Siamo presenti da mesi su queste vertenze, nei presidi, nelle richieste formali, negli atti consiliari e nei consigli regionali straordinari che abbiamo preteso, perché su Melfi e sull’indotto Stellantis non si sta vivendo una fase transitoria, ma una crisi strutturale che rischia di lasciare segni profondi e duraturi nel tessuto produttivo e sociale della Basilicata. Ed è proprio per questo che oggi sentiamo il dovere di alzare ulteriormente il livello dell’allarme politico.
I dati emersi anche dall’audizione parlamentare richiesta dal portavoce alla Camera Lomuti sono chiari e non lasciano spazio ad ambiguità. Lo stabilimento di Stellantis a Melfi resta in cassa integrazione, i nuovi modelli annunciati non garantiscono la piena saturazione occupazionale, l’indotto continua a vivere in una condizione di sospensione permanente. PMC, Tiberina, Brose, Marelli, insieme alle aziende della logistica come Trasnova, Logitek e Tecnoservice, raccontano un’unica storia: una filiera fragile, spesso legata alla monocommittenza, che subisce scelte industriali decise altrove e non governate a sufficienza dalle istituzioni.
Le politiche industriali di Stellantis stanno progressivamente riducendo il peso produttivo italiano, comprimendo le commesse per la componentistica nazionale e chiedendo sacrifici continui ai lavoratori, mentre parallelamente si investe fuori dai confini del Paese. Questo non è un destino inevitabile, è una scelta. Una scelta che rischia di trasformare la cassa integrazione da strumento temporaneo a condizione strutturale, e che scarica sui territori più deboli il costo della transizione industriale.
Ma accanto alle responsabilità dell’azienda c’è un vuoto politico che non può essere ignorato. Il Governo guidato da Giorgia Meloni con il ministro Adolfo Urso parla di rilancio dell’automotive e di difesa della produzione nazionale, ma nei fatti non ha costruito una strategia industriale all’altezza della sfida. Non esiste una regia unica sulla filiera della componentistica, non esistono vincoli reali per chi beneficia di risorse pubbliche, non esiste un piano che tenga insieme stabilimento, indotto e logistica. Così si gestisce l’emergenza, non si governa un settore strategico.
E poi c’è la Regione Basilicata. I lavoratori di PMC e Tiberina sono da oltre cento giorni in tenda, giorno e notte, in una mobilitazione dura, faticosa, umanamente pesante. E in tutto questo tempo il presidente Vito Bardi non ha mai ritenuto di dover essere presente a quei presidi, di portare un segno concreto di vicinanza istituzionale. L’assessore Francesco Cupparo continua a parlare di strumenti e programmazione, ma una vera pianificazione industriale su Melfi non si vede, mentre le vertenze si accumulano e il tempo delle famiglie corre più veloce delle risposte.
In questo quadro, assume un significato politico importante la visita prevista venerdì 13 febbraio, nel primo pomeriggio, ai cancelli di PMC e Tiberina dell’europarlamentare Pasquale Tridico, che in sede europea si sta battendo per un nuovo piano SURE da 500 miliardi di euro, capace di sostenere la transizione energetica e di accompagnarla con una vera politica industriale e occupazionale.
Noi continueremo a fare la nostra parte, dentro e fuori il Consiglio regionale, perché Melfi non venga trattata come una periferia sacrificabile, perché la cassa integrazione non diventi la normalità, perché la Basilicata non perda pezzi fondamentali del proprio tessuto produttivo. Qui non è in gioco solo una vertenza, ma la dignità del lavoro e la credibilità della politica. E su questo non arretreremo di un passo.
Alessia Araneo, Viviana Verri (Consigliere regionali – Movimento 5 Stelle Basilicata)

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