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giovedì 31 ottobre 2019

Matera: il 2 novembre saranno commemorati i defunti nel cimitero di contrada Pantano


MATERA - Il 2 novembre nel cimitero di contrada Pantano sarà celebrata la commemorazione dei Defunti. La cerimonia prevede alle ore 10.45 la deposizione di una corona di alloro al Monumento commemorativo e, alle ore 11, la celebrazione della Santa Messa officiata dall’Arcivescovo di Matera-Irsina, Monsignor Antonio Giuseppe Caiazzo.

Si ricorda che fino al 6 novembre prossimo i cimiteri cittadini osserveranno l’orario di apertura continuata dalle ore 7.30 alle ore 17.30. Nella giornata del 1 novembre, inoltre, la linea 5 dei bus urbani, che conduce al cimitero di contrada Pantano, terminerà il servizio alle ore 18.25, anziché alle ore 13.50 come previsto nei giorni festivi

domenica 27 ottobre 2019

L'omelia domenicale di Mons.Caiazzo in Moldavia


MATERA - Il 2 luglio 1504 nel castello di Suceava nasceva alla vita eterna il principe di Moldavia Stefano. La venerazione popolare gli ha attribuito il titolo di Santo oppure “il Grande”: così lo designa il Re polacco Sigismondo in una lettera del 3 febbraio 1531. La Chiesa Ortodossa Rumena lo ha canonizzato il 20 giugno 1992, fissandone la ricorrenza liturgica il 02 luglio. La vostra venerazione è talmente grande che la sua effige è riportata anche sulle banconote.

La Madonna della Bruna è la protettrice della città di Matera. La festa patronale a lei dedicata si festeggia il 2 luglio di ogni anno da più di 600 anni, quando papa Urbano VI, già arcivescovo di Matera, istituì nel 1389 la festa della Visitazione.

Questa felice “Dioincidenza” di date rivela che tra l’Arcidiocesi di Matera – Irsina e la Diocesi di CHIȘINĂU e la Moldavia intera c’è, da secoli, un ponte spirituale che, pur non sapendolo, ci ha tenuti sempre uniti.

Eccellenza Rev.ma, Mons. Anton Cosa, grazie per la fraternità che mi ha riservato in questi giorni. Sono davvero contento di essere venuto in questa meravigliosa terra ed essere stato accolto in casa sua.

La liturgia odierna ci aiuta a guardarci dentro, a riflettere sul nostro modo di essere. Io e voi tutti, cari fratelli e sorelle, siamo entrati in questa stupenda Cattedrale, non con la presunzione di sentirci giusti o migliori degli altri. Non siamo noi a dire a Dio qualcosa, ma ci siamo messi in ascolto della sua Parola: l’unica che indica la vera via da percorrere.

Siamo coscienti dei nostri limiti. Vescovi, preti, suore e laici sappiamo benissimo che da Dio siamo guardati per quello che realmente siamo e non per come vorremmo apparire. Dio guarda il cuore, l’uomo le apparenze. Non a caso nel Salmo abbiamo sentito: “Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti.

Il Signore riscatta la vita dei suoi servi; non sarà condannato chi in lui si rifugia”.

S. Stefano diceva ai grandi d’Europa: “Il nostro paese è la porta della cristianità finora difesa, con l’aiuto del Signore, ma se questa porta sarà persa, che Dio ci guardi, tutta la cristianità sarà in grande pericolo”. Pensiero che nasceva dal pericolo dell’invasione ottomana. Papa Sisto IV (1471-1484) lo definì “Atleta di Cristo” e “Difensore della Cristianità”. Un santo, il vostro ma anche nostro, che non usava il suo potere guardando dall’alto in basso i suoi sudditi, così come fa il primo uomo che sale al Tempio di Gerusalemme. S. Stefano cerca e desidera il bene comune non solo della Moldavia ma di tutto il cristianesimo, senza distinzioni tra ortodossi o cattolici, tra moldavi o rumeni o ucraini.

Questo dev’essere oggi l’atteggiamento di ogni cristiano: agire e operare per un bene superiore al proprio interesse egoista. Il cristiano vuole il bene di tutti: un amore universale che semini la giustizia, la liberazione, la pace. Un amore grande che permetta la ricostruzione delle famiglie con il ritorno delle donne, costrette ad emigrare per rispondere alle proprie difficoltà economiche e sopperire alle necessità delle famiglie italiane.

C’è tanta ingiustizia nel mondo. C’è tanta ingiustizia verso di voi. C’è un occidente ricco e opulento che commisera ma non aiuta concretamente. Le vostre donne, casalinghe, professioniste, infermiere, abitano le case degli italiani nelle quali seminano amore nel servire ammalati, anziani, persone sole. Ma versano anche tante lacrime in silenzio nel pensare ai propri cari, ai figli, alle loro case. Nella prima lettura, tratta dal libro del Siracide, abbiamo ascoltato: “Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento”.

La Madonna della Bruna a Matera è così chiamata perché significa Madonna della difesa. Il termine altomedioevale longobardo brùnja indicava la corazza, la protezione dei cavalieri, quindi il nome ha il significato di Madonna della difesa. A lei, Madre di Gesù e Madre nostra, che voi venerate sotto il dolce titolo di Maria Madre del Buon Consiglio, ci affidiamo perché ci difenda da ogni forma di male, spirituale e materiale.

Abbiamo tutti bisogno di ritrovare speranza per sentirci una vera famiglia: figli dello stesso Padre, battezzati nel Figlio, Gesù, unti di Spirito Santo. Figli della stessa Madre, Maria, consegnataci da Gesù ai piedi della Croce: “Donna, ecco tuo figlio”.

Siamo l’unica famiglia di Dio. Le distinzioni, le divisioni non vengono da Dio ma dall’uomo che, a volte, servendosi del nome di Dio, agisce contrariamente alla sua Parola.

Carissimi, noi non siamo senza nome e non siamo dei “tali”. Apparteniamo tutti a Cristo e alla sua Chiesa che ci ha generati e ci nutre con amore e continua attenzione, proprio come una mamma, un papà, una nonna. La forza dell’amore cambia il cuore dell’umanità, supera i confini delle nazioni, spiega le vele della nave sospinte dal soffio dello Spirito Santo, senza paura di affrontare le tempeste o di perdere la rotta.

Noi non siamo dei “tali”, anonimi, ma noi, fratelli che s’incontrano, si prendono per mano e pregano lo stesso Dio con le stesse parole nonostante lingue diverse, culture diverse, tradizioni diverse, noi parte integrante della stessa madre terra, grembo che ci ha generati, accolti e nutriti.

Insieme siamo l’unico volto di Dio Padre, di Dio Figlio, di Dio Spirito Santo che ci sorride così come un padre e una madre sorridono nel contemplare il volto dei propri figli.

Papa Francesco, recentemente, riprendendo quanto aveva detto S. Giovanni Paolo II, a sua volta facendo riferimento a Sisto IV, parlando di S. Stefano ha detto: “Il seme del Vangelo caduto in suolo fertile, ha prodotto nell’arco di questi due millenni numerosi frutti di santità e di martirio. Penso al santo re Stefano, un vero atleta della fede cristiana”.

Carissimi fratelli e sorelle della Moldavia, sul vostro volto vedo impresso il sorriso di Dio che vi fa annunciare con gioia la bellezza dell’unico Vangelo.

Vedo il sorriso di Maria, Madre del Buon Consiglio, che indica la Via, come la Madonna della Bruna a Matera, unica Via che è Gesù. E’ lui che dobbiamo ascoltare, è la sua voce che dobbiamo sentire, con lui camminare per le strade dell’umanità.

†Don Pino

venerdì 25 ottobre 2019

Mons. Caiazzo in Moldavia in occasione del Mese Missionario Straordinario Ottobre 2019


MATERA - In occasione del Mese Missionario Straordinario Ottobre 2019, dal 24 al 29 ottobre l’Arcivescovo di Matera-Irsina, Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, accompagnato dal Prof. Lindo Monaco, insieme al Presidente Nazionale del Rinnovamento nello Spirito, Prof. Salvatores Martinez, si è recato in Moldavia, il paese più povero d’Europa e con una presenza di Cattolici molto bassa, appena 20.000.

Mons. Caiazzo sarà ospite del Vescovo di Chisinau S. E. Mons. Anton Cosa al quale consegnerà l’immagine della Madonna della Bruna stampata sulla pietra, a ricordo perenne di questo momento ma anche come segno della comune devozione verso la Vergine Madre di Dio e Madre nostra, che unisce due terre, così lontane ma così vicine nella loro devozione a Maria.
L’Arcivescovo Caiazzo incontrerà i sacerdoti e le comunità locali spostandosi lungo il territorio della Moldavia e lascerà in tutte le piccole comunità lo stesso segno della Madonna della Bruna.

Nei suoi interventi (quattro complessivamente), Mons. Caiazzo farà dei collegamenti tra la cultura materana e quella moldava (ospitalità, chiese rupestri, pane…) e farà riferimento alla presenza in Italia e Basilicata di tante donne moldave che lasciano le loro famiglie per lavorare come badanti.

In queste ore mons. Caiazzo sta facendo ai sacerdoti moldavi convenuti a Chisinau una meditazione sul tema «La prima cosa è appartenere a Dio. Si tratta di offrirci a Lui» (Gaudete et exsultate, 55).

A Potenza “Noi cantiamo al Signore un cantico nuovo”


POTENZA - Domenica 27 ottobre alle ore 20:00 nella Cattedrale di Potenza si svolgerà l’ultima tappa del tour teatrale “Noi cantiamo al Signore un cantico nuovo”. Il recital, dedicato alla Madonna, è scritto e diretto da don Vito Telesca, Vicario dell’Arcidiocesi di Potenza-Muro Lucano e Marsico Nuovo, ed ha fatto tappa negli scorsi mesi nelle Concattedrali di Marsico Nuovo e di Muro Lucano.

Il progetto ha il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e della Regione Basilicata, con i patrocini del Comune di Matera, del Pontificio Consiglio della Cultura e dell’Ufficio Nazionale delle Comunicazioni Sociali della CEI.

«Al termine di questo percorso- dichiara il Vicario don Vito Telesca- esprimo a nome della Diocesi di Potenza forte gratitudine all’Arcidiocesi di Matera-Irsina, all’Associazione Parco Culturale Ecclesiale “Terre di Luce” e alla Fondazione Matera- Basilicata2019 per aver ospitato l’iniziativa nel progetto culturale “I Cammini”. Una scelta che ha mostrato grande spirito di comunione tra le diocesi lucane, ed in particolare da parte della Diocesi materana che così ha voluto coinvolgere le “chiese sorelle” della Basilicata nel segno di un lavoro voluto e condiviso. Lo spettacolo si svolge in un clima di eventi straordinari per la Diocesi di Potenza- continua don Vito - come, il 25 ottobre, la Messa di ringraziamento in occasione della promulgazione del Decreto di Venerabilità del Servo di Dio Augusto Bertazzoni, Vescovo di Potenza e Marsico dal 1930 al 1966. Tra questi eventi eccezionali, segnalo anche la presenza, il prossimo 30 ottobre a Potenza, del Nunzio Apostolico in Italia S.E.R. Paul Emil Tscherrig che presiederà la Messa solenne nella Cattedrale a conclusione delle iniziative per i 900 anni dalla morte del Patrono, San Gerardo La Porta».

Il recital “Noi cantiamo al Signore un cantico nuovo” avrà le voci degli attori Giovanna Valente, Anna Anastasio e Donato Varallo per l’interpretazioni delle poesie mariane, dei cantori don Mimmo Florio, Iole Cerminara, Lucia Signorile ed il soprano Patrizia Borghini, e la performance dei musicisti Donato Benedetto, Paolo Miccolis, Francesco Scorza, affiancati dal Coro della Cappella Musicale della Cattedrale di Potenza diretto dal maestro Giuseppe Cillis per le melodie tradizionali e contemporanee dedicate a Maria. Coreografie del Centro Danza Maeva, supporto organizzativo e tecnico di “Basilicata Circuito Musicale”, Ufficio Stampa di Grazia Pastore e Service “Planetario”di Renato La Ghezza.

martedì 17 settembre 2019

Saluto dell'arcivescovo di Matera-Irsina mons.Caiazzo alle delegazioni ebree e musulmane


MATERA - Benvenuti a Matera, Signori Rabbini e Reverendi Imam. Benvenuti in questo Salone degli Stemmi che nel corso dei secoli è stato testimone di quanto è stato scritto e detto per creare “ponti di pace”, di fraternità, di comunione.

Benvenuti nella nostra terra di Basilicata che da sempre ha favorito l’incontro tra le diverse culture, le etnie, le religioni.

Benvenuti nella città dei Sassi e nella Lucania, dove gli Ebrei per lunghi secoli sono stati presenti con diverse Giudecche.

Vorrei ricordare, in questa sede, Carlo Levi, presente in due periodi diversi: nel 1934 per due mesi e nel 1935 quando venne condannato al confino nella nostra terra. Qui, da noi, venne ispirato a scrivere pagine di vita che hanno lasciato impresso per sempre il sigillo: Cristo si è fermato a Eboli, è l’opera più conosciuta. Infatti, ambientatosi tra i Sassi di Matera, realizzò tante opere come: i quadri Lucania ’61, le poesie Il bosco di Eva, l’invenzione della verità, l’Imitazione dell’Eterno. Grazie a Carlo Levi la nostra terra e le miserie disumane del Sud vennero conosciute. Grazie a lui, di certo, iniziò un processo di riscatto della nostra terra e di Matera fino ad essere proclamata Patrimonio dell’Umanità e città Europea della Cultura. Sulla sua tomba a Roma, come vuole la tradizione ebraica, sono stati posti dei sassi. Noi lucani, in particolare noi materani, aggiungiamo un altro significato: i Sassi di Matera sono per sempre con lui e noi siamo eternamente riconoscenti per come ci ha amati, serviti, aiutati.

La presenza arabo-musulmana è state una parte integrante del patrimonio storico e della cultura della nostra terra. Una presenza più consistente, mi risulta, ci sia stata a Tricarico e a Tursi. Molte nostre parole dialettali sono di origine araba, anche se non abbiamo una vera e propria presenza dell’Islam nella nostra terra.

Carissimi, penso che la vostra presenza a Matera sia da leggere secondo questo pensiero di Papa Francesco: «In un mondo globalizzato, dove sembra sempre più facile scavare distanze e rintanarsi nei propri interessi, siamo chiamati a impegnarci per congiungere fra loro le persone e i popoli»

«È urgente elaborare assieme memorie di comunione, tessere trame di pacifica convivenza per il futuro: le religioni, se non perseguono vie di pace, smentiscono sé stesse. Esse non possono che costruire ponti: le nostre differenze non devono metterci gli uni contro gli altri» (Papa Francesco).

Se ci ritroviamo insieme, Ebrei, Cristiani, Musulmani è per dire che le nostre differenze non ci metteranno mai l’uno contro l’altro, perché il “Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe”, ci invita a quella fraternità che nasce dal riconoscimento di una comune paternità, quindi figli dell’unico Dio. Questo ci sta aiutando a liberarci dai fardelli della diffidenza e da quei fondamentalismi che spesso sfociano nell’odio e che offendono il nostro credo: nulla hanno a che fare con quanto, nella diversità di professione di fede, crediamo e nei segni e simboli ai quali siamo legati manifestando l’identità di Ebrei, Cristiani, Musulmani. A Matera si aggiunge un altro pilastro per essere, per dirla con Papa Francesco, “ponti di dialogo, mediatori e creativi di pace”.

Il Concilio Vaticano II, nella Dichiarazione Nostra aetate dice al paragrafo 2: «La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo» nelle religioni. «Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini» (Dichiarazione Conciliare Nostra aetate, paragrafo 2, del 28.10.1965).

Al paragrafo n. 3 afferma: la Chiesa cattolica guarda «con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno».

Il n. 4 di Nostra aetate è dedicato alla religione ebraica. Sintetizzo il pensiero. Si mette in evidenza come la Chiesa e l’insegnamento di Gesù e la missione degli apostoli hanno le loro radici nella tradizione ebraica, a partire cioè dall’alleanza mai revocata che Dio stipulò gratuitamente con il popolo eletto, Israele, attraverso il patto con Abramo e Mosè. C’è un grande patrimonio spirituale che sicuramente avvicina cristiani e ad ebrei ma nello stesso tempo deve promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima. Questo sarà possibile in modo particolare con gli studi biblici e teologici e attraverso un fraterno dialogo. (Lumen Gentium n. 16).

Mi permetto ricordare come sulla scia della Lumen Gentium, sono stati tanti i documenti che la Chiesa ci ha messo nelle mani come ricchezza e patrimonio spirituale per continuare quella spiritualità del dialogo necessaria e indispensabile.

Cito l’enciclica Ecclesiam suam di Paolo VI; la Nostra aetate, la Redemptor hominis, la Dominum et vivificantem, la Redemtroris missio di S. Giovanni Paolo II; Benedetto XVI e Papa Francesco hanno continuato e stanno ulteriormente mettendo a fuoco quanto la Chiesa in questi ultimi 60 anni ci ha regalato.

Il dialogo interreligioso fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa cattolica, favorendo l’incontro tra fedi diverse per la conversione reciproca verso l’unico Dio che riconosciamo come nostro Padre.

Grazie per questa gradita visita, per la vostra presenza nella nostra città, per il vostro dialogare, segno di incontro e non di scontro, di amicizia, di fraternità.

Shalom (שלום), Salam (سلام), Pace a tutti.
†Antonio Giuseppe Caiazzo

domenica 7 luglio 2019

Matera: revocati fuochi pirotecnici a Murgia Timone


MATERA - Il Presidente dell’Associazione Maria SS. della Bruna Mimì Andrisani, comunica che la Regione Basilicata, con P.E.C. trasmessa solo alla Questura di Matera e non già al soggetto richiedente, ha revocato l’autorizzazione ad effettuare gli spettacoli pirotecnici in loc. Murgia Timone in agro del Comune di Matera previsti in data 7 luglio e 20 settembre 2019, per motivi al momento sconosciuti.

Conseguentemente, si è appreso che la Questura di Matera intende revocare la licenza rilasciata in data 05 luglio 2019 al pirotecnico DI PIETRO Maurizio titolare della Pirotecnica Santa Chiara di Castorano (AP).

La decisione dell’ Ufficio compatibilità Ambientale della Regione Basilicata è incomprensibile, continua il Presidente Andrisani, e, pertanto, l’Associazione Maria S.S. della Bruna si riserva di adire le vie legali, in sede penale e civile, considerato altresì che nessuna notifica è stata fatta all’Associazione di tale revoca da parte dell’ Ufficio regionale competente.

martedì 2 luglio 2019

Omelia dell'arcivescovo mons. Caiazzo per la celebrazione eucaristica della Festa di Maria SS della Bruna

MATERA - Carissimi, vi saluto ancora una volta nel nome del frutto benedetto del grembo di Maria, Gesù, che da sempre e per sempre è in mezzo a noi.

Saluto i confratelli presenti, i diaconi, le religiose, le autorità civili e militari, l’Associazione Maria SS. Della Bruna con il suo Presidente Mimì Andrisani, tutte le confraternite, i Pastori dell’anima e Gli Angeli del Carro, voi fedeli qui presenti e quanti state seguendo da casa la celebrazione attraverso il servizio reso da TRM.

Oggi per Matera è un giorno particolare: è la festa della Madonna della Bruna. Stamattina, durante la messa “detta dei pastori”, pensavo, volando indietro nel tempo, come i nostri pastori, attraverso la loro fede genuina, erano capaci di coniugare fede e lavoro, soprattutto in questo giorno, attingendo alla Parola di Dio e mettendosi in cammino dietro alla dolce Madre della Bruna, con la gioia e l’ansia di chi sente la responsabilità nel guidare il proprio gregge e badare alla propria famiglia. Ho immaginato che insieme a loro probabilmente ci fossero anche le greggi. Ho sentito i loro belati, le campanelle appese al collo, i fischi e le grida dei pastori che si alternavano a canti e preghiere. In quest’ottica si coglie e capisce il senso della processione dei pastori attuale.

Ai pastori, gente umile che al tempo di Gesù erano messi ai margini della società e considerati immondi, a loro fu dato a Betlemme il primo annuncio che Maria aveva partorito un Bambino, Gesù. I pastori, a Matera, danno a noi la sveglia per adorare nella Vergine della Bruna la presenza viva di Gesù, Dio che si è fatto come noi per farci come lui. Questa è la fede che ci è stata tramandata e che ha fatto cultura. Chi non conosce la storia di Matera, fortemente legata alla sua Madonna, non potrà capire nemmeno questo tipo di manifestazioni religiose.

Siamo giunti a questo giorno dopo esserci preparati spiritualmente e culturalmente in momenti di preghiera, di ascolto della Parola e di meditazione, confrontandoci anche su tematiche inerenti la nostra vita privata e sociale.

Rivolgiamo un particolare ringraziamento a Sua Eminenza il Cardinale Angelo Amato, inviato direttamente da Papa Francesco, come suo delegato, il quale, nella celebrazione di San Giovanni da Matera il 20 giugno, ha ricordato gli 880 anni dalla morte del nostro santo concittadino. Solenne concelebrazione Eucaristica che ha visto la partecipazione dell’intera Arcidiocesi di Matera – Irsina: clero e fedeli. In quella occasione ho annunciato in modo ufficiale che San Giovanni da Matera deve essere considerato Patrono minore principale della nostra Arcidiocesi, come già proclamato dal mio predecessore, S.E. Mons. Camillo Cattaneo della Volta, nel 1830. Dal prossimo anno in tutte le parrocchie è obbligatorio celebrare la festa di S. Giovanni da Matera.

Un grazie speciale anche a S. Eminenza Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato Pontificio, che ha chiuso la settimana di preghiera e di novena in preparazione alla Festa di Maria SS della Bruna. In questi giorni la nostra fede, arricchita dalla loro presenza, ha sperimentato la presenza di Gesù, il vero festeggiato.

Come Maria ha visitato Santa Elisabetta, anche noi abbiano ricevuto la gioia di avere in visita tra noi alcuni Vescovi quali quello di Catanzaro - Squillace, di Cassano allo Jonio, di Rossano - Cariati, di Taranto, di Melfi – Rapolla – Venosa. Davvero una grande ricchezza! E’ questa la vera essenza di questa festa: Maria che, visitata da Dio e resa feconda dallo Spirito Santo, ci dona il vero volto di Gesù.

La settimana è stata arricchita altresì dalla festa del quotidiano Avvenire. Nell’anno in cui Matera è il centro dell’Europa, da questa nostra amata città, in un’agorà affollata, in Piazza S. Francesco, messaggi antichi e sempre nuovi sono stati oggetto di riflessione condivisa: Giovani, lavoro e legalità, sfide per lo sviluppo del mezzogiorno; il futuro dell’Europa tra America e Asia; l’eccellenza della proposta italiana nel mondo, formazione, ricerca e cura. Sani dibattiti che sono stati fermento per le nostre menti, nella speranza che arrivino al cuore di questa nostra Europa, che vive una fragilità culturale e spirituale.

Nel brano del vangelo che è stato proclamato San Luca ci narra la visitazione di Maria a S. Elisabetta. Il suo intento è quello di presentare le comunità del tempo presenti in tutto l’impero romano. Ma c’è di più. Luca presenta Maria come modello che tutti siamo chiamati a imitare per accogliere la Parola di Dio: lei l’accoglie, la vive e la mette in pratica.

La nostra comunità di Matera, ad imitazione di Maria, vive e mette in pratica il suo agire al servizio di tutti i fratelli.

La Vergine Santa lascia la sua casa, il suo paese, Nazaret e, camminando per 150 Km, arriva in montagna ad Ain Karem, poco lontana da Gerusalemme. Ad Ain Karem, il mio predecessore, S.E. Mons. Antonio Ciliberti, ottenne di collocare in una bellissima edicola, l’immagine della Madonna della Bruna, così come è rappresentata nell’affresco – icona nella nostra Basilica Cattedrale. Come in un parallelismo, possiamo dire che da Matera Maria si è messa in cammino e ancora una volta ha raggiunto quella località descritta nel Vangelo, a ricordarci che il suo viaggio non è da collocarsi in una precisa data storica ma in ogni oggi della storia in cui l’uomo vive e incontra Dio.

Uomo che è in Oriente come nella vecchia Europa, in Africa, come in Asia, in America come in Oceania e Australia. E’ l’uomo che abita il mondo che Dio viene a visitare attraverso Maria. Uomo sofferente nel corpo e nello spirito, uomo solo e abbandonato, disoccupato, giovane e scoraggiato, deluso e ingannato, immigrato e senza fissa dimora, sfruttato e delegittimato, schiavo degli idoli del tempo e abbandonato al suo destino. Chi non sa accogliere o non vuole accogliere Maria che porta Gesù, Via, Verità e Vita, non trova il senso della propria esistenza.

Una città senza Maria, un’Europa senza vita spirituale, un mondo capace di costruire muri e steccati, diventano sempre più poveri, tristi, sofferenti, egoisti, perché senza Dio.

Maria, anche oggi, partendo non da Nazaret ma da Matera, si mette in cammino per le nostre strade per raggiungere i luoghi abitati da ogni uomo. Da qui dialoga, come in un nuovo Areopago, con la Chiesa, con il mondo della politica e della cultura, con l’Europa, con l’umanità intera e ci dona la gioia che vive in Lei: Gesù, Salvatore del mondo. Gioia che fa sussultare, danzare, come Giovanni Battista nel grembo di sua mamma Elisabetta. Gioia che spalanca gli occhi sulla storia e guarda l’umanità con gli stessi occhi di Dio.




Nell’incontro tra le due cugine, Elisabetta indica il passato, Maria il presente e il futuro. E’ un incontro familiare come quelli che devono contraddistinguere i nostri rapporti umani. Due donne, una diversa dall’altra, due generazioni a confronto, dove la più giovane, Maria, attraverso la sua visita, porta gioia, anzi porta la vera gioia che ha dentro, il frutto del suo seno, Gesù. Due donne gravide di vita umana e divina che esprimono il senso della famiglia, della casa, dell’agire di Dio che fa riconoscere ad ognuna delle due l’opera che lui sta compiendo.

Le parole di Elisabetta, il saluto che rivolge a Maria, da quel momento diventano preghiera per ogni generazione, fino ai nostri giorni: è l’Ave Maria che fin da piccoli rivolgiamo a Maria, che per noi è la Madonna della Bruna.

Un ultimo aspetto vorrei sottolineare di quest’incontro. Elisabetta, rivolgendosi a Maria, dice: "Beata colei che ha creduto, nell’adempimento delle parole del Signore". L’evangelista Luca, riportando le parole di Elisabetta, oggi a noi dice che credere nella potenza della Parola di Dio significa fidarsi di Lui, che mantiene sempre fede alle sue promesse. Chi crede, sperimenta che la Parola è creatrice e genera vita nuova. E’ avvenuto nel seno di Maria Vergine, avviene oggi in quanti vivono l’attesa non di eventi prodigiosi ma del prodigio di Dio che vuole incarnarsi nella vita di ogni uomo. E questo vale per l’uomo colto come per l’analfabeta, per il ricco come per il povero, per il credente come per chi professa un’altra fede, per i materani come per gli europei, per gli africani come per gli asiatici, per gli americani come per gli australiani, per i credenti e i non credenti.

Maria, a sua volta, benedice quest’incontro con un canto d’amore meraviglioso, il Magnificat. La Vergine Santa si definisce umile e parte “dei poveri di Dio”, addirittura di coloro che temono Dio e che ripongono speranza e fiducia in Lui quando nella vita sperimentano l’assenza di diritti o di giustizia. Questi poveri sono il linguaggio vero di Dio, quella parte del popolo d’Israele che, come i pastori, seppur nell’umiltà e nella povertà, con la presenza del Signore nella loro vita, cambieranno la storia, tanto da scrivere pagine di vita meravigliose alle quali tutti potranno attingere. Sono esattamente il contrario degli orgogliosi che si fidano solo di se stessi: “Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmati di beni gli affamati, a rimandato i ricchi a mani vuote”.

La Madonna, attraverso l’immagine che porteremo per le strade della nostra città, busserà alla porta delle “tante Elisabetta” che si trovano in situazioni di necessità, di bisogno, di sofferenze, di dubbi, di incertezze per il futuro; che stanno subendo ingiustizie e ricatti, vivendo situazioni di inimicizie e divisioni, cedendo alla paura e allo sconforto. Maria bussa alle porte delle famiglie in crisi, divise, al cuore delle donne che portano in sè il dono della vita e che hanno deciso di interrompere la gravidanza, all’animo dei giovani scoraggiati e arrabbiati, alle menti di quanti hanno la responsabilità di governo, agli imprenditori e operai, ai professionisti e a quanti mendicano quotidianamente la vita. Maria viene a bussare alla porta di tutti. Se come Elisabetta sapremo aprire il cuore e spalancare gli occhi, questi si riempiranno di luce e anche le lacrime di dolore come quelle di gioia feconderanno, come pioggia, la nostra esistenza aprendoci alla speranza di una vita nuova.

A Maria, la nostra dolce Madonna della Bruna, ci affidiamo affinchè, sul suo esempio, lasciamo agire la potenza dello Spirito Santo e la Parola diventi carne nelle scelte di vita che siamo chiamati a fare.

Buona festa della Bruna a tutti.

lunedì 1 luglio 2019

Messaggio del Vescovo Caiazzo alle autorità civili e militari


Carissimi,

il 01 luglio, nella tradizione di questa nostra Chiesa locale, rappresenta un momento importante di dialogo tra la Chiesa e le istituzioni che saluto con affetto e stima. Mi si permetta un particolare saluto a S. E. Il Signor Prefetto, alla sua prima festa della Bruna. Saluto i rappresentanti della nuova Giunta Regionale e i nuovi Sindaci da poco eletti, alcuni dei quali riconfermati. Saluto tutte le istituzioni civili e militari convenuti in questa Basilica Cattedrale.

«La Chiesa – dice il Concilio Vaticano II – stima degna di lode e di considerazione l’opera di coloro che, per servire gli uomini, si dedicano al bene della cosa pubblica e assumono il peso delle relative responsabilità» (GS 75).

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto, e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (GS 1).

Queste parole mi sono propizie per rivolgermi a voi, che, nel rispetto del ruolo che svolgete, agite per il bene del nostro territorio e della nostra gente.

Questo è l’anno in cui Matera rappresenta l’Europa, anzi è l’Europa. E’ Capitale della Cultura Europea. Tutti assistiamo al gran numero di persone che attraversano le strade della nostra città: i popoli s’incontrano, le lingue dialogano, le diversità sono sempre più ricchezza di un nuovo umanesimo.

Matera è città ricca di storia millenaria, di uomini e donne che hanno impreziosito la cultura italiana, di eroi che, per primi in Italia, hanno versato il loro sangue insorgendo contro l’occupazione nazista, di santi pastori che hanno saputo guidare questa Chiesa con amore e determinazione attraverso l’annuncio profetico del vangelo, contro ogni forma di rassegnazione, di discriminazione e di ingiustizia.

Matera oggi rappresenta il nuovo Areopago, il cortile dei Gentili. Come S. Paolo ad Atene, che nell’Areopago interagì con la cultura del tempo senza rinunciare alla verità evangelica, così oggi da Matera diciamo all’Europa, con Papa Francesco, che «abbiamo bisogno di aiutarci a non cedere alle seduzioni di una cultura dell’odio e individualista che, forse non più ideologica come ai tempi della persecuzione ateista, è tuttavia più suadente e non meno materialista». Sia io che voi, abbiamo una grande responsabilità: “ridare anima al popolo e farlo crescere”. Traguardo al quale possiamo giungere se saremo capaci di camminare insieme per costruire la storia senza dimenticare che l’Europa ha incontestabili radici cristiane. Ma l’Europa sta vivendo una forte crisi di fede.

Risuonano molto attuali le parole di Benedetto XVI quando diceva nel 2010 che alla crisi di fede si accompagna una crisi morale. Tutti rischiamo di soccombere alla «pressione esercitata dalla cultura dominante, che presenta con insistenza uno stile di vita fondato sulla legge del più forte, sul guadagno facile e allettante».

Sintetizzo il pensiero del Papa emerito in questi termini: crisi di fede e di morale che dobbiamo inquadrarla in una crisi più generale che sta vivendo il vecchio Continente: è scristianizzato, frammentato, in balia di flussi d’immagini sempre nuove che impediscono la riflessione e la vera comunione fra le persone.

La cultura dell’odio e individualista, condannata da Papa Francesco è esattamente il contrario della cultura cristiana. Abbiamo celebrato da poco la solennità del Corpus Domini. Gesù, mentre si rivela nello spezzare il pane, chiama i discepoli ad essere carità: “Date loro voi stessi da mangiare”. Parla al plurale: il bene è comune, per tutti, nessuno escluso. Gesù non rimanda indietro nessuno. Questa è stata la tentazione dei discepoli: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta», dice: «Voi stessi date loro da mangiare».

Riporto un altro passaggio di Papa Francesco che ben descrive il contesto politico culturale nel quale l’Europa oggi vive. In questi anni, dice Francesco, «in molti hanno beneficiato dello sviluppo tecnologico e del benessere economico, ma i più sono rimasti inesorabilmente esclusi». Nel frattempo, «una globalizzazione omologante ha contribuito a sradicare i valori dei popoli, indebolendo l’etica e il vivere comune, inquinato, in anni recenti, da un senso dilagante di paura che, spesso fomentato ad arte, porta ad atteggiamenti di chiusura e di odio».

Parole, queste, che richiamano alla necessità che si ritorni a mettere l’Uomo al centro delle attenzioni comuni, salvaguardando e difendendo i diritti umani ben sanciti nella carta costituzionale italiana ed europea. Un’Europa capace di tornare ad essere Terra di Uomini, nel rispetto della loro dignità: solo così si garantisce la costruzione della “civiltà dell’amore”.

In questo 2019, anno in cui Matera è al centro dell’attenzione dell’Europa intera, la Madonna della Bruna, varcando la soglia della Cattedrale e percorrendo le strade di questa città in festa, accoglie sotto il suo manto ogni cultura, ogni religione, ogni tradizione, rivestendole della vita divina che porta in sé.

Ma non solo Matera è al centro dell’Europa, tutta la Basilicata lo è. Questa nostra regione, piccolo lembo di terra ma dal cuore grande, necessita di concrete azioni e scelte operative, che garantiscano ai giovani di poter rimane nella propria terra, coltivare le proprie tradizioni per costruire qui il proprio avvenire. Da qui, oggi nasce questo nostro comune impegno!

Impegno che ci permette, per dirla con Don Tonino Bello, di fare percorsi di “convivialità delle differenze” per sviluppare, “in sinergia con gli altri attori sociali del territorio, dialogo e cooperazione con le istituzioni pubbliche per promuovere la riqualificazione degli spazi della vita pubblica e “organizzare” una solidarietà capace di incontrare le nuove povertà, di costruire reticoli di integrazione culturale, di trasformare le criticità in occasioni di promozione dell’uomo, ristabilendo il principio della partecipazione di tutti alla costruzione di una città aperta, dialogante ed educante”.

Non a caso S. Paolo ci ricorda che in Cristo «non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gl 3,28).

Impegno che consentirà alle eccellenze presenti nel territorio regionale (fabbriche, insediamenti industriali, coltivazione della frutta e altro) di continuare a produrre economia guardando ai lavoratori e al contesto tutto, in un clima di collaborazione tra imprenditori, istituzioni e abitanti. La Chiesa insegna che bisogna tenere insieme i tre principi che stanno alla base di ogni ordine sociale: lo scambio di equivalenti; la redistribuzione; la reciprocità. In questo modo si potrà intervenire non solo sul piano culturale, ma anche su quello propriamente istituzionale. Sono prerogative indispensabili affinchè il principio di fraternità trovi la sua giusta collocazione nell’ordinaria vita economica. Sappiamo che purtroppo non sempre è stato così.

Impegno che consentirà di costruire ponti di umanità e solidarietà per far risalire la china a quanti sono precipitati nell’abisso del vizio del gioco, a volte legalizzato, che è causa di rottura e fallimento per tante famiglie. Tanti di loro sono diventati preda degli usurai. La nostra Fondazione antiusura “Mons. Cavalla” ascolta molte di queste storie. Non sempre da soli riusciamo a risolvere i problemi.

Impegno che consentirà di costruire ponti di umanità perché questa nostra bella e amata terra ritorni ad essere incontaminata. La mancanza del rispetto dell’ambiente e lo sfruttamento selvaggio hanno portato a un grande aumento di malattie che mietono vite umane di qualunque età. Basta bonificare i siti contaminati o piuttosto sarebbe opportuno avviare una valida azione di Sorveglianza Sanitaria accompagnata da studi che mirino al benessere degli operai e degli abitanti delle zone della Val Basento?

Impegno che consentirà di costruire ponti di umanità che ci permettano d’incontrarci, di stare insieme, condividere il vissuto, gioire e soffrire con la certezza di poter contare sulla attuazione di investimenti strategici sulle politiche attive per il lavoro e sulla formazione. E’ in questo incontro che le famiglie potranno sanare le proprie ferite e riscoprire la bellezza di vivere in armonia.

Impegno che consentirà di costruire ponti di umanità perchè la “civiltà dell’amore” sia fondata sull’amore sano, gratuito che non è possesso ma libertà di cuore. Perché nessuno è proprietà personale di altri e quindi nessuno può essere annientato (penso ai femminicidi e infanticidi che in Italia sono sempre più in aumento). Siamo tutti di Dio e Dio è amore, e l’amore è armonia capace di superare difficoltà e sofferenze.

La nostra devozione alla Madonna della Bruna, in un crescendo di armonia tra fede e cultura, ci aiuti a capire che cultura è soprattutto carità. E’ lei, la Madre, che continua a mettersi in cammino portando dentro di sé la Parola che si è fatta carne per servire la storia attuale, l’uomo nelle sue fragilità. E’ in questi termini che va letta la visita di Maria alla cugina Elisabetta, bisognosa di affetto, di vicinanza, di servizio.

Grazie, carissimi, per la vostra presenza attiva e costante sul territorio; grazie per la sicurezza che garantite alla nostra gente; grazie per le politiche di inclusione nelle quali siete impegnati e per i ponti che state costruendo verso l’Europa e il mondo intero.

Perché come dice lo scrittore Italo Calvino, nelle Città Invisibili, “il ponte è la linea dell’arco che le pietre formano”, ma “senza pietre non ci sarebbe arco”. Noi siamo le pietre chiamate a costruire e reggere l’arco affinchè possa essere solido passaggio per l’umanità a noi affidata.

Se Matera e il suo comprensorio sono guardati con meraviglia, il merito è anche vostro.

Vi affido alla Madonna della Bruna e vi benedico.

†Don Pino

lunedì 10 giugno 2019

A Matera il 26° Cammino Nazionale delle Confraternite


MATERA - La Confederazione delle Confraternite delle Diocesi d'Italia organizza ogni anno il Cammino nazionale delle Confraternite, come occasione per testimoniare la fede e la pietà popolare che anima questi pii sodalizi, nel tenere viva la tradizione di fede delle nostre comunità. Circa 8000 persone saranno presenti a Matera, alcune già dal 14 giugno, altre il 16 giugno. Questa iniziativa è inserita nell'ambito dei "I Cammini tra radici e futuro. Il contributo dell’Arcidiocesi di Matera-Irsina al percorso di Matera 2019” che è un progetto di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, coprodotto dall’Arcidiocesi di Matera-Irsina, dall’Associazione Parco Culturale Ecclesiale “Terre di Luce” e dalla Fondazione Matera-Basilicata 2019, patrocinato dal Pontifico Consiglio della Cultura e dall’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana.

Il 14 pomeriggio alle ore 16,00 si terrà la prima sessione del Convegno scientifico sul tema: "Beni culturali confraternali e pietà popolare" presso l'Auditorium della Casa di Spiritualità Sant'Anna con relatori di eccezione. Ai saluti di mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, Arcivescovo di Matera-Irsina, del sindaco di Matera avv. Raffaello De Ruggieri, del Presidente della Fondazione Matera-Basilicata 2019 sen. Salvatore Adduce, di mons. Mauro Parmeggiani, Vescovo di Tivoli e Assistente Spirituale della Confederazione delle Confraternite delle Diocesi d'Italia, del dott. Francesco Antonetti, Presidente Nazionale della Confederazione delle Confraternite delle Diocesi d'Italia, seguiranno le relazioni del prof. Francesco Sportelli (Università degli Studi della Basilicata) sul tema "Le Chiese lucane e il movimento confraternale dal Concilio di Trento al Concilio Ecumenico Vaticano II" e della prof.ssa Rosalia Coniglio (Consiglio Direttivo Confederazione Confraternite) sul tema "Aspetti giuridici relativi ai beni confraternali". Presiede e introduce il prof. Cosimo Damiano Fonseca, Accademico dei Lincei e Presidente del Comitato Scientifico del convegno; segue la prolusione al convegno del card. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.

Il 15 mattina alle ore 9,00 si terrà la seconda sessione del Convegno scientifico con le relazioni del prof. Angelo Lucano Larotonda, ordinario emerito Università degli Studi della Basilicata, sul tema "Le confraternite lucane al tempo di internet" e della prof.ssa Elisa Acanfora (Università degli Studi della Basilicata) sul tema "Il patrimonio storico-artistico delle Confraternite della Basilicata". Alle ore 11,00 si terrà la Tavola rotonda sul tema "La dimensione mediterranea del fenomeno confraternale". Moderatore sarà il prof. Dom Donato Giordano osb (Facoltà Teologica Pugliese) con interventi del prof. Ferdinando Felice Mirizzi (Università degli Studi della Basilicata) e del prof. José Luis Alonso Ponga (Università di Valladolid). Presiede e introduce la prof.ssa Maria Luisa De Natale, già Pro–Rettore dell’Università Cattolica di Milano e concluderà il prof. Cosimo Damiano Fonseca.

Alle ore 17,00 del 15 giugno, sempre presso l'Auditorium della Casa di Spiritualità Sant'Anna, si terrà il Convegno sul tema del XXVI Cammino “Gesù in persona camminava con loro". Dopo i saluti del dott. Francesco Antonetti, Presidente Nazionale della Confederazione delle Confraternite delle Diocesi d'Italia e del dott. Rino Bisignano, Delegato Basilicata Confraternite, seguiranno le relazioni di mons. Mauro Parmeggiani e del prof. Lindo Monaco sul tema "Le confraternite per la cultura dell’incontro”.

Alle ore 19,30 in Cattedrale si reciteranno i Vespri e l'Adorazione eucaristica. Alle ore 21,00 in Piazza Duomo si terrà il Concerto dei Cori delle Confraternite ed alle ore 22,30 si svolgerà la Sfilata dell'Arciconfraternita "Morte e Orazione di San Filippo Neri" di Lanciano che partirà dalla chiesa del Purgatorio e seguirà il tragitto di via San Francesco, piazza Sedile, via delle Beccherie, via del Corso, chiesa del Purgatorio.

Il 16 giugno, infine, alle ore 9,00 da via Don Luigi Sturzo partirà il Cammino Confraternale che percorrerà Via Nazionale, Annunziatella, Rosselli, Cererie, Sicilia, Stadio. Nello stadio XXI Settembre "Franco Salerno" alle ore 11,00 sarà celebrata la Santa Messa presieduta da Sua Eccellenza mons. Antonio Giuseppe Caiazzo.

A latere del Convegno, dal 13 al 16 giugno presso la chiesa di san Francesco da Paola, è prevista la Mostra di abiti confraternali sul tema.

Gli eventi rientrano nel Cammino delle Generazioni.

martedì 28 maggio 2019

Turismo: 'I Cammini - Matera Beauty Experience'


MATERA - Con l’iniziativa “Matera Beauty Experience” organizzata dal Meic (Movimento ecclesiale di impegno culturale) a Matera nella Casa di Spiritualità Sant’Anna dal 31 maggio al 2 giugno prosegue il progetto "I Cammini tra radici e futuro. Il contributo dell’Arcidiocesi di Matera-Irsina al percorso di Matera 2019” che è un progetto di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, coprodotto dall’Arcidiocesi di Matera-Irsina, dall’Associazione Parco Culturale Ecclesiale “Terre di Luce” e dalla Fondazione Matera-Basilicata 2019, patrocinato dal Pontifico Consiglio della Cultura e dall’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana.

L’evento multimediale e multisensoriale, concepito in sé come esperienza di bellezza della parola, della musica, dell’arte anche con inserti musicali, video e icone d’arte, intende proporre la Bellezza come esperienza capace di generare e rigenerare le persone e l’ambiente, favorendone la crescita e lo sviluppo. In particolare, in riferimento anche a casi concreti, saranno presentate la bellezza spirituale e la bellezza dell’arte quali esperienze capaci di fare crescere luoghi e imprese d’arte: la bellezza è volano per lo sviluppo.

Tra gli interventi, si segnalano quelli di mons. José Tolentino de Mendonça (archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa), di don Gianluca Bellusci (Direttore Istituto Teologico di Basilicata), del prof. Luigino Bruni (Ordinario di Economia LUMSA) e della dott.ssa Alfonsina Russo (Direttore del Parco Archeologico del Colosseo).

Sabato 1 giugno, inoltre, nell’Auditorium della Casa di Spiritualità Sant’Anna alle ore 21,00 si svolgerà lo spettacolo teatrale in prima assoluta: “Un sipario a cancelli. Le mille patrie di Carlo Levi”. (regista e autore Vittorio Pavoncello, attore unico Oreste Valente).

“Matera Beauty Experience” rientra nel Cammino delle Letture.

PROGRAMMA MATERA BEAUTY EXPERIENCE

Matera, Casa Di Spiritualità Sant’Anna
31 maggio – 2 giugno


VENERDÌ 31 MAGGIO

h 16.30 “Crescere con la bellezza” - SEMINARIO NAZIONALE DEL MEIC - Prima sessione
In collaborazione con l’Istituto Teologico di Basilicata
Intermezzi musicali a cura dell’Accademia Ducale Centro Studi Musicali
Inserti video e musicali a cura dell’Istituto Comprensivo di Brienza – Sasso di Castalda
“Cos’è la bellezza?” - mons. José Tolentino de Mendonça, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa
“Bellezza in azione” - don Gianluca Bellusci, Direttore Istituto Teologico di Basilicata

h 20.30 Visita guidata ai Sassi: “Suoni di passi nei Sassi”

SABATO 1 GIUGNO

h 8.15 Cattedrale
“Armonia liturgica” - Liturgia della Messa del mattino a cura dell’Orchestra dell’Accademia Ducale Centro Studi Musicali e dei partecipanti al corso di “Operatore musicale della liturgia”

h 10.00 Casa S. Anna
“Crescere con la bellezza” - SEMINARIO NAZIONALE DEL MEIC - Seconda sessione
“Che bella impresa!” - Prof. Luigino Bruni, Ordinario di Economia LUMSA
“Un percorso nella bellezza tra storia e arte” - Dott.ssa Alfonsina Russo, Direttore del Parco Archeologico del Colosseo

Dibattito

h 17.00 Visita dei convegnisti alla mostra di artisti lucani contemporanei “Belle figure” nella chiesa di San Biagio e passeggiata nel centro di Matera

h 21.00 Auditorium Casa S. Anna

Spettacolo teatrale in prima assoluta: “Un sipario a cancelli. Le mille patrie di Carlo Levi”. Regista e autore Vittorio Pavoncello, attore unico Oreste Valente
DOMENICA 2 GIUGNO

h 8.00 Santa Messa festiva (nella cappella di Casa S. Anna)

h 12.00 Visita dei consiglieri alla mostra di artisti lucani contemporanei “Belle figure” nella chiesa di San Biagio e passeggiata nel centro di Matera

domenica 26 maggio 2019

Matera, al via i festeggiamenti in onore di Maria SS. della Bruna


MATERA - Il Presidente dell’Associazione Maria SS. della Bruna, Mimì Andrisani, il Delegato Arcivescovile don Vincenzo Di Lecce e  il Comitato Esecutivo portano a conoscenza delle Autorità religiose, civili e militari, della Stampa e dei Mass Media che mercoledì 29 Maggio, alle ore 16.00, nell’Auditorium “R. Gervasio”, sito in Matera Piazza Sedile, avrà luogo la cerimonia di premiazione degli alunni delle Suole Primarie e Paritarie e degli alunni del Liceo Artistico “C. Levi” di Matera, che hanno partecipato rispettivamente ai concorsi: “Poeti in Festa” e “La Festa della Bruna: tra storia e leggenda”.

Il Presidente ricorda che al concorso “Poeti in Festa” hanno partecipato n. 308 alunni, con elaborati (poesia e disegno) individuali, di gruppo, di classe, mentre gli alunni del Liceo Artistico hanno elaborato n. 8 fumetti individuali e n. 1 di gruppo.

Presiederà S.E. Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, con la partecipazione dei componenti della Commissione Giudicatrice prof.ssa Lucia Pugliese, prof.ssa Grazia Guadagno, la sig.ra Franca Valentino, il Delegato Arcivescovile e il Presidente dell’Associazione Maria SS. della Bruna, unitamente al Comitato Esecutivo e la Coordinatrice dott.ssa Angela Rogges.

Particolarmente soddisfatto il Presidente, che rivolge un vivo ringraziamento per l’impegno profuso ai Dirigenti Scolastici e agli insegnanti delle classi partecipanti.

domenica 5 maggio 2019

Meditazione di Don Giuseppe Caiazzo per la Terza Domenica di Pasqua


MATERA - La vita dei pescatori non è facile. Non basta avere una barca e una rete per pescare. C’è bisogno di esperienza, di predisposizione alla fatica, alla delusione perché non sempre si fa una buona pesca. Bisogna vegliare, andare al largo e spesso sfidare le intemperie del mare rischiando anche la vita. Non basta saper nuotare: il moto ondoso a volte crea vortici che risucchiano ogni cosa negli abissi. I pescatori, una volta tirate le reti, con o senza pesce, continuano a lavorare per ripulirle da alghe o altro rimasto impigliato per rimetterle in ordine ed essere pronti a rigettarle per la notte successiva. Non si pesca di giorno in quanto i pesci sono più attratti verso il fondo del mare, mentre di notte salgono a galla attratti dalla luce della luna, delle stelle ma soprattutto dalla lampare degli stessi pescatori.

La figura dominante, di questa domenica, dopo quella di Tommaso di domenica scorsa, è proprio quella di Pietro, il primo degli apostoli che si ritrova ad essere il più demotivato, scoraggiato, tanto da scegliere di ritornare a fare esattamente quello che faceva prima che Gesù lo chiamasse: il pescatore.

Nonostante avesse avuto testimonianze della risurrezione e lui stesso avesse visto il sepolcro vuoto, non ancora convinto, non guida e non incoraggia i discepoli, come Gesù gli aveva chiesto. Si porta dentro una delusione grande. Si sente ferito, così come chi perde una persona cara, chi perde il lavoro. La fiducia riposta nel Maestro, quindi in Dio, è inutile. L’unica cosa che sa dire ai suoi amici è questa: «Io vado a pescare».

Ritorna esattamente nel posto di prima, dimenticandosi che proprio lì Gesù gli aveva detto che sarebbe stato pescatore di uomini. E in questo camminare a ritroso trascina anche gli altri: «Veniamo anche noi con te».

Una notte di duro lavoro: ormai non sono più abituati da qualche anno. «Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla». Hanno faticato inutilmente e mai hanno ottenuto un risultato così deludente. Tornare indietro, senza Gesù, è la vera fine di tutto. Passano da una delusione all’altra. È come se non fossero più capaci di fare niente. Sono fortemente demotivati e scoraggiati così come capita quando a una situazione di dolore si aggiunge un’altra e poi un’altra ancora.

Immagino i pescatori piegati sulle reti per riassettarle. Delusi continuano a fare le cose ma senza mordente: le fanno perché le devono fare. Sono venuti meno l’entusiasmo, la voglia di fare, la gioia dello stare insieme come avevano fatto chissà quante altre volte. Sono fortemente demotivati: sentimento la cui origine è da ricercare in quella notte nel Getsemani, nello sconcerto generale, tra fuggi fuggi e rinnegamenti vari. Improvvisamente la vita è stata sconvolta. Si ritroveranno insieme ma nel chiuso di una casa dove non avvertono la presenza di Gesù vivo e vittorioso. La gioia della risurrezione non ha contagiato ancora né Pietro né gli altri amici.

In questa triste atmosfera, ancora una volta Gesù risorto si avvicina e chiede: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». “Ma che domanda è questa?” – si saranno chiesti – “Come può essere il nostro stato d’animo se le reti sono vuote?” – Una risposta secca, senza alcuna possibilità di replica. Lo avvertono come un intruso, per cui gli rispondono: «No». Ma lo sconcerto aumenta nel momento in cui chiede loro, esperti pescatori, di fare qualcosa di assurdo, contro ogni logica: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». L’evangelista taglia corto e dice: La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Immagino che avranno improvvisamente alzato la testa e fissato lo sconosciuto con meraviglia, forse anche con rabbia. È la sensazione che si prova quando nei momenti difficili della vita, qualcuno si avvicina, ci mette la mano sulla spalla dicendo: non ti preoccupare! Frasi consolatorie che provocano senso di fastidio quando invece cerchi silenzio o semplicemente un abbraccio, una stretta di mano, vicinanza al tuo dolore.

La forza dell’amore che anima le sponde del lago di Tiberiade, per la presenza e le parole di Gesù, che ancora Pietro non riconosce, lo spinge a fare ciò che un pescatore non farebbe mai. Ubbidendo al Signore, pur non riconoscendolo, fanno una pesca come non era mai successo: le reti sono stracolme, stracolme di 153 grossi pesci, non si rompono. I pesci rappresentano tutte le specie che si conoscevano e le reti la Chiesa che riesce a contenere tutti i suoi figli senza spezzarsi (le porte degli inferi non prevarranno contro di essa, anche quando gli attacchi contro di essa saranno i più feroci).

Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Finalmente gli occhi di uno di loro, Giovanni, si aprono nel riconoscere in quell’uomo Gesù risorto! La reazione di Pietro mette in evidenza lo stato confusionale nel quale si trova. Un pescatore, prima di tuffarsi in acqua, non si mette addosso i vestiti. Pietro lo fa. Succede che di fronte ad eventi straordinari della vita rimaniamo talmente impressionati o confusi che per la gioia o il dolore reagiamo in maniera del tutto illogica.

L’ultima scena è di una tenerezza unica. Gesù, a questo punto, prende Pietro in disparte, lo fissa negli occhi, facendogli una triplice domanda. La risposta di Pietro è imbarazzante ma piena di verità. Non riesce a dire, all’inizio, la piena verità, ma alla terza domanda si arrende: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Ma qual è questa domanda? Gesù chiede: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?», la prima volta. «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?», la seconda volta. «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?», la terza volta.

Precisiamo subito la terminologia. I vangeli sono scritti in greco. Per dire “amore” si usano tre termini: eros (attrazione fisica), filia (bene tra amici), agape (amore vero e proprio).

La domanda che Gesù pone a Pietro è esattamente: Agapàs me pléon toùton, sia la prima che la seconda volta. La risposta di Pietro è molto imbarazzante in quanto non dice agape ma filia. Ha ragione. Si porta dentro quel triplice tradimento che lo ha segnato e non coglie che la domanda ripetuta per tre volte da Gesù ha lo scopo di guarirlo da quella ferita ancora sanguinante. Il Maestro sa benissimo che non è stato in grado di amarlo secondo l’agape, pur volendogli bene. La scena diventa ancora più bella nel momento in cui è Gesù che scende dalla pienezza dell’amore che prova per lui, al suo livello e gli chiede: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?» (fileis me) Pietro, a questo punto, si arrende completamente e risponde: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». È la sincerità di un uomo che pur avendo ricevuto tutto da Gesù, compresa l’investitura ad essere il primo dei discepoli con il compito di guidare la Chiesa, sa che nel suo cuore ancora non abita la pienezza dell’amore ma certamente un bene, seppur grande, che il Maestro conosce benissimo.

Questo è il momento decisivo della liberazione: Pietro non sarà mai in grado di amare Gesù allo stesso modo in cui è stato amato e viene amato. Questo significa che nessuno di noi potrà mai dire di amare il Signore abbastanza, anche quando, come S. Teresina di Lisieux, scopriamo che la nostra vocazione è l’amore! Nonostante tutto, Gesù ci cerca, si fida e ci affida la missione di essere, nella diversità ministeriale, pastori, guide, testimoni.

† Don Pino

domenica 28 aprile 2019

Omelia di mons. Antonio Giuseppe Caiazzo nella II Domenica di Pasqua 2019

MATERA - Cristo è risorto! E’ veramente risorto! Con queste parole ci siamo lasciati la Domenica di Pasqua, dopo quaranta giorni di quaresima durante i quali abbiamo contemplato la sofferenza e la morte nelle sue diverse sfaccettature. Con queste parole abbiamo iniziato questo nuovo percorso di Pasqua che durerà cinquanta giorni, fino a Pentecoste.

Da un tempo di contemplazione della sofferenza, della tristezza, dell’angoscia, della penitenza, dei tradimenti, della morte e del grido soffocato della morte, alla gioia immensa della vittoria della vita sulla morte. E’ la vittoria dell’amore più forte del sangue versato, più potente delle bombe che procurano stragi di uomini, donne e bambini innocenti in preghiera. E’ il profumo di Cristo risorto che sconfigge il fetore dell’odio religioso. Sono i giorni della gioia da condividere, da trasmettere per contatto e non con parole, con gesti concreti fino a far entrare la propria carne in quella dell’altro, come il sangue che dalle proprie vene entra in quelle di un fratello, di una sorella, di un giovane, di un bambino che non conosco: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Così dice Gesù a Tommaso.

A voi che fate parte della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue, convenuti qui da tutta Italia, nella nostra città di Matera, do il benvenuto salutandovi con le stesse parole di Gesù: “pace a voi!”

Tra le figure degli apostoli quella che mi affascina maggiormente è proprio quella di Tommaso: presentato erroneamente come il discepolo che non crede. Invece c’è la storia di ogni uomo, di ogni cristiano che vive la tensione verso l’uomo, verso Dio. Mi spiego.

Tommaso è l’unico discepolo che non è presente il primo giorno dopo il sabato, quindi la Domenica, giorno del Signore, quando Gesù appare ai discepoli, si mostra vivo e parla con loro. E’ l’unico che è stato capace di affrontare il mondo ostile fuori del cenacolo che avevano fatto chiudere nelle loro paure tutti gli altri apostoli. Probabilmente alla ricerca di risposte al dolore per la morte così tragica del proprio maestro. Tommaso non accetta di lasciarsi consumare da questo sentimento che chiude a qualsiasi speranza rimanendo nel buio della morte per chi ormai non c’è più. Tommaso ha bisogno di capire, di rielaborare ogni cosa senza piangersi addosso. E’ colui che non accetta di lasciarsi scacciare da una delusione così immensa. E’ troppo grande la ferita che ha dentro, così come d’altronde lo è per tutti gli altri discepoli. C’è una differenza: vuole allontanarsi da quel chiuso dove non si respira più vita ma solo tragicità, fatalità, crudeltà. Sente che ha bisogno di respirare e ritornare a gustare la bellezza della vita così come quando il maestro era accanto a tutti loro.

Tommaso quando rientra gli apostoli gli dicono: «Abbiamo visto il Signore!». Risponde con una frase che ci fa pensare seriamente: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Ha ragione a dire queste parole. In quello che dicono i suoi fratelli di fede e compagni di viaggio non avverte credibilità. Una Chiesa spenta che, nonostante annunci la Pasqua, la vittoria di Cristo sulla morte, vive chiusa e arroccata fra quelle quattro mura, incapace di testimoniare la gioia del Risorto. Tommaso contesta non la possibilità che Gesù possa essere risorto realmente ma che quella Chiesa riunita non è credibile perché immobile, rassegnata e ripiegata su se stessa. E’ una Chiesa formata da uomini, consacrati e non, che non trasmette vita, gioia, incapace di far circolare l’amore come una trasfusione di sangue che esce dalle proprie vene ed entra in quelle di un altro. Tra le loro parole e le loro azioni non trova coerenza. Tommaso non accetta questo tipo di Chiesa. Vuole toccare con mano entrando nelle ferite del Risorto. Quel Risorto che i suoi amici di fede non riescono a fargli né vedere, né toccare.

Tommaso esce di nuovo da quel Cenacolo, continuando la sua ricerca, ma non abbandona la Chiesa perché i componenti della stessa lo hanno deluso (Papa, Vescovi, Preti, Religiosi, Laici…). Otto giorni dopo lo troviamo di nuovo in quella Chiesa che lui contesta e lo delude fortemente. Tommaso ha capito più degli altri che non è scappando dalla Chiesa, per quante ragioni si possano avere, che si è credibili o veri. Otto giorni dopo, nel giorno della Pasqua settimanale, la Domenica, è con i fratelli di fede a condividere la preghiera. Lui ha bisogno di loro, nonostante tutto, e loro hanno bisogno di Tommaso. E’ esattamente in questo stato di preghiera che crea relazione, comunione, fraternità, che Gesù si manifesta come prima, annunciando la pace e portando la pace, lui che è la pace. Questa scena è bellissima. Gesù si rivolge a Tommaso non per rimproverarlo ma per esaudire un suo desiderio ben preciso. La Risurrezione non è un racconto ma un’esperienza vissuta in prima persona dove il contatto con Gesù vittorioso non è virtuale ma fisico. C’è un contatto che richiede coraggio nel liberarsi totalmente dalle proprie paure e lasciarsi conquistare da quelle ferite dalle quali il sangue è uscito copioso a favore dell’umanità. C’è un contatto che crea relazione d’amore perché dal proprio corpo esca la stessa vita donata gratuitamente a favore degli altri. Alla luce di queste considerazioni possiamo rileggere meglio quanto dice Gesù: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Credente e credibile è colui che fa passare la vita donata del Cristo attraverso la propria che diventa trasmissione del sacramento di salvezza.

Tommaso, infine, è l’unico apostolo che fa una solenne professione di fede: «Mio Signore e mio Dio!». Riconosce che Gesù è veramente il suo Signore, il suo Dio. Il suo unico scopo, ormai, è quello di vivere in lui, per lui e con lui. Non è forse questa la missione di ogni cristiano? E’ questa l’immagine vera di una Chiesa che non rimane arroccata su se stessa ma vive quotidianamente la tensione verso chi ha sete di vita, vuol respirare amore donato, desidera condividere il pane della fraternità, così come quello che spezzeremo fra poco: Cristo, cibo di vita eterna. Gesù, al termine di questo stupendo incontro che cambia per sempre la vita di Tommaso dice a tutti noi: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Non è un rimprovero di Gesù ma un invito ad aprirsi alla speranza: lui sarà con noi, per sempre. Di questo ne è certo chi con la vita saprà dire: “Signore mio e Dio mio”.

Anche a voi, carissimi della FIDAS, il Signore si è mostrato risorto come a Tommaso, invitandovi a mettere nelle sue piaghe le vostre mani. Da queste piaghe fuoriesce la vittoria della vita sulle potenze del male, la linfa vitale di quel sangue in continua circolazione riaprendo la speranza e la forza nella vita. A questa fede trasmessa per contatto e non con parole, come dice la prima lettura, “sempre più, però, venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne, tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti”.

Risurrezione passa attraverso il contatto personale che ognuno di noi ha con il Cristo facendosi compagni di viaggio di quanti ogni giorno hanno bisogno di ricevere vita dalle nostre vite. E’ un flusso d’amore che circola e abbraccia le membra doloranti di un’umanità bisognosa di sentire il calore umano, l’affetto, la condivisione, l’accoglienza, la fraternità che rompe le barriere e gli steccati, continuando a costruire ponti d’incontro tra le diverse culture, religioni, razze.

A noi è affidata la stessa missione che il Padre affidò al Figlio. E’ quanto Gesù dice agli apostoli: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».

Che il Signore possa servirsi di ognuno di noi! Il suo sangue versato per salvare l’umanità possa continuare a sgorgare copioso dalle nostre vene per dare vita a chi ha bisogno di riaccendere la speranza della Risurrezione.

Così sia.

† Don Pino

domenica 21 aprile 2019

Omelia di mons. Caiazzo nella veglia di Pasqua


MATERA - Carissimi, mi porto dentro un bellissimo ricordo della notte di Pasqua. Quando ero bambino, al suono delle campane che annunciavano la Risurrezione, la mia cara mamma svegliava noi figli per annunciarci che Gesù Cristo era risorto! Ma non bastava questo brusco risveglio: batteva due coperchi delle pentole tra loro, in armonia con le campane girando per tutta la casa!

Una teologia spicciola, casalinga, alla portata di tutti! Piccoli riti che hanno trasmesso a me, alle mie sorelle, alla mia generazione il senso della Risurrezione di Gesù. Eppure mamma aveva studiato fino alla quinta elementare e papà era analfabeta.

Benedette mamme che non avevano il tempo nemmeno per lamentarsi per le tante cose che ancora in casa non c’erano, incominciando dall’acqua corrente, dall’energia elettrica che spesso e volentieri mancava, per cui si ricorreva al lume a petrolio!

Si, benedette mamme, che impregnate del sacro, parlavano con la danza, il suono, il canto che diventavano armonia in tutti i momenti della giornata: senza sosta, sempre a lavorare ma con il sorriso della Pasqua impresso sui volti!

La teologia della Risurrezione di Cristo, come le donne di buon mattino al sepolcro, ce l’hanno saputa trasmettere nell’ordinario della quotidianità. Non era mai banale o formale l’augurio di Pasqua: era realmente annuncio di vittoria di Cristo sulla morte! Vittoria sulla tristezza, sul lamento, sulla depressione, sulle lacrime che, come pioggia caduta dal cielo, irrigano e fecondano la nostra esistenza.

Come le donne del vangelo che, alle prime luci dell’alba, si recarono al sepolcro, per le nostre mamme ogni mattina è stata sempre un’alba di risurrezione, anche nei momenti di dolore, di stanchezza, di malattia, di freddo o caldo. L’alba della risurrezione ci è stata raccontata e annunziata non con belle frasi ma con la vita capace di esprimere questo senso di vittoria su ogni forma di morte.

Nostalgia del passato? Forse, ma non penso. Sono sicuro che sono cambiate le modalità ma in quante famiglie cristiane anche oggi si celebra realmente la Pasqua del Signore!

Sono storie dei nostri giorni che si vivono nelle nostre case, sui posti di lavoro, in giro per il mondo. Storie di vittoria di Cristo sulla morte, sul dolore, sulla disperazione. Una forza straordinaria, che non viene dall’uomo ma da Dio, fa rotolare la naturale pietra tombale che la vita impone, scrivendo pagine di risurrezione riconosciute tali solo da chi, nell’impotenza le ha vissute accanto e ne ha fatto tesoro.

Penso alla storia della piccola Mary di Scanzano Jonico: l’amore di mamma e papà insieme all’intera famiglia ha contagiato chiunque si è recato in quella casa. La tomba del sepolcro nulla ha potuto contro la forza della vita vittoriosa in Cristo Gesù.

Come dimenticare la giovane mamma, Lucia, di Marconia, partita da questa terra verso gli spazi infiniti dell’eternità con quel sorriso smagliante che ha illuminato quanti le stavano vicini fino all’ultimo respiro! In una videochiamata, mi ha detto, svegliandosi come d’incanto dal torpore del sonno della morte: “non ho paura, sono pronta” e subito dopo ha chiuso gli occhi a questa vita per riaprirli per sempre a contemplare la luce eterna.

Uno dei primi ammalati che ho incontrato, venendo a Matera, è stato Vincenzo, ammalato di SLA. Giovane papà capace di parlare con gli occhi e di infondere coraggio. Quanta pace! Nonostante il dolore e il vuoto, ha lasciato una scia di profumo di vita che hanno saputo raccogliere quanti l’hanno conosciuto, soprattutto la moglie, i figli e familiari tutti.

L’elenco di storia di vittoria della vita sulla morte sarebbe lungo ma non posso dimenticare certamente il giovane Lazzaro di Metaponto dove la fede dei suoi genitori, nonostante il grande dolore e il vuoto che un figlio può lasciare, stanno trovando appoggio alla croce gloriosa di Cristo rendendoli testimoni di vita. O il giovane papà Francesco, di Matera, che, incontrando in modo nuovo il Signore nella sua malattia, ha saputo lasciare ai suoi giovanissimi figli e a sua moglie una grande testimonianza: è possibile affrontare la malattia e la morte abbandonandosi completamente tra le braccia misericordiose di Dio.

Giovani, uomini e donne pronti a seguire Cristo fino in fondo. Testimonianze scritte nel libro della vita consegnato a noi perché continuiamo a leggere e meditare come sia vera la storia di Cristo che oggi continua a vincere sulla morte.

La pietra sepolcrale, che sigilla per sempre nel buio senza uscita quella carne che ritorna alla terra, ancora una volta viene fatta rotolare dalla certezza che il Dio di Gesù Cristo distrugge la morte e ci apre alla speranza della Risurrezione.

Ciò che per tanti è la fine di tutto, per noi cristiani è l’inizio vero di ogni cosa. Il cattivo odore della morte lascia il posto al profumo di vita nuova che in Cristo noi riceviamo: in lui siamo più che vincitori!

Celebrare la Pasqua significa, allora, cogliere il passaggio di Dio oggi nella storia degli uomini per rianimarli dallo sconforto, dalla rassegnazione, dal pessimismo che spesso chiude alla speranza del cambiamento. Nessuno di noi potrà vivere l’autentico messaggio della Pasqua se non sente la certezza che Cristo oggi attraversa la sua vita.

Faccio mia una frase del compianto Mons. Antonio Riboldi, vescovo di Acerra, che diceva: “Voler cancellare le impronte di Dio tra noi – anche oggi – è cancellare l’alito di Vita di Dio in noi”.

Impronte che sono evidenti e sulle quali noi camminiamo uscendo dal buio della storia per tracciarne altre perché le nuove generazioni possano percorrerle e tracciarne ancora altre. È la storia della salvezza che ci fa sentire l’alito di Dio che ci possiede rimettendoci in piedi, per camminare, in una semina di vita, tra i solchi della terra tracciati con l’aratro della fede, il vomere della speranza, per arricchire la messe della carità. Immagine del passato capace di cogliere che anche oggi Gesù continua ad entrare nei loculi della vita per tirare fuori quanti hanno perso il gusto e la bellezza del vivere e tornano a respirare l’alito di Dio.

Quando perdiamo una persona cara, il vuoto che lascia è incolmabile. Lo diciamo e soprattutto lo sperimentiamo. L’amore ci porta, come le donne che si recano al sepolcro, nel luogo dove il corpo si trova per sfiorare con la mano e lo sguardo quella lapide sempre più fredda. Eppure compiamo un gesto importante: poniamo dei fiori, lasciamo accesa una lampada. Sono il segno della bellezza e del profumo del Paradiso, segno della luce eterna che splende per sempre.

Ma c’è un passaggio più importante nella celebrazione della Pasqua. Non è desiderando la morte o chiudendosi in un mondo di morte la condizione che favorisce la pace nella vita eterna. La vita va comunque vissuta ritrovando entusiasmo, voglia di esserne protagonisti. Non possiamo cercare tra i morti colui che è vivo. Sono esattamente le parole dei due uomini, presumibilmente angeli, alle donne doppiamente disperate: perché il loro maestro e Signore è stato ucciso e perché adesso non hanno un luogo e un corpo su cui piangere.

Noi non poniamo la nostra speranza in un luogo, per quanto sacro e importante possa essere, ma in quel Dio che si è fatto uomo e che ha infranto le rocce della morte, riempiendo di luce i volti segnati dal dolore, dall’angoscia. È la luce del Cristo risorto che ridà colore alla vita, sapore alla quotidianità, forza nelle tribolazioni, speranza nelle delusioni.

Questa nuova consapevolezza ridona energia alle donne che ritornano nel cenacolo per annunciare quanto hanno visto e sentito ma soprattutto quanto stanno vivendo: se prima piangevano di dolore, ora le lacrime hanno il sapore di una commozione piena di gioia.

È l’esperienza che vive Pietro che, nonostante sia molto perplesso da quanto le donne hanno raccontato, recandosi al sepolcro insieme a Giovanni e trovando solo i teli, prova stupore e il suo cuore si riempie di gioia. Sperimenta così l’armonia del compimento delle promesse, la melodia del canto della vittoria. Quanto Gesù ha loro insegnato ora si è compiuto. Lo comprendono solo alla luce di quanto hanno sentito, visto e toccato.

Non si parla del Risorto perché altri ne parlano. Solo chi l’ha realmente incontrato e sa raccontare con la propria vita quanto il Signore ha fatto per lui, potrà dire che la sua testimonianza è vera. Non a caso nell’Epistola S. Paolo, scrivendo ai Romani, ci ha detto: “Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù”.

In questa Santa notte abbiamo la gioia di celebrare i sacramenti dell’iniziazione cristiana (Battesimo, Cresima ed Eucaristia): questi sei Catecumeni si sono preparati nelle loro comunità parrocchiali attraverso un serio cammino e hanno alimentato sempre più il desiderio di diventare cristiani.

Carissimi catecumeni, fra poco sarete battezzati: entrerete a far parte di questa grande famiglia che è la Chiesa e diventerete figli di Dio, quindi nostri fratelli. Insieme a voi crediamo nel Cristo che ha distrutto la morte. Nel fonte battesimale, nuovo Mar Rosso, morirà il vostro peccato. Dall’acqua del Battesimo nascerete e risorgerete a vita nuova. Sarete unti di Spirito Santo con l’olio profumato del Crisma per essere nel mondo il profumo di Cristo.

Vi accosterete alla mensa eucaristica nutrendovi dell’unico pane, cibo di vita eterna, e bevendo all’unico calice, contenente il sangue di Cristo. Voi stessi sarete il Corpo di Cristo.

Cari giovani, siate testimoni del Risorto. Con voi ringraziamo il Signore che provvede a generare, per mezzo della Chiesa, nuovi figli. Per voi preghiamo perché siate capaci di mantenervi fedeli alle promesse fatte durante gli scrutini e i diversi passaggi.

Ci affidiamo al sostegno di Maria, Madre del dolore e della risurrezione, aprendoci sempre più a un’unica certezza: Dio è fedele sempre e non tradisce mai l’amore che prova ognuno di noi.

E allora con gioia e forza, questa notte diciamo: Cristo è Risorto! È davvero Risorto!

Amen.

domenica 24 marzo 2019

Quaresima: riflessioni dell'arcivescovo di Matera-Irsina mons.Caiazzo


MATERA - Anche questa domenica rimaniamo in alta quota. Dal Tabor della trasfigurazione di Gesù al monte del Sinai con il roveto ardente che brucia e non si consuma.

Come dimenticare la mia arrampicata lungo la dorsale del Sinai insieme ad un gruppo di pellegrini! Davvero molto faticosa ma, una volta in cima, che meraviglia!

Il sole stava per tramontare: celebrammo la messa su un altare di fortuna e, al momento della consacrazione, abbiamo risentito le parole che Dio disse a Mosè: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E così facemmo.

Mentre il sole ormai tramontava, sentivamo il calore di quel “Roveto” che ardeva nel nostro cuore. Ci avvolgeva il buio più denso, rischiarato dalle stelle che apparivano così vicine e luminose da avere la sensazione di poterle toccare. Mai visto uno scenario così bello e struggente.

La discesa, di notte, fu ardua, faticosa e rischiosa nonostante fossimo muniti di torce elettriche, ma la gioia era talmente grande che niente ci faceva paura. Quanto descritto nella prima lettura l’avevamo vissuto e, come Mosè, ci sentivamo inviati da Dio a scendere in mezzo al popolo per portare il suo annuncio di liberazione, di salvezza.

Scendemmo da 1500 mt a 1000 mt in pieno deserto, dove c’era il nostro albergo. La gioia era davvero tanta che nessuno voleva andare a letto nonostante l’ora tarda. Incontenibile era la voglia di rivivere e condividere quanto avevamo vissuto.

Anche in questa terza domenica di Quaresima salire e scendere comportano fatica, azioni ardue ma necessarie per arrivare a Dio: salire per stare con lui, riempirsi della sua Parola, della sua luce e calore e scendere a valle con una missione: «Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».

Dio non ha bisogno di uomini pii disincarnati dalla vita, dalla storia. Servono uomini di contemplazione ma pronti a tuffarsi, in quanto uomini, tra gli uomini bisognosi di essere sostenuti, illuminati, accompagnati, liberati dalla tante forme di schiavitù generate da interessi personali, da politiche di distinguo, da sentimenti di odio e di discriminazione.

Gesù nel Vangelo ci fa comprendere, attraverso questo meraviglioso insegnamento, che il Dio che lui è venuto a rivelarci non è quello che punisce. Che non ci sono gli eletti e gli infedeli, categorie culturali e religiose create da noi in base a particolari momenti storici e per convenienza. Gesù ricorda alcuni episodi drammatici della storia della salvezza: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Episodi che fanno ritornare ogni uomo con i piedi per terra: nessuno è migliore dell’altro. Dio è amore e non punisce nessuno. Le punizioni che notiamo non vengono da Lui: sono la logica conseguenza dei nostri errori, soprattutto quando ci ostiniamo a non riconoscerli. Diventiamo schiavi delle logiche del perbenismo religioso, del puritanesimo e del moralismo declamato, del giudizio ossessivo. Sono queste torri, progettate e costruite ad arte, che, come la storia insegna, un giorno rovineranno conseguentemente sugli uomini.

Dio, proprio perché è Amore, continua a donarci tempo. Tempo per ripensare la nostra vita, la nostra storia con gli altri. È questo il senso dello zappare e coltivare l’albero ancora per un anno. Si vedranno i frutti, si raccoglieranno e si gusteranno se, con pazienza e continuità, si andrà avanti: ciò che viene da Dio non può finire ma trova sempre terreno fertile nei cuori amanti della vita, dell’intera umanità, dell’ambiente. Capaci di soffrire, sacrificandosi per un bene più grande, con lo sguardo lungo, verso orizzonti senza confini.

† Don Pino

domenica 17 marzo 2019

Quaresima: riflessione dell'arcivescovo di Matera-Irsina mons.Caiazzo

MATERA - Mi ha sempre affascinato la montagna. Abituato a vivere in riva al mare e godere della freschezza delle acque cristalline, comunque sono stato sempre attratto dalle cime dei monti della Sila che nitidamente guadavo, soprattutto innevate. Ogni volta che ne ho avuto occasione, ho goduto del fascino della montagna: fascino vissuto sulle cime delle Alpi, delle Dolomiti, delle Montagne Rocciose nel Colorado, sul Gran Sasso. Questa è la montagna che ho particolarmente amato e dove spesso sono tornato sperimentando la sfida dell’altezza, attraversando sentieri impervi.

Ogni volta che si arriva in cima, nel godere del panorama circostante, si dimentica la fatica, e, nonostante il fiatone, si respira quell’aria salubre che rinfranca.

Gesù spesso si ritira sul monte a pregare. Sente il bisogno di stare da solo con il Padre. Sale verso di Lui lasciandosi avvolgere dallo Spirito Santo e vivere la circolarità dell’amore trinitario.

La sua missione senza la comunione con il Padre e lo Spirito Santo risulterebbe centrata solo sulla sua persona, sul culto di sè e non di quel Dio Amore che lui è venuto a mostrarci, rivelandocelo.

Missione che i discepoli, nonostante vivano accanto a Lui e ricevano i suoi insegnamenti, non colgono. Si vantano di essere seguaci del Maestro ma non leggono in lui la presenza divina che rimanda a contemplare il volto del Padre. Contemplazione che cresce solo se si alimenta con la preghiera, stando con lui e ascoltando la voce dello Spirito.

I discepoli non sono stati di aiuto alla missione di Gesù, soprattutto nell’ora del Getsemani, quando il sonno li colse nel momento in cui avrebbero dovuto offrire maggiore vicinanza a Gesù che li supplicava di pregare e vegliare con lui.

Non possiamo capire il senso del vangelo della seconda Domenica di Quaresima, la trasfigurazione di Gesù, se non alla luce di questo cammino di fede. Un cammino in salita che, illuminato dalla Parola che si ascolta, ha bisogno di aprirsi al trascendente, per immergersi nella sua pienezza e gustare, come Gesù, la gioia dell’Amore trinitario.

La luce che avvolge Gesù, così come è descritta dall’evangelista, manifesta l’impossibilità di alcuno di parlare il linguaggio di Dio e agire da Dio se non entra in quella stessa luce nella quale sono entrati Mosè ed Elia.

E’ Gesù che conduce la Chiesa, rappresentata da Pietro, Giacomo e Giovanni, all’intimità con Dio. Un pastore, che sia Papa, Vescovo o Presbitero, non sarà mai fedele alla sua missione per la quale è stato scelto, se innanzitutto non vive l’intimità trinitaria entrando quotidianamente nella circolarità di questo amore. Non basta organizzare eventi, feste, pellegrinaggi, tavole rotonde, nemmeno catechesi e liturgie ben curate. Non siamo chiamati ad essere delle ONG, ma ospedali da campo (direbbe Papa Francesco). Se manca l’intimità con il trascendente tutto diventa inutile, nonostante lo sforzo di cercare quotidianamente il Dio Amore. L’umano prende il posto del divino e, più che rendere culto a Dio, si celebra il culto del consacrato.

Un fedele laico, papà, mamma, figlio, nella diversità professionale e vocazionale, non servirà mai da cristiano quanto quotidianamente vive, se non è animato dal desiderio di rimanere nel silenzio e nella luce di Dio. Nella famiglia, nella scuola, nella politica, in ogni settore del mondo del lavoro, si diventa incisivi e veri costruttori del bene comune nella misura in cui si sperimenta ogni giorno l’incontro con il totalmente Altro: Dio.

Non lasciamoci prendere dalla frenesia del fare, ma troviamo il tempo per contemplare tuffandoci nel silenzio di Dio. La vera carità che si esprime nella gratuità della donazione, mettendo da parte se stesso, è quella che mostra sul proprio volto, il Volto del Padre, l’agire di Cristo che vive in noi, la potenza dello Spirito Santo che rinnova la faccia della terra.

Salire sul monte significa salire verso Dio per stare con Lui e rivestirsi di Lui.

Scendere a valle, nella quotidianità, significa agire e operare secondo la logica dell’Amore di Dio che è relazione, circolarità, fecondità.

†Don Pino

domenica 10 marzo 2019

Mons. Caiazzo: "Il linguaggio di Dio è uno solo: quello dell’amore"


MATERA - Siamo ormai nel periodo di Quaresima e mons. Antonio Giuseppe Caiazzo ci fa dono di una sua riflessione sul senso del Vangelo della prima Domenica di Quaresima.

1^ DOMENICA DI QUARESIMA 2019

Condivido con voi un ricordo di quando, giovanissimo, per la prima volta a Roma visitai il Colosseo. Ripensai a quanto avevo studiato a scuola e con l’immaginazione ricostruii uno scenario forse visto in qualche film. Mi passò davanti la lotta tra gladiatori: amici/nemici che dovevano combattere per sopravvivere, mentre il pubblico, numerosissimo, come oggi negli stadi di calcio, rumoreggiava e faceva il tifo godendo nel vedere scorrere il sangue o le fiere che si accanivano sui corpi indifesi.

Meditando la Parola di questa prima domenica di Quaresima mi è ritornata questa immagine: un’arena posta nel deserto, senza pubblico, dove al centro ci sono Gesù e il demonio. Quest’ultimo, scrutando la debolezza di Gesù, dopo quaranta giorni di digiuno, pensa di poter prevalere e annientarlo usando l’arma della Parola di Dio. Parola che viene strumentalizzata a suo piacimento. Gesù non si lascia incantare da un suono che ben conosce: risponde con la stessa Parola liberante che aiuta l’uomo a sentirsi vero, amato.

Una lotta nell’arena del deserto quaresimale dove il “gladiatore diavolo” usa tutti i trucchi (attingendo alle armi dell’insegnamento di Dio) per lottare contro Gesù che, nella fragilità fisica dovuta al digiuno, considera gladiatore pronto a cedere le armi. Ma sono le medesime armi della Parola rivelata che stroncano sul nascere le velleità di vittoria.

Il linguaggio di Dio è uno solo: quello dell’amore. E l’amore è fecondità, vita, vittoria sull’inganno, desiderio del bene e non del possesso dell’altro.

La lotta nell’arena della storia personale è segnata spesso dal desiderio di soddisfare la carne. Gesù, in quanto uomo provato fisicamente, ne ha tanto bisogno: ha fame realmente! Vive la debolezza di un’umanità che in tante parti del mondo sperimenta quella fame che morde le viscere, nel mentre c’è un’altra parte di umanità che sperpera e non è mai contenta.

C’è fame di verità, di giustizia, di uguaglianza, di amore vero. L’inganno si nasconde dietro la stessa Parola che si annuncia, non perché la Parola inganna, ma perché a volte ci si serve della Parola per scopi personali, usando l’innocenza, deturpando l’amore, innalzando barriere, imprigionando l’umanità debole e ferita da ingiustizie e soprusi.

In quest’arena, dove la debolezza dell’uomo c’è tutta, Gesù si trova davanti colui che è caduto dal cielo e che, pur conoscendo Dio, è senza Dio: è vuoto! Parla con il linguaggio di Dio ma non da Dio! Ecco l’inganno!

Il male non molla. Incalza Gesù, fa di tutto per catechizzarlo e convincerlo ad abbandonarsi ai desideri della carne: debole e bisognoso di alimenti vitali, rischia di volgere lo sguardo su se stesso, cercando la gloria personale, e di mettersi al posto di Dio.

Gesù, al contrario, è pieno di Dio e volge lo sguardo verso di Lui. E chi volge lo sguardo verso Dio è capace di volgerlo verso il suo simile, segnato dal limite, dalle ferite della sua fragilità. E’ capace di condividere e di lottare fino a morire, pur di dare realmente da mangiare e restituirgli il potere della vita, adorando la santità di Colui che si è fatto cibo di vita eterna in un pezzetto di pane e in un sorso di vino.

Il demonio è un insoddisfatto, un individualista, un egoista, capace di strumentalizzare la debolezza dell’altro, di usarlo. Lo lascia in una aridità spirituale che lo porta inesorabilmente alla morte non solo del corpo ma anche dell’anima. Perde definitivamente il gusto e la gioia della speranza nella vita eterna.

Gesù, Parola che si è fatta carne, volge e va volgere lo sguardo verso Dio. Lui è la Via, la Verità e la Vita. Lui è la Risurrezione, la vittoria sul male, sulla morte.

† Don Pino

domenica 13 gennaio 2019

Arcidiocesi di Matera-Irsina: intervento del segretario del Sinodo


MATERA - Carissimi do il mio Benvenuto a tutti:

al Popolo santo di Dio protagonista del Sinodo, Chiesa in cammino nelle varie comunità, associazioni e movimenti, e che insieme forma l’unica Chiesa di Matera – Irsina;

ai delegati al Sinodo, sacerdoti, religiosi e religiose e laici, che avremo la responsabilità di ascoltare, discernere, individuare vie nuove per l’annuncio del Vangelo in questo nostro tempo;

al Carissimo Padre Arcivescovo che ci ha convocati per condividere con lui la gioia e la responsabilità della guida della nostra Chiesa;

a S. E. Mons. Salvatore Ligorio, già nostro arcivescovo e ora Metropolita di Basilicata, che ci onora della sua presenza orante e che, dopo la Visita Pastorale durata ben quattro anni dal 2011 al 2015, stava maturando la decisione di proporre un Sinodo;

agli Ecc.mi Arcivescovi e Vescovi delle Chiese di Basilicata, S.E. Mons. Vincenzo Orofino, S.E. Mons. Francesco Sirufo, (S.E. Mons. Ciro Fanelli), S.E. Mons. Giovanni Intini, S.E. Mons. Michele Scandiffio, S.E. Mons. Agostino Superbo, S.E. Mons. Rocco Talucci, la Vostra presenza qui esprime visibilmente e testimonia la grande e sostanziale comunione tra Voi Vescovi e tra le Chiese di Basilicata;

al Pastore della Chiesa Battista in Matera, Dott. Luca Reina, con la comunità Battista è in atto da molto tempo un dialogo ecumenico nella preghiera e nell’amicizia;

alle Autorità Civili e Militari presenti con le quali la Chiesa è in dialogo e cammina insieme per realizzare il bene comune.

Un particolarissimo pensiero e ringraziamento va a papa Francesco, che al Convegno di Firenze del novembre 2015 ha incoraggiato le Chiese che sono in Italia a intraprendere un percorso sinodale, “permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità che avrete individuato in questo convegno” intravvedendo in questo stile di Chiesa sinodale l’urgenza di una conversione pastorale, perché la gioia del Vangelo raggiunga tutti e in modo particolare coloro che vivono le periferie esistenziali.

Un’occasione storica ci vede qui riuniti in questa Basilica – Cattedrale, Chiesa Madre della nostra Diocesi, l’apertura del Primo Sinodo della Chiesa di Matera – Irsina, da quando nel 1976 ha preso questa configurazione, Primo Sinodo dopo la celebrazione del Concilio Ecumenico Vaticano II.

È proprio dal Concilio e dal Convegno di Firenze che la nostra Chiesa ha preso a muoversi nel realizzare l’anno scorso il percorso sinodale studiando l’Evangelii gaudium e le quattro costituzioni conciliari Sacrosanctum Concilium, Dei Verbum, Lumen gentium e Gaudium et spes.

Ora dopo l’indizione del Sinodo avvenuta il 19 maggio 2018 e la preparazione e la consegna dell’Instrumentum laboris siamo pronti per metterci in ascolto di ciò che lo Spirito suggerirà alla nostra Chiesa, in ascolto della Parola fatta carne che è viva ed efficace e che continua a manifestarsi nella carne dei poveri e a parlare attraverso il sensus fidei del popolo di Dio.

Le diciotto sessioni del Sinodo toccheranno alcuni punti essenziali della vita della Chiesa e della vita delle persone destinatarie dell’annuncio evangelico.

Partiremo sicuramente dal riscoprire la freschezza e la novità perenne della persona di Gesù Cristo e del suo Vangelo.

Gesù, vino nuovo, ha bisogno di essere accolto in otri nuovi e sempre capaci di rinnovarsi al contatto con Lui, per assumerne i sentimenti.

Papa Francesco a Firenze ha suggerito che il cristiano deve avere i sentimenti di Cristo per realizzare il nuovo umanesimo:

Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente.

Una Chiesa che presenta questi tre tratti – umiltà, disinteresse, beatitudine – è una Chiesa che sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente. L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (Evangelii gaudium, 49).

Vorremmo che lo stile sinodale fatto di ascolto di tutti, di parresia, di franchezza, di valorizzazione dei doni presenti in ciascuno, che sperimenteremo nel Sinodo, diventi lo stile ordinario e feriale delle nostre comunità, attraverso un reale funzionamento degli organismi di partecipazione ecclesiale. Una Chiesa in uscita che sappia andare incontro alle persone, che non si chiude nelle sacrestie, nei riti, in un devozionismo rassicurante o nel “si è fatto sempre così”, nell’autoreferenzialità.

Il Sinodo ci chiederà di rivedere le strutture ecclesiali perché siano a servizio dell’evangelizzazione e non fini a sè stesse o per preservare un certo prestigio.

L’azione pastorale bisogna che abbia al centro Gesù Cristo e il fine per cui è venuto: salvare l’uomo, tutto l’uomo e tutti gli uomini. Bisogna allora che conosciamo e amiamo gli uomini e le donne di questo nostro tempo, con le loro risorse e fragilità, con il desiderio di felicità e di verità che li anima, evitando giudizi facili o pregiudizi che allontanano.

La Chiesa “madre e maestra” oggi deve essere più madre, più capace di accoglienza e di tenerezza, capace di offrire speranza e di suscitare domande prima di dare risposte preconfezionate che magari non trovano riscontro nel cuore delle persone.

Dovremo rivedere il modo di fare catechesi, le forme di primo annuncio, di predicazione; dobbiamo riscoprire l’ars celebrandi, in questo ci aiuterà anche la pubblicazione del nuovo Messale, perché le nostre liturgie siano più vibranti dell’azione dello Spirito ed esperienza del mistero e meno spettacolo.

Vorremmo che la Chiesa tutta e ogni suo membro diventi più missionaria, più aperta alle novità dello Spirito alle necessità dei fratelli in umnaità.

Il Sinodo dovrà aiutare la Chiesa a farsi carico degli ultimi, dei piccoli, dei poveri, delle famiglie in difficoltà, dei senza speranza…

“A tutta la Chiesa italiana raccomando ciò che ho indicato in quella Esortazione: l’inclusione sociale dei poveri, che hanno un posto privilegiato nel popolo di Dio, e la capacità di incontro e di dialogo per favorire l’amicizia sociale nel vostro Paese, cercando il bene comune.

L’opzione per i poveri è «forma speciale di primato nell’esercizio della carità cristiana, testimoniata da tutta la Tradizione della Chiesa» (Giovanni Paolo II, Enc. Sollicitudo rei socialis, 42). Questa opzione «è implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci mediante la sua povertà» (Benedetto XVI, Discorso alla Sessione inaugurale della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi). I poveri conoscono bene i sentimenti di Cristo Gesù perché per esperienza conoscono il Cristo sofferente. «Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche a essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro»” (Evangelii gaudium, 198).

Non è un caso ma una scelta voluta che il Sinodo cadesse proprio nell’anno in cui Matera è capitale europea della cultura. Al grande impegno che come Chiesa stiamo mettendo per dare un contributo significativo di eventi e di progettualità bisogna che cresca in ogni cristiano e in tutte le comunità la consapevolezza che la cultura non è appannaggio di poche élite, ma che è patrimonio comune e che la Chiesa tanto ha fatto e continua a fare perché la fede generi cultura.

Sempre papa Francesco a Firenze:

Vi raccomando anche, in maniera speciale, la capacità di dialogo e di incontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria “fetta” della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti. Discutere insieme, oserei dire arrabbiarsi insieme, pensare alle soluzioni migliori per tutti. Molte volte l’incontro si trova coinvolto nel conflitto. Nel dialogo si dà il conflitto: è logico e prevedibile che sia così. E non dobbiamo temerlo né ignorarlo ma accettarlo. «Accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo» (Evangelii gaudium, 227).

Ma dobbiamo sempre ricordare che non esiste umanesimo autentico che non contempli l’amore come vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica o intellettuale. Su questo si fonda la necessità del dialogo e dell’incontro per costruire insieme con gli altri la società civile. …

La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media... La Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità. Del resto, le nostre stesse formulazioni di fede sono frutto di un dialogo e di un incontro tra culture, comunità e istanze differenti. Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia.

Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà.

(Un grande esempio ci viene da tutto il lavoro che la Fondazione Matera – Basilicata ha messo in atto da tempo per questo anno 2019).

Il Sinodo con coraggio e senza timori dovrà affrontare temi spinosi e difficili: “Una Chiesa che ha al centro il Signore, dove si impara ad amarsi gli uni gli altri, dove la preghiera e la lettura della Bibbia sono centrali, dove si incoraggi e valorizzi la condivisione delle storie di fede. Una Chiesa che non abbia paura di affrontare questioni spinose e temi difficili; una Chiesa attiva e impegnata, accogliente e comunicativa, attrezzata per affrontare le sfide del mondo con i suoi linguaggi, le sue tecnologie, i suoi problemi. Una Chiesa gioiosa e pellegrina, che entra nei condomini, nelle carceri, negli ospedali, nelle attività culturali e sociali con maggior entusiasmo, a partire da questo anno tutto particolare, il 2019, che abbiamo la grazia di vivere”.

Quello che ho delineato è solo un piccolo saggio del lavoro che ci attende tutti.

Sì, sappiamolo, il Sinodo è di tutta la Chiesa, dell’intero popolo di Dio: attraverso le proposte formulate dai Consigli pastorali in seguito alla lettura dell’Instrumentum laboris, la preghiera per il Sinodo che ogni giorno si eleverà da parte dei singoli e delle comunità, l’offerta di sacrifici e sofferenze da parte dei nostri anziani e malati, attraverso quanto verrà riportato puntualmente dai delegati delle parrocchie alle comunità… tutti siamo protagonisti del Sinodo.

Un compito tutto speciale, però, è riservato ai delegati al Sinodo.

Tra un po’, dopo la prolusione dell’Arcivescovo, saremo chiamati per nome, per fare la nostra professione di fede, come è uso prima di assumere ogni incarico ecclesiale, faremo un giuramento di fedeltà al Magistero della Chiesa e alla responsabilità che assumiamo dietro la nomina che l’Arcivescovo ha approntato per ciascuno, firmeremo il verbale di apertura del Sinodo.

Preghiamo per i delegati e in modo particolare per la segreteria del Sinodo che ha il compito di coordinare, di raccogliere materiali, di approntare in seguito il documento finale.

Lo Spirito Santo illumini il nostro Padre e Pastore perché possa guidare con saggezza e prudenza la Chiesa di Matera – Irsina, doni a Lui un cuore che ascolta e la fermezza nell’assumere decisioni per il bene del popolo di Dio e della missione della Chiesa in questo tempo di grazia che il Signore ci concede di vivere.

Buon Sinodo a tutti.