire di Cristo che vive in noi, la potenza dello Spirito Santo che rinnova la faccia della terra.

Salire sul monte significa salire verso Dio per stare con Lui e rivestirsi di Lui.

Scendere a valle, nella quotidianità, significa agire e operare secondo la logica dell’Amore di Dio che è relazione, circolarità, fecondità.

†Don Pino

domenica 10 marzo 2019

Mons. Caiazzo: "Il linguaggio di Dio è uno solo: quello dell’amore"


MATERA - Siamo ormai nel periodo di Quaresima e mons. Antonio Giuseppe Caiazzo ci fa dono di una sua riflessione sul senso del Vangelo della prima Domenica di Quaresima.

1^ DOMENICA DI QUARESIMA 2019

Condivido con voi un ricordo di quando, giovanissimo, per la prima volta a Roma visitai il Colosseo. Ripensai a quanto avevo studiato a scuola e con l’immaginazione ricostruii uno scenario forse visto in qualche film. Mi passò davanti la lotta tra gladiatori: amici/nemici che dovevano combattere per sopravvivere, mentre il pubblico, numerosissimo, come oggi negli stadi di calcio, rumoreggiava e faceva il tifo godendo nel vedere scorrere il sangue o le fiere che si accanivano sui corpi indifesi.

Meditando la Parola di questa prima domenica di Quaresima mi è ritornata questa immagine: un’arena posta nel deserto, senza pubblico, dove al centro ci sono Gesù e il demonio. Quest’ultimo, scrutando la debolezza di Gesù, dopo quaranta giorni di digiuno, pensa di poter prevalere e annientarlo usando l’arma della Parola di Dio. Parola che viene strumentalizzata a suo piacimento. Gesù non si lascia incantare da un suono che ben conosce: risponde con la stessa Parola liberante che aiuta l’uomo a sentirsi vero, amato.

Una lotta nell’arena del deserto quaresimale dove il “gladiatore diavolo” usa tutti i trucchi (attingendo alle armi dell’insegnamento di Dio) per lottare contro Gesù che, nella fragilità fisica dovuta al digiuno, considera gladiatore pronto a cedere le armi. Ma sono le medesime armi della Parola rivelata che stroncano sul nascere le velleità di vittoria.

Il linguaggio di Dio è uno solo: quello dell’amore. E l’amore è fecondità, vita, vittoria sull’inganno, desiderio del bene e non del possesso dell’altro.

La lotta nell’arena della storia personale è segnata spesso dal desiderio di soddisfare la carne. Gesù, in quanto uomo provato fisicamente, ne ha tanto bisogno: ha fame realmente! Vive la debolezza di un’umanità che in tante parti del mondo sperimenta quella fame che morde le viscere, nel mentre c’è un’altra parte di umanità che sperpera e non è mai contenta.

C’è fame di verità, di giustizia, di uguaglianza, di amore vero. L’inganno si nasconde dietro la stessa Parola che si annuncia, non perché la Parola inganna, ma perché a volte ci si serve della Parola per scopi personali, usando l’innocenza, deturpando l’amore, innalzando barriere, imprigionando l’umanità debole e ferita da ingiustizie e soprusi.

In quest’arena, dove la debolezza dell’uomo c’è tutta, Gesù si trova davanti colui che è caduto dal cielo e che, pur conoscendo Dio, è senza Dio: è vuoto! Parla con il linguaggio di Dio ma non da Dio! Ecco l’inganno!

Il male non molla. Incalza Gesù, fa di tutto per catechizzarlo e convincerlo ad abbandonarsi ai desideri della carne: debole e bisognoso di alimenti vitali, rischia di volgere lo sguardo su se stesso, cercando la gloria personale, e di mettersi al posto di Dio.

Gesù, al contrario, è pieno di Dio e volge lo sguardo verso di Lui. E chi volge lo sguardo verso Dio è capace di volgerlo verso il suo simile, segnato dal limite, dalle ferite della sua fragilità. E’ capace di condividere e di lottare fino a morire, pur di dare realmente da mangiare e restituirgli il potere della vita, adorando la santità di Colui che si è fatto cibo di vita eterna in un pezzetto di pane e in un sorso di vino.

Il demonio è un insoddisfatto, un individualista, un egoista, capace di strumentalizzare la debolezza dell’altro, di usarlo. Lo lascia in una aridità spirituale che lo porta inesorabilmente alla morte non solo del corpo ma anche dell’anima. Perde definitivamente il gusto e la gioia della speranza nella vita eterna.

Gesù, Parola che si è fatta carne, volge e va volgere lo sguardo verso Dio. Lui è la Via, la Verità e la Vita. Lui è la Risurrezione, la vittoria sul male, sulla morte.

† Don Pino

domenica 13 gennaio 2019

Arcidiocesi di Matera-Irsina: intervento del segretario del Sinodo


MATERA - Carissimi do il mio Benvenuto a tutti:

al Popolo santo di Dio protagonista del Sinodo, Chiesa in cammino nelle varie comunità, associazioni e movimenti, e che insieme forma l’unica Chiesa di Matera – Irsina;

ai delegati al Sinodo, sacerdoti, religiosi e religiose e laici, che avremo la responsabilità di ascoltare, discernere, individuare vie nuove per l’annuncio del Vangelo in questo nostro tempo;

al Carissimo Padre Arcivescovo che ci ha convocati per condividere con lui la gioia e la responsabilità della guida della nostra Chiesa;

a S. E. Mons. Salvatore Ligorio, già nostro arcivescovo e ora Metropolita di Basilicata, che ci onora della sua presenza orante e che, dopo la Visita Pastorale durata ben quattro anni dal 2011 al 2015, stava maturando la decisione di proporre un Sinodo;

agli Ecc.mi Arcivescovi e Vescovi delle Chiese di Basilicata, S.E. Mons. Vincenzo Orofino, S.E. Mons. Francesco Sirufo, (S.E. Mons. Ciro Fanelli), S.E. Mons. Giovanni Intini, S.E. Mons. Michele Scandiffio, S.E. Mons. Agostino Superbo, S.E. Mons. Rocco Talucci, la Vostra presenza qui esprime visibilmente e testimonia la grande e sostanziale comunione tra Voi Vescovi e tra le Chiese di Basilicata;

al Pastore della Chiesa Battista in Matera, Dott. Luca Reina, con la comunità Battista è in atto da molto tempo un dialogo ecumenico nella preghiera e nell’amicizia;

alle Autorità Civili e Militari presenti con le quali la Chiesa è in dialogo e cammina insieme per realizzare il bene comune.

Un particolarissimo pensiero e ringraziamento va a papa Francesco, che al Convegno di Firenze del novembre 2015 ha incoraggiato le Chiese che sono in Italia a intraprendere un percorso sinodale, “permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità che avrete individuato in questo convegno” intravvedendo in questo stile di Chiesa sinodale l’urgenza di una conversione pastorale, perché la gioia del Vangelo raggiunga tutti e in modo particolare coloro che vivono le periferie esistenziali.

Un’occasione storica ci vede qui riuniti in questa Basilica – Cattedrale, Chiesa Madre della nostra Diocesi, l’apertura del Primo Sinodo della Chiesa di Matera – Irsina, da quando nel 1976 ha preso questa configurazione, Primo Sinodo dopo la celebrazione del Concilio Ecumenico Vaticano II.

È proprio dal Concilio e dal Convegno di Firenze che la nostra Chiesa ha preso a muoversi nel realizzare l’anno scorso il percorso sinodale studiando l’Evangelii gaudium e le quattro costituzioni conciliari Sacrosanctum Concilium, Dei Verbum, Lumen gentium e Gaudium et spes.

Ora dopo l’indizione del Sinodo avvenuta il 19 maggio 2018 e la preparazione e la consegna dell’Instrumentum laboris siamo pronti per metterci in ascolto di ciò che lo Spirito suggerirà alla nostra Chiesa, in ascolto della Parola fatta carne che è viva ed efficace e che continua a manifestarsi nella carne dei poveri e a parlare attraverso il sensus fidei del popolo di Dio.

Le diciotto sessioni del Sinodo toccheranno alcuni punti essenziali della vita della Chiesa e della vita delle persone destinatarie dell’annuncio evangelico.

Partiremo sicuramente dal riscoprire la freschezza e la novità perenne della persona di Gesù Cristo e del suo Vangelo.

Gesù, vino nuovo, ha bisogno di essere accolto in otri nuovi e sempre capaci di rinnovarsi al contatto con Lui, per assumerne i sentimenti.

Papa Francesco a Firenze ha suggerito che il cristiano deve avere i sentimenti di Cristo per realizzare il nuovo umanesimo:

Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente.

Una Chiesa che presenta questi tre tratti – umiltà, disinteresse, beatitudine – è una Chiesa che sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente. L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (Evangelii gaudium, 49).

Vorremmo che lo stile sinodale fatto di ascolto di tutti, di parresia, di franchezza, di valorizzazione dei doni presenti in ciascuno, che sperimenteremo nel Sinodo, diventi lo stile ordinario e feriale delle nostre comunità, attraverso un reale funzionamento degli organismi di partecipazione ecclesiale. Una Chiesa in uscita che sappia andare incontro alle persone, che non si chiude nelle sacrestie, nei riti, in un devozionismo rassicurante o nel “si è fatto sempre così”, nell’autoreferenzialità.

Il Sinodo ci chiederà di rivedere le strutture ecclesiali perché siano a servizio dell’evangelizzazione e non fini a sè stesse o per preservare un certo prestigio.

L’azione pastorale bisogna che abbia al centro Gesù Cristo e il fine per cui è venuto: salvare l’uomo, tutto l’uomo e tutti gli uomini. Bisogna allora che conosciamo e amiamo gli uomini e le donne di questo nostro tempo, con le loro risorse e fragilità, con il desiderio di felicità e di verità che li anima, evitando giudizi facili o pregiudizi che allontanano.

La Chiesa “madre e maestra” oggi deve essere più madre, più capace di accoglienza e di tenerezza, capace di offrire speranza e di suscitare domande prima di dare risposte preconfezionate che magari non trovano riscontro nel cuore delle persone.

Dovremo rivedere il modo di fare catechesi, le forme di primo annuncio, di predicazione; dobbiamo riscoprire l’ars celebrandi, in questo ci aiuterà anche la pubblicazione del nuovo Messale, perché le nostre liturgie siano più vibranti dell’azione dello Spirito ed esperienza del mistero e meno spettacolo.

Vorremmo che la Chiesa tutta e ogni suo membro diventi più missionaria, più aperta alle novità dello Spirito alle necessità dei fratelli in umnaità.

Il Sinodo dovrà aiutare la Chiesa a farsi carico degli ultimi, dei piccoli, dei poveri, delle famiglie in difficoltà, dei senza speranza…

“A tutta la Chiesa italiana raccomando ciò che ho indicato in quella Esortazione: l’inclusione sociale dei poveri, che hanno un posto privilegiato nel popolo di Dio, e la capacità di incontro e di dialogo per favorire l’amicizia sociale nel vostro Paese, cercando il bene comune.

L’opzione per i poveri è «forma speciale di primato nell’esercizio della carità cristiana, testimoniata da tutta la Tradizione della Chiesa» (Giovanni Paolo II, Enc. Sollicitudo rei socialis, 42). Questa opzione «è implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci mediante la sua povertà» (Benedetto XVI, Discorso alla Sessione inaugurale della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi). I poveri conoscono bene i sentimenti di Cristo Gesù perché per esperienza conoscono il Cristo sofferente. «Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche a essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro»” (Evangelii gaudium, 198).

Non è un caso ma una scelta voluta che il Sinodo cadesse proprio nell’anno in cui Matera è capitale europea della cultura. Al grande impegno che come Chiesa stiamo mettendo per dare un contributo significativo di eventi e di progettualità bisogna che cresca in ogni cristiano e in tutte le comunità la consapevolezza che la cultura non è appannaggio di poche élite, ma che è patrimonio comune e che la Chiesa tanto ha fatto e continua a fare perché la fede generi cultura.

Sempre papa Francesco a Firenze:

Vi raccomando anche, in maniera speciale, la capacità di dialogo e di incontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria “fetta” della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti. Discutere insieme, oserei dire arrabbiarsi insieme, pensare alle soluzioni migliori per tutti. Molte volte l’incontro si trova coinvolto nel conflitto. Nel dialogo si dà il conflitto: è logico e prevedibile che sia così. E non dobbiamo temerlo né ignorarlo ma accettarlo. «Accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo» (Evangelii gaudium, 227).

Ma dobbiamo sempre ricordare che non esiste umanesimo autentico che non contempli l’amore come vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica o intellettuale. Su questo si fonda la necessità del dialogo e dell’incontro per costruire insieme con gli altri la società civile. …

La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media... La Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità. Del resto, le nostre stesse formulazioni di fede sono frutto di un dialogo e di un incontro tra culture, comunità e istanze differenti. Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia.

Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà.

(Un grande esempio ci viene da tutto il lavoro che la Fondazione Matera – Basilicata ha messo in atto da tempo per questo anno 2019).

Il Sinodo con coraggio e senza timori dovrà affrontare temi spinosi e difficili: “Una Chiesa che ha al centro il Signore, dove si impara ad amarsi gli uni gli altri, dove la preghiera e la lettura della Bibbia sono centrali, dove si incoraggi e valorizzi la condivisione delle storie di fede. Una Chiesa che non abbia paura di affrontare questioni spinose e temi difficili; una Chiesa attiva e impegnata, accogliente e comunicativa, attrezzata per affrontare le sfide del mondo con i suoi linguaggi, le sue tecnologie, i suoi problemi. Una Chiesa gioiosa e pellegrina, che entra nei condomini, nelle carceri, negli ospedali, nelle attività culturali e sociali con maggior entusiasmo, a partire da questo anno tutto particolare, il 2019, che abbiamo la grazia di vivere”.

Quello che ho delineato è solo un piccolo saggio del lavoro che ci attende tutti.

Sì, sappiamolo, il Sinodo è di tutta la Chiesa, dell’intero popolo di Dio: attraverso le proposte formulate dai Consigli pastorali in seguito alla lettura dell’Instrumentum laboris, la preghiera per il Sinodo che ogni giorno si eleverà da parte dei singoli e delle comunità, l’offerta di sacrifici e sofferenze da parte dei nostri anziani e malati, attraverso quanto verrà riportato puntualmente dai delegati delle parrocchie alle comunità… tutti siamo protagonisti del Sinodo.

Un compito tutto speciale, però, è riservato ai delegati al Sinodo.

Tra un po’, dopo la prolusione dell’Arcivescovo, saremo chiamati per nome, per fare la nostra professione di fede, come è uso prima di assumere ogni incarico ecclesiale, faremo un giuramento di fedeltà al Magistero della Chiesa e alla responsabilità che assumiamo dietro la nomina che l’Arcivescovo ha approntato per ciascuno, firmeremo il verbale di apertura del Sinodo.

Preghiamo per i delegati e in modo particolare per la segreteria del Sinodo che ha il compito di coordinare, di raccogliere materiali, di approntare in seguito il documento finale.

Lo Spirito Santo illumini il nostro Padre e Pastore perché possa guidare con saggezza e prudenza la Chiesa di Matera – Irsina, doni a Lui un cuore che ascolta e la fermezza nell’assumere decisioni per il bene del popolo di Dio e della missione della Chiesa in questo tempo di grazia che il Signore ci concede di vivere.

Buon Sinodo a tutti.

martedì 8 gennaio 2019

Successo per il presepe lucano al Palazzo del Quirinale


ROMA - La “Casa degli Italiani”, il Quirinale, ha ospitato fino a sabato scorso il presepe monumentale della Basilicata, allestito nella Sala D’Ercole del Palazzo di residenza del Capo dello Stato dal maestro presepista Franco Artese e reso possibile e organizzato dall’Agenzia di Promozione Territoriale della Basilicata.

L’opera di quest’anno ha misurato un’area di quaranta metri quadri per un’altezza di circa sei metri, realizzata in polistirene, pietra, legno e ferro, con circa centoventi personaggi in terracotta. Ogni anno l’opera presepiale si rinnova con l’inserimento di una scena che trae occasione dal luogo che la ospita.

Quest’anno la particolare collocazione ha suggerito la creazione di una scena avulsa dal contesto abituale ma piuttosto simbolica di un fondamentale e costantemente auspicato legame tra la comunità lucana e lo Stato, proponendo il ricordo di un importante evento per la Basilicata, la visita del Presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli, fatta su sollecitazione dell’amico Giustino Fortunato e di altri parlamentari lucani, nel settembre del 1902. Da quella esplorazione maturò la Legge speciale per la Basilicata, emanata di lì a poco. Il frammento di storia che il presepe racconta è quello in cui Zanardelli accarezza con tenera comprensione una bambina che gli dona un piccolo mazzo di fiori, mentre intorno assistono partecipi la madre e altre donne. Una immagine, questa, poco nota, ma che evidenzia tutta l’attenzione che il Presidente del Consiglio riservò, in particolare, alle donne della «tanto diletta terra Lucana», di cui elogiò “la prestanza”, la forza e il coraggio.

«La disponibilità del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – commenta il Direttore Generale dell’APT Mariano Schiavone- ha reso possibile questo ambito traguardo; la Basilicata e il suo presepe si collocano quest’anno in un contesto di inestimabile valore storico, culturale e artistico, coniugando insieme la forza di un gesto altamente simbolico. L’avvenimento si presenta di forte impatto, perché preannuncia, nel modo migliore, il grande evento di Matera Capitale europea della Cultura 2019, grazie al quale la nostra Regione vivrà un’esperienza irripetibile di centralità e protagonismo. La nascita di Gesù, collocata nel cuore dei Sassi di Matera Patrimonio dell’Umanità, aumenta a dismisura l’incanto di un paesaggio unico al mondo. La storia rievoca tradizioni e simboli universali di fede e convivenza tra i popoli; allo stesso tempo, la “piazza” offre l’armonia del vivere senza barriere, dinamica e aperta. Come nello spirito di Matera 2019. La Basilicata intera si riconosce nel presepe, nei volti e nei gesti delle donne, degli uomini e dei bambini che animano la platea davanti alla grotta della Natività».

L’allestimento al Quirinale del presepe lucano ha ottenuto importante attenzione da parte dei media nazionali: fra le agenzie stampa, Adnkronos, ASKANEWS con video del presepe, Vaticanews e Sir, agenzia della Conferenza Episcopale Italiana. Fra i quotidiani, ne hanno parlato Libero, messaggero.it, Il Corriere di Roma e corriere.it, Affari Italiani, Corriere dell’Umbria, Corriere di Siena, Corriere di Rieti. Nel settore specializzato vaticano, se ne sono occupati Radiovaticana, Osservatore Romano, ACIStampa, Aleteia. Ricca infine l’esposizione televisiva: Rai1 con il Tg1, Tg1 Dialogo, Rai2 con Tg2, Mizar, Tgr Lazio, Skytg24,Tgcom24, Tv2000 con Bel Tempo Si Spera e Tg2000. Infine la partecipazione del Maestro Artese nella trasmissione A Sua Immagine su Rai1 dedicata all’Epifania.

Approfondimenti e link ai servizi TV su www.basilicataturistica.it.

domenica 6 gennaio 2019

Melfi: donati i giocattoli "sospesi"


MELFI (PZ) - Nella giornata di oggi, festa dell'Epifania, sarà effettuata la distribuzione dei giocattoli "sospesi", donati per i bambini figli di famiglie meno abbienti. L'iniziativa è stata promossa dalla Caritas di Melfi che ha effettuato la raccolta dei doni per i bambini. Il vescovo Ciro Fanelli, promuovendo l'iniziativa ha fatto presente come vi è "l'urgenza di riportare autenticità nelle relazioni, calore nella fraternità, gioia nella comunione e gratuità nella riconciliazione".

martedì 1 gennaio 2019

Marcia nazionale della Pace: a Matera omelia di mons.Caiazzo

Carissimi confratelli nell’episcopato, confratelli nel sacerdozio, Diaconi, religiosi e religiose, popolo santo di Dio proveniente da diverse parti d’Italia e convenuti nella nostra città di Matera, carissimi telespettatori: Pace a voi!

Pace al mondo della politica. Come si fa a parlare di pace agli altri se poi si è in guerra continua proprio in quegli ambienti che dovrebbero garantire il convivere quotidiano? Quante volte ci capita di vedere e sentire nelle diverse sedi istituzionali (nazionali, europee, del mondo intero) insulti, litigi, violenza fisica e verbale? Si sente l’urgenza e il bisogno di seminare Pace. Viviamo un tempo di particolare confusione. Con molta facilità si vende fumo per consensi personali, promuovendo nuove forme di ideologie che seminano paura, fratture, contrapposizioni, discredito con linguaggi che tendono a infangare l'altro perchè visto come avversario da combattere e annientare. A scapito di chi? Riprendendo il messaggio di Papa Francesco per questa giornata: "La buona politica è al servizio della pace", credo che siamo tutti concordi che si avverte il bisogno di un rinnovamento che metta al centro dei diversi schieramenti un umanesimo che significa rispetto, dialogo sincero e positivo.

Una politica litigiosa diventa sterile e non serve l'uomo. Gli slogan, le promesse, le incensazioni del proprio operato passato, presente o quanto si pensa di fare per il futuro, non aiutano a creare un clima distensivo per lavorare realmente per il bene comune. Dice Papa Francesco: "La responsabilità politica appartiene ad ogni cittadino, e in particolare a chi ha ricevuto il mandato di proteggere e governare…Questa missione consiste nel salvaguardare il diritto e nell'incoraggiare il dialogo tra gli attori della società, tra le generazioni e tra le culture. Non c'è pace senza fiducia reciproca. E la fiducia ha come condizione il rispetto della parola data. L'impegno politico, che è una delle più alte espressioni della carità, porta la preoccupazione per il futuro della vita e del pianeta, dei più giovani e dei più piccoli, nella loro sete di compimento". Queste parole del Santo Padre sono un invito a quella responsabilità che coinvolga tutti in un impegno che significa: costruire pazientemente sulle macerie che gli altri procurano.

Ritengo che ogni cittadino debba sentire il bisogno di sentirsi protagonista partecipando attivamente e positivamente alla vita pubblica senza delegare. Non si possono, ad esempio, accettare vandalismo e distruzione per rivendicare diritti che sono sacrosanti ma che vengono macchiati e sporcati spesso anche con il sangue.

Pace ai paesi in guerra. Papa Francesco già da tempo denuncia con forza che nel mondo è in atto una terza guerra mondiale a spezzatino. Sono tanti, tantissimi i focolai di guerra che quotidianamente infrangono la convivenza civile, il rispetto della diversità, il diritto a professare liberamente la propria fede, il diritto ad avere il giusto per soddisfare i bisogni e le necessità di tutti e non di alcuni. In questo clima, direbbe S. Giovanni Paolo II, c'è un Occidente del mondo che schiaccia quello del Sud. "I poveri, ci ricorda Gesù, li avrete sempre con voi". Ma oggi più di ieri, fanno paura, non li vuole nessuno. Sono sempre più scarto. I ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Un'umanità che calpesta ogni forma di diritto e che risponde alle ingiustizie subite con fame e sete di sangue è bestiale. E' in atto un silenzio assordante. Ci sono tante aeree nel mondo che sono completamente dimenticate. La concentrazione è solo su alcuni focolai accesi e alimentati, a volte, anche da una informazione superficiale. E intanto lontano, dove non ci sono telecamere che riprendono, si muore di fame, ci sono i soldati bambini, gli scudi umani, le violenze di massa, le ragazze al servizio del sesso, le teste decapitate che fanno spettacolo, gli sfruttati nelle miniere dove spesso trovano la morte, i tanti cristiani quotidianamente uccisi, solo perchè cristiani, ... .

Matera è una delle città più antiche del mondo (8.000 anni). Una città che ha avuto la forza di rialzarsi sempre, di reagire con forza e decisione a forme di devastazioni, di ingiustizie, di vergogna. Rialzata nello stile di vita, dei rapporti umani, in quei valori nei quali ha sempre creduto, capace di versare il sangue, attraverso i suoi figli, per liberare la città dall'oppressione e dare un segno di riscatto positivo a tutto il Sud e dell'Italia intera. Una città che si è posta all'attenzione internazionale come Patrimonio dell'Umanità per ciò che ha saputo realizzare e conservare. Una comunità che ha vinto una grande sfida nell'essere stata proclamata Città Europea della Cultura 2019.

Da Matera, come è sempre successo in questi millenni, camminando in mezzo ai Sassi, parte un forte annuncio per l'umanità intera: il desiderio di Pace per tutti. Pace con se stessi, con gli altri, con i popoli bisognosi di essere supportati a risalire la china della

legalità e della convivenza umana. Pace con i popoli, costruendo ponti di solidarietà e abbattendo i muri della divisione e dello scandalo, spalancando i porti del cuore per dilatare gli spazi dell'amore.

Matera, città "Madre", capace di accogliere i figli, non solo turisti che portano sicuramente benessere economico, ma anche e soprattutto umanità bisognosa di essere sostenuta, incoraggiata, condivisa nei suoi drammi e che leva il suo grido di abbandono, di sofferenza e di ingiustizia. "Madre" di tutti i popoli: nella loro diversità, vera ricchezza.

Matera, città "Madre", che invita a fare "Pace" con la casa comune, la terra, che ha bisogno di essere amata, rispettata, bonificata e non sfruttata. Fare la "Pace" con la terra perchè ognuno riceva il giusto e il necessario e sperimentare che noi e la terra siamo una cosa sola, nell'inizio di vita, voluta e creata: prima la terra, da essa la carne.

Matera, città "Madre", che dialoga, si confronta, fa cultura aprendo i suoi scrigni pieni di uomini colti, di pensiero attuale, di proposte di vita.

Da Matera, dal Sud dell’Italia, spesso mortificato a causa della malavita organizzata, parte un forte annuncio: vogliamo costruire la Pace, seminandola, coltivandola, godendola in uno scambio di relazioni umane, scrollandoci di dosso il pessimismo, il vittimismo e il piangersi addosso, che abbia come unico obiettivo: il bene comune.

E allora facciamo nostre le parole di Gesù: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a voi”.

sabato 22 dicembre 2018

Chiesa: a Matera 'I Cammini - Il musical Sì alla vita'


MATERA - Con il musical “Sì alla vita” di Don Michele Larocca prosegue venerdì 28 dicembre alle 19,30 a Matera nella chiesa Maria Santissima Annunziata di Piccianello il Progetto “I Cammini – Tracce di religiosità nelle diocesi della Basilicata”, coprodotto dall’Arcidiocesi di Matera-Irsina, dall’Associazione Parco Culturale Ecclesiale “Terre di Luce” e dalla Fondazione Matera-Basilicata 2019, patrocinato dal Pontifico Consiglio della Cultura e dall’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana. Il musical “Sì alla vita” rientra nel Cammino dell'Avvento e del Natale.

Il musical “Sì alla vita” nasce dall’idea di voler essere testimoni autentici del messaggio di Dio, attraverso il canto e la musica, passioni ormai collaudate da tutti gli uomini di tutti i tempi.

Il pubblico ripercorrerà così insieme i personaggi principali che nel Vangelo hanno fatto la storia della vita pubblica di Gesù e toccherà con mano quanto i loro sentimenti realmente appartengono alla storia di ciascuno di noi: dal discepolo Tommaso e la sua incredulità, a Simeone il fariseo e la sua presunzione di essere giusto. Protagonisti principali saranno Gesù e alcune donne che dopo essere state da Lui guarite, perdonate, sono diventate “icone” della Misericordia che salva - come la Samaritana, la donna adultera, la Profetessa Anna, la vedova insistente. Ogni sentimento sarà in scena interpretato da una canzone accompagnata dalla visione di immagini che aiuteranno gli spettatori ad entrare nel vivo della storia dei singoli personaggi del Vangelo. Scopriremo cosi come, il desiderio della rinascita di Nicodemo, le lacrime del ricco Epulone, le tentazioni di Satana e lo stupore della conversione del cuore di Levi sono i medesimi sentimenti che accompagnano le nostre vite e costituiscono le paure e le speranze per l’uomo di oggi. Attraverso questo viaggio immaginario, gli spettatori sperimenteranno come nulla è impossibile a Dio e quanto grande sia il Suo Amore per ogni uomo che si perde ma che poi si lascia trovare.

Don Michele Larocca, dopo aver conseguito il titolo di Baccellierato presso il Seminario Maggiore di Potenza nel 2003, è stato ordinato sacerdote nel 2004. Ha conseguito la specializzazione in Antropologia Teologica presso il Seminario Maggiore “Regina Puglia” in Molfetta nel 2007. Attualmente è docente di Antropologia Teologica e Antropologia e Filosofia del Territorio presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose Interdiocesano “Mons. Anselmo Pecci” di Matera e Potenza.

venerdì 7 dicembre 2018

Il Presepe artistico di Mario Daddiego in Vaticano


ROMA - Oggi 7 dicembre,in Vaticano,presso la Sala San Pio X in Via della Conciliazione, si è inaugurata la mostra "100 Presepi in Vaticano", alla quale ha partecipato, come massima espressione della tradizione lucana, il suggestivo presepe realizzato dal maestro cartapestaio materano MARIO DADDIEGO.

L’ artistico manufatto realizzato in cartapesta con particolari in ferro battuto, terracotta e legno riproduce uno spaccato di vita reale della civiltà contadina dei Sassi di Matera tra la fine dell’800 e l’inizio del 900; si tratta di una opera d’arte di forte impatto emozionale, ricca di particolari e preziosa nella cura meticolosa sin nei più minuti dettagli dalle abitazioni agli indumenti dei pupi, agli oggetti di uso quotidiano come nei mestieri riprodotti.

Tale prestigiosa rassegna presepiale è organizzata dal PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PROMOZIONE DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE e si terrà dal 7 dicembre 2018 al 13 gennaio 2019, ospitando numerosi esemplari provenienti da musei, collezioni, maestri presepisti e appassionati di tutto il mondo.

"Sono soddisfatto e orgoglioso – afferma il maestro Mario Daddiego – che una mia opera possa partecipare, come manufatto artistico rappresentativo della storia e della cultura del popolo lucano, ad una mostra di tale rilevanza internazionale ; ogni particolare – continua Mario Daddiego – è la riproduzione fedele non solo del vivere quotidiano della civiltà rurale lucana ma anche di alcuni scorci tra i più suggestivi di una Terra già ricca di naturale spiritualità".

Distinguendosi per l’abile manifattura e l’accuratezza nella riproduzione il presepe scenografico di Mario Daddiego ha ricevuto numerosi ed importanti riconoscimenti, citiamo solamente il 1° posto nella categoria artistici-scenografici alla 38° edizione della esposizione internazionale "100 Presepi" svoltasi a Roma, la sua esposizione alla mostra "Presepi d’ Italia – Le tradizioni Regionali" tenutasi nella Sala di Augusto del Quirinale e infine la sua partecipazione alla mostra '' Presepi del Mondo in Arena'' a Verona risultandone, su 400 manufatti, il simbolo.

Ricordiamo che il maestro artigiano Mario Daddiego mette a disposizione la sua esperienza nell’ambito di corsi sulla cartapesta e sulla ceramica che lo hanno portato anche all’ estero, come ad esempio in Argentina e in Uruguay, dove è stato apprezzato particolarmente da tutte le comunità italiane e lucane.

sabato 24 novembre 2018

Cardinal Bassetti: "Sacrilegio massacrare una donna"


CDV - “Chi maltratta una donna rinnega e sconfessa le proprie radici perché la donna è fonte e sorgente della maternità. È una specie di sacrilegio massacrare una donna. La violenza contro le donne sta diventando sempre più un’emergenza anche a livello nazionale che va combattuta a vari livelli”. A dichiararlo il presidente della Conferenza episcopale italiana, il card. Gualtiero Bassetti, in un videomessaggio su Tv2000 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne che si celebra domenica 25 novembre

lunedì 19 novembre 2018

In Piazza S. Agnese a Matera il Premio Nazionale Città Cristologica


MATERA - Martedì, 20 novembre, alle 17:30, nella Sala Joseph Ratzinger, Piazza S. Agnese a Matera, sarà conferito il Premio Nazionale Città Cristologica a Sara Magister per il libro “Caravaggio. Il vero Matteo”, Campisano Editore, 2018. Il Premio è promosso dalla Fondazione Lucana Antiusura Mons. Vincenzo Cavalla. Consegnerà il Premio Mons. Alberto D’Urso, Presidente della Consulta Nazionale Antiusura Giovanni Paolo II, che aggrega ben 30 Fondazioni del genere sparse in ogni regione italiana. Durante la cerimonia Sara Magister illustrerà la sostanza innovativa del suo libro.

Un’occasione magnifica per rileggere un capolavoro del Caravaggio e la sua stessa biografia.

LA MOTIVAZIONE

Hans-Georg Gadamer ci ha insegnato che l’interpretazione corretta deve difendersi dall’arbitrarietà e guardare con occhi fermi al suo oggetto. Così Sara Magister ha studiato “La chiamata di Matteo” della cappella Contarelli, nella chiesa di S. Luigi dei Francesi a Roma. Non ha ceduto al maledettismo cui l’opinione comune regala il Caravaggio e la sua arte, ma si è attenuta a quel che emerge dalla pala d’altare e dai

documenti che la riguardano. Grazie a un perfetto “circolo ermeneutico” è giunta alla sicura identificazione del “vero” Matteo protagonista col Cristo del capolavoro.

In realtà, con il “placet” di una committenza ligia alle disposizioni tridentine circa le opere d’arte sacra, il Caravaggio, poco più che trentenne, ha raffigurato Matteo in un buio “magazeno”, come un giovane usuraio del 1600, chino sulle monete che riscuote, proprio mentre la luce e la voce di Cristo precipitano su di lui. Una rappresentazione analogica del pubblicano al soldo dell’occupazione romana che divenne Apostolo. Un colpo di genio sia per l’innovazione di un soggetto già praticato da altri, sia per i mirabili aspetti formali, tale da smuovere una turba di imitatori.

Il suo messaggio è folgorante: se Cristo ha chiamato un simile Matteo alla sequela più eletta, nemmeno il più perduto manutengolo dell’iniqua ricchezza, l’uomo più negato al Regno di Dio, è al riparo dalle invenzioni misericordiose di Colui che non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. Nell’introduzione Sara Magister compendia: “La storia di Matteo, così come Caravaggio e i suoi committenti l’hanno voluta, ci racconta molto di più di quanto ha detto finora dell’artista, apre inedite prospettive sull’intera produzione dell’artista, e soprattutto è molto più moderna e coinvolgente di quel che già si pensava. Perché è una vicenda in cui ogni uomo, di ogni epoca, può vedere lo specchio di sé stesso.”

Per tutto questo, l’ecclesiale Fondazione Lucana Antiusura Mons. Vincenzo Cavalla che, come le Fondazioni sorelle, ha in San Matteo il suo riconosciuto Patrono, e che ha sede nella città dove Pier Paolo Pasolini girò “Il Vangelo secondo Matteo”, assegna il Premio Nazionale Città Cristologica 2018 a Sara Magister, per il libro “Caravaggio. Il vero Matteo”, pubblicato quest’anno con proporzionata accuratezza da Campisano Editore a Roma.

Il Premio, alla terza edizione, è capofila del “Cammino delle letture”, nel più ampio progetto denominato “I Cammini” con cui la Chiesa di Matera–Irsina, congiuntamente alle Chiese di Basilicata, contribuisce alla riuscita di Matera Città Europea della Cultura 2019.

IL PREMIO NAZIONALE CITTÀ CRISTOLOGICA

È un Premio giovane, non una targa di latta, ma di sostanza dignitosa: 2.000,00 euro. Nel 2013 ha onorato Max Gallo, Accademico di Francia, per il libro “Era Dio”, Edizioni San Paolo, 2010. Nel 2014 è toccato ai coniugi Domenico Canciani e Maria Antonietta Vito, fra i massimi conoscitori di Simone Weil, per la traduzione e la curatela del libro “L’amicizia pura” appunto della Weil, Castelvecchi editore, 2013.

Il Premio si propone di esaltare un’opera di scrittura che in qualche modo abbia che fare con la figura di Cristo. La connotazione “cristologica” è riferita a Matera perché il suo nome circola nel mondo soprattutto grazie a quello di Cristo [cfr. Cristo si è fermato a Eboli (1945) di Carlo Levi, Il Vangelo secondo Matteo (1964) di Pier Paolo Pasolini, The Passion (2004) di Mel Gibson]. Se lo tacessimo, “lapides clamabunt: grideranno le pietre” (Lc 19,40). A Matera le pietre lo gridano. È l’eco di tale grido possente che, alla fin fine, innalza la città a Capitale Europea della Cultura 2019.

sabato 3 novembre 2018

Chiesa: a Matera il 7-8 novembre 'I giovani e la ricerca di Dio'

MATERA - "I giovani sono chiamati a compiere continuamente scelte che orientano la loro esistenza; esprimono il desiderio di essere ascoltati, riconosciuti, accompagnati". Queste parole, tratte dal documento finale del Sinodo dei Vescovi conclusosi qualche giorno fa sul tema: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, rendono il senso dell'organizzazione del convegno "I giovani e la ricerca di Dio, tra desiderio di senso e senso della realtà". Studiosi di diverse discipline, con i responsabili della pastorale giovanile delle Diocesi lucane e pugliesi del territorio limitrofo, dialogheranno con i giovani al fine di creare un ponte tra formazione accademica e vita pastorale.

Il convegno, organizzato dall'Istituto Superiore di Scienze Religiose Interdiocesano “Mons. A. Pecci”di Matera-Potenza, si terrà il 7 e 8 novembre presso la Casa di Spiritualità S. Anna. Giovedì 8 novembre, dopo le conclusioni dei lavori del prof. don Leonardo Santorsola, Direttore del'ISSR, si terrà la Professio Fidei dei docenti e l’apertura dell’Anno Accademico presieduta da Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, Arcivescovo di Matera-Irsina e moderatore dello stesso Istituto.

Il programma dei lavori del convegno è il seguente:

7 novembre - prima sessione - mattina;

ore 9 - presiede Mons. Salvatore Ligorio, arcivescovo metropolita di Potenza-Muro L.-Marsico N.

saluti Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, arcivescovo di Matera-Irsina, moderatore dell’ISSR Interdiocesano di Matera-Potenza;

introduzione al convegno prof. Leonardo Santorsola, Direttore dell’ISSR Interdiocesano “Mons. A. Pecci”di Matera-Potenza;

modera - prof. Gianpaolo Grieco;

Interventi

ore 9,30-10,30 - S. Tanzarella - Giovani di fine Novecento: il guado dell’indifferenza e dell’ubbidienza incosciente;

dibattito
10,50-11,15 coffee break;

ore 11,15-12,15 - Mons. Franco Giulio Brambilla - I giovani e il paradigma dell’esodo: promessa, legge e cammino;

dibattito

Ore 13 pranzo;

Pomeriggio
presiede Mons. Francesco Sirufo, arcivescovo di Acerenza;

modera - prof. Nicola Soldo;

Interventi

ore 15,00-16,00 - Costantino Esposito - Dal Sessantotto a oggi: il cambiamento dei paradigmi culturali del mondo giovanile;

dibattito

16,20-16,45 coffee break;

ore 16,45-17,45 - Paola Bignardi - Dio è sparito dall’orizzonte giovanile? L’esperienza religiosa dei giovani di oggi.

Novembre

seconda sessione

mattina

presiede - Mons. Ciro Fanelli, vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa;

Modera - prof. Oronzo Marraffa;

ore 9,00-10,00 - G. Mari - I giovani e la fede tra ricerca, illusioni e incontri;

dibattito

10,20-10,45 coffee break;

ore 10,45-11,45 - A. Matteo - L’adulto postcristiano e la ricerca di senso nel mondo giovanile;

dibattito

pomeriggio

presiede - Mons. Giovanni Ricchiuti, arcivescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle fonti;

Modera - prof. Consuelo Manzoli;

Ore 15,00-16,00 - Michele Falabretti - in dialogo con alcuni giovani e responsabili del servizio diocesano di pastorale giovanile e un contributo su: Dopo il Sinodo dei Giovani 2018: la Chiesa italiana e le nuove prospettive di pastorale giovanile;

dibattito

ore 16,15-17,15
Conclusioni del prof. Leonardo Santorsola, Direttore dell’ISSR Interdiocesano “Mons. A. Pecci” di Matera-Potenza - Professio Fidei e apertura dell’Anno Accademico presieduta da Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, arcivescovo di Matera-Irsina, moderatore dell’ISSR Interdiocesano “Mons. A. Pecci” di Matera-Irsina;

L’Istituto, promosso dalle Arcidiocesi di Potenza–Muro Lucano–Marsico Nuovo, Matera-Irsina, Acerenza, dalle Diocesi di Tricarico e Melfi-Rapolla-Venosa è un’istituzione accademica ecclesiastica eretta dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica. E’ collegato alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale.

Il curriculum di studio ha la durata di 5 anni e offre due titoli europei: Laurea in Scienze Religiose dopo il triennio (Laurea breve) e Laurea Magistrale in Scienze Religiose dopo il biennio specialistico (Laurea specialistica).

L’Istituto propone l’approfondimento e la trattazione sistematica, con metodo scientifico, della Rivelazione; promuove la ricerca delle risposte agli interrogativi del mondo contemporaneo con l’ausilio delle scienze filosofiche e umanistiche.

domenica 21 ottobre 2018

Chiesa: recital mariano nella Cattedrale di Potenza

POTENZA - Don Vito Telesca, Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Potenza-Muro Lucano-Marsiconuovo, promotore indiscusso di numerose manifestazioni, invita tutti gli amici legati all’arte e i fedeli delle parrocchie della Diocesi, in particolare della città di Potenza, a rendere insieme un sentito omaggio, devoto e grato, alla Madonna di Viggiano in occasione della Visita a Potenza. Si svolgerà, infatti, mercoledì 24 ottobre prossimo in Cattedrale, con inizio alle 20.30, il recital a più voci “Noi cantiamo al Signore un Cantico Nuovo”, in onore della Madonna di Viggiano, Regina e Patrona della Lucania.

“Debbo a don Vito Forlenza se nel 2012, in prossimità delle feste natalizie, mi diede l’input di mettere in scena un recital mariano su indicazione di un libro appena uscito contenente liriche in onore della Madonna, scritte da poeti del novecento - dichiara don Vito Telesca, promotore e regista dello spettacolo – Quel volume fu per me una vera manna per impostare le poesie di Alda Merini, di David Maria Turoldo, di Antonio Corsaro e infine alcune belle litanie, un po’ ermetiche, di Pier Paolo Pasolini”.

Un cocktail a base di altissima spiritualità, offerto da poeti e musicisti. Il recital inizierà con “Sub Tuum Praesidium”, la più antica preghiera rivolta alla Madre di Dio, risalente al III secolo, e terminerà con una poesia-preghiera consegnata a don Vito da Mons. Giuseppe Vairo, e scritta dal suo arcivescovo di Cosenza. Alla preghiera finale seguirà il dono di un rosario artistico in cartapesta alla Madonna, opera di “Gio di Già”, realizzato con tecnica artigianale e pigmenti naturali che riproducono i colori del territorio lucano. L’ora di lode alla Vergine Maria avverrà con poesie e canti tratti dal repertorio classico e contemporaneo, interpretati dalla “Cappella Musicale della Cattedrale di Potenza” diretta da Giuseppe Cillis, e da solisti di grande qualità con le voci di Iole Cerminara e Patrizia Borghini, don Mimmo Florio alla chitarra, Donato Benedetto alla tromba, Paolo Miccolis al violoncello. L’interpretazione teatrale dei testi poetici è affidata a Giovanna Valente, Donato Varallo e Anna Anastasio.

sabato 29 settembre 2018

Teatro sacro nei Sassi di Matera

MATERA - «Ecco il teatro magnifico della crocifissione, in cui Dio crocifigge il Figlio/ e lo dimostra a tutti./ Ecco il Padre amorevole che corre in aiuto del Figlio/ e squarcia tutte le nuvole/ e fa piovere dal cielo quella manciata di rose/ che noi umani chiamiamo cristianesimo». Così Alda Merini scrive nel “Poema della croce”, testo della rappresentazione teatrale che si terrà martedì 2 ottobre alle ore 20.00, nella Cattedrale di Matera. Giunge così, nello splendido scenario dei Sassi, il teatro sacro itinerante “Poema della Croce”, pièce del progetto regionale “TEATRO SACRO NELLE CATTEDRALI” promosso dall’Ufficio Beni Culturali dell’Arcidiocesi di Potenza-Muro Lucano-Marsiconuovo, patrocinato dalla Regione Basilicata e dalla CEI (Conferenza Episcopale Italiana), ideato e diretto da don Vito Telesca, Vicario generale dell’Arcidiocesi. Le tre tappe precedenti si sono svolte con successo a Melfi, Potenza e Lagonegro. La Cattedrale dedicata alla Madonna della Bruna e a Sant'Eustachio, gioiello dell’arte romanico-pugliese collocata nella Civita, punto più alto della città, accoglierà il tema del sacrificio della Croce e della sua la profonda attualità nel mistero cristiano della salvezza. Tra gli splendidi affreschi medioevali e le decorazioni barocche del duomo materano, la voce di Iole Cerminara dominerà le parti salienti dello spettacolo, interpretando musiche scelte dal regista. Tra i brani, anche testi di Juni Russo, Fabrizio De Andrè, le note del “Magnificat” di Marco Frisina, a cui si alterneranno gli interventi dell’Associazione musicale “ART-PARK”, della “Cappella Musicale della Cattedrale di Potenza” diretta da Giuseppe Cillis, e l’interpretazione del soprano Patrizia Borghini. Gli accompagnamenti musicali saranno affidati alla chitarra di Don Mimmo Florio, alla tromba di Donato Benedetto, al violoncello di Paolo Miccolis, al pianoforte di Francesco Scorza. Tutto contribuirà a tratteggiare l’affresco dell’intenso dialogo interiore della Poetessa, che dà voce a Maria e al Figlio. La recitazione dei testi della Merini sarà affidata alle voci di Giovanna Valente, Donato Varallo ed Anna Anastasio. Sapienti interventi audio e giochi di luce contribuiranno al climax teatrale, sotto la cura del service di Renato La Ghezza. Musica, poesia ed arte visiva si intrecceranno alla perfomance della compagnia HDUEteatrO, giovani attori che metteranno in scena la Passione di Cristo, mentre la Resurrezione, nella parte finale dello spettacolo, sarà simboleggiata dall’opera di Raimondo Galeano, una croce in legno trattata con vernici fluorescenti che squarcerà il buio della scena, rimandando alla sfolgorante vittoria di Cristo sulla morte e sul peccato.

venerdì 21 settembre 2018

Potenza: pellegrinaggio nazionale Unitalsi a Lourdes nel ricordo di Frizzi


POTENZA - Come sperimentato per la prima volta nel 2017, anche quest'anno il pellegrinaggio nazionale a Lourdes dell'Unitalsi si terrà in due periodi, il primo che ha preso il via ieri e terminerà il 24 settembre e il secondo dal 25 al 29 settembre. Nel 115° anniversario associativo, l'UNITALSI con 2 treni, 13 aerei e 14 pullman accompagnerà a Lourdes circa 5 mila soci e pellegrini, tra ammalati, disabili e volontari.

A guidare il pellegrinaggio al santuario francese saranno MONS. LUIGI BRESSAN, arcivescovo emerito di Trento e assistente ecclesiastico nazionale dell'UNITALSI, e il presidente nazionale ANTONIO DIELLA. Un ricordo speciale verrà riservato a FABRIZIO FRIZZI, scomparso di recente che fu amico e testimonial dell'Associazione.

Fino al 24 settembre saranno a Lourdes le sezioni Abruzzese, Romana Laziale, Calabrese, Campana, Ligure, Lucana e Umbra accompagnate da MONS. BENEDETTO TUZIA, Vescovo di Todi e Orvieto e da Mons. TOMMASO VALENTINETTI, Arcivescovo di Pescara-Penne, mentre dal 24 al 29 settembre sarà la volta delle sezioni Pugliese, Molisana, Marchigiana, Lombarda, Sarda, Piemontese, Siciliana, Triveneta ed Emiliano Romagnola guidate da MONS. CARLO BRESCIANI, Vescovo di San Benedetto del Tronto, Ripatransone e Montalto.

La messa internazionale, la processione eucaristica e la processione aux flambeaux saranno presiedute dal CARD. DOMENICO CALCAGNO, presidente merito dell'APSA. Tra le novità del pellegrinaggio, il percorso "Sulla strada del Calvario", la presenza della Sinfonia mariana, l'atto di affidamento dell'associazione a Maria e l'Adorazione eucaristica notturna sui piani degli ospedali.

In programma anche lo spettacolo "Cercatori di felicità", una serata di musica e di festa a cui parteciperanno la giornalista Francesca Fialdini e il tenore Pietro Mazzocchetti. Durante il pellegrinaggio, dunque, sarà ricordata la figura di un amico e testimonial dell'associazione, Fabrizio Frizzi, in un momento a cui parteciperà Flavio Insinna.

"È un momento importantissimo – afferma MONS. BRESSAN – poter entrare insieme nel santuario di Lourdes che è stato centro per milioni e milioni di pellegrini durante questi 160 anni dalla prima apparizione della Vergine a Bernadette". "Ci ha lasciato un messaggio profondo – prosegue – che ha entusiasmato tanto popolo di Dio, tanti fedeli, anche non cristiani, ma tanti devoti di Cristo. Egli ci insegna come tutta la vita sia un cammino e lo è veramente come l'UNITALSI, testimone del cristianesimo attraverso i suoi pellegrinaggi".

"Sarà un pellegrinaggio dedicato ai cercatori di felicità" - spiega DIELLA – e chi partirà per Lourdes alla ricerca di una speranza la troverà, sarà il pellegrinaggio della comunità, di chi ha il passo più lento perché l'importante sarà esserci insieme. Sarà l'occasione per aprire i nostri cuori vivendo a Lourdes un'esperienza di felicità".

sabato 1 settembre 2018

Quattro nuovi sacerdoti nell'Arcidiocesi di Matera-Irsina


MATERA - Quattro nuovi sacerdoti Giuseppe Calabrese, Giuseppe Didio, Valerio Latela e Leonardo Rocco Sisto arricchiranno l'Arcidiocesi di Matera-Irsina. I quattro diaconi saranno ordinati presbiteri per l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria di mons. Antonio Giuseppe Caiazzo nella Basilica Cattedrale di Matera Giovedì 6 settembre 2018 ore 19.

Giuseppe Calabrese, della parrocchia di S. Giovanni Battista in Matera, nasce a Carbonara (BA) il 18 marzo 1993. Presso la parrocchia dei frati francescani di Cristo Re in Matera frequenta il gruppo degli Araldini, il coro parrocchiale e l'Agesci. Dopo la scuola media entra nel Seminario Minore di Potenza per poi conseguire la maturità classica. Nel Seminario Maggiore Interdiocesano di Basilicata consegue il Diploma in musica liturgica presso la CEI. Ha svolto il suo tirocinio pastorale in affiancamento al cappellano dell'Ospedale San Carlo e la Casa Circondariale di Potenza, presso le parrocchie San Giovanni Battista in Ferrandina, San Michele Arcangelo in Pomarico e San Leone Magno in Metaponto. Viene ordinato Diacono il 31 ottobre 2017 nella Basilica Cattedrale in Matera. Il 21 Giugno 2018 consegue il Baccalaureato in Sacra Teologia presso l'Istituto del Seminario Maggiore di Basilicata.

Giuseppe Didio, della parrocchia Santa Lucia di Montescaglioso, nasce il 22 novembre 1993 a Matera. Nella sua parrocchia si inserisce nel gruppo dei ministranti e gruppo Agesci. Frequenta il Seminario Minore di Potenza dove consegue la maturità classica e svolge anche il discernimento vocazionale. Al Seminario Maggiore di Potenza riceve la sua formazione e viene ordinato Diacono a Montescaglioso il 10 marzo 2018. Negli anni del Seminario maggiore svolge il tirocinio pastorale presso l'Ospedale San Carlo e presso la Parrocchia San Giovanni Bosco in Potenza, presso la parrocchia Santa Famiglia e la parrocchia Maria SS. Annunziata in Matera. Il 21 Giugno 2018 consegue il Baccalaureato in Sacra Teologia presso l'Istituto del Seminario Maggiore di Basilicata. Svolge il diaconato nella parrocchia Maria SS Annunziata in Matera.

Valerio Latela, della parrocchia di S. Giovanni Battista in Matera, nasce a Matera il 14 febbraio 1992. Dopo aver conseguito la maturità presso il Liceo Classico “E. Duni” di Matera, intraprende, nel 2011, il tempo di discernimento propedeutico nel Seminario di Potenza con l’accompagnamento spirituale di don Giuseppe di Perna, sacerdote della Diocesi di Tricarico. Entrato nel Seminario Maggiore Interdiocesano di Basilicata a Potenza nel settembre 2012, fa esperienza di tirocinio pastorale presso la parrocchia San Rocco e l’Ospedale San Carlo in Potenza, presso la parrocchia Maria SS. Annunziata in Scanzano Jonico, presso la parrocchia San Michele Arcangelo in Pomarico, presso la parrocchia San Rocco in Montalbano Jonico. Ordinato Diacono il 31 ottobre 2017, svolge il suo servizio diaconale nella comunità parrocchiale San Giuseppe Lavoratore in Pisticci Scalo. Consegue il Baccalaureato in Sacra Teologia il 21 giugno 2018 presso l’Istituto Teologico del Seminario Maggiore Interdiocesano di Basilicata.

Leonardo Rocco Sisto, della parrocchia Sant’Antonio in Pisticci, nasce a Pisticci il 23 agosto 1991. Diplomato presso il Liceo Classico G. Fortunato di Pisticci, dopo un periodo di discernimento vocazionale e un anno propedeutico, entra nel Seminario Maggiore Interdiocesano di Basilicata. Durante gli anni di formazione svolge il suo servizio pastorale presso la parrocchia San Rocco e l’Ospedale San Carlo in Potenza. In Diocesi svolge il tirocinio pastorale presso la parrocchia San Michele in Pomarico, la parrocchia Maria Santissima Annunziata in Scanzano Jonico e Mater Ecclesiae in Bernalda. Ordinato Diacono il 14 settembre 2017 nella chiesa Sant’Antonio in Pisticci, svolge il servizio pastorale durante l’anno di diaconato presso la parrocchia San Vincenzo de’ Paoli al Borgo La Martella in Matera. Da febbraio 2018 svolge il servizio di segretario arcivescovile. Consegue il Baccalaureato presso l’Istituto Teologico di Basilicata il 21 giugno 2018.

I neo sacerdoti celebreranno la loro prima Messa: don Giuseppe Didio il 7 settembre presso la parrocchia Santa Lucia in Montescaglioso, don Leonardo Rocco Sisto il 7 settembre presso la parrocchia Sant’Antonio in Pisticci, don Giuseppe Calabrese l'8 settembre e don Valerio Latela il 9 settembre entrambi presso la Basilica Cattedrale in Matera.