Alla vigilia della discussione in Consiglio regionale sul rendiconto finanziario del Parco Naturale Regionale del Vulture, sentiamo il dovere di porre una questione che va oltre i numeri di bilancio e riguarda il senso stesso dell’Ente.
Per quanto ci riguarda il tema è cruciale. Un Ente Parco, nato oramai da dieci anni, non può vivere soltanto nei prospetti di bilancio, nelle deliberazioni, nelle note istruttorie e nei passaggi obbligati della burocrazia regionale; e soprattutto non può vivere di commissariamenti. Un Parco dovrebbe essere una visione di territorio, un’idea concreta di sviluppo, un’infrastruttura culturale, ambientale ed economica. Dovrebbe produrre cura, identità, lavoro, attrattività, protezione del paesaggio. Dovrebbe trasformare un patrimonio naturale in una responsabilità collettiva.
Il Parco del Vulture, istituito nel 2017, avrebbe dovuto rappresentare tutto questo. Invece, a distanza di anni, continua a presentarsi come un ente incompiuto, sospeso, più amministrato che governato, più raccontato che costruito. Il Vulture avrebbe potuto essere un grande laboratorio di turismo ambientale, della valorizzazione dei laghi di Monticchio, della sentieristica del Vulture, dell’educazione ecologica, della connessione tra borghi, agricoltura, paesaggio e cultura. E invece siamo ancora costretti a discutere di commissariamenti, organi decaduti, personale incerto, capacità operativa debole e mancanza di visione.
Da dicembre 2025 il Parco è nuovamente commissariato da Bardi. Il commissariamento avrebbe dovuto rappresentare una fase breve, ordinata, finalizzata a ricostruire le condizioni minime per restituire all’Ente una guida stabile e autorevole. Dopo circa sei mesi, però, non è ancora chiaro quale sia stata la reale incidenza del commissario nella ricostruzione dell’Ente. Non è chiaro quale percorso sia stato avviato verso una nuova governance. Non è chiaro quale rapporto sia stato ricucito con i Comuni. Non è chiaro quali priorità siano state assunte sui progetti, sul personale, sulla manutenzione, sulla fruizione, sui laghi, sui sentieri, sulla promozione del territorio.
Solo pochi mesi fa, abbiamo dovuto presentare un’interrogazione per chiedere conto delle PEC inviate ad alcune persone risultate idonee per possibili assunzioni, senza che poi si sia proceduto concretamente. Una vicenda apparentemente tecnica, ma che dice molto. Se il Parco ha bisogno di personale, si assuma; se non può farlo, lo si dica con chiarezza. Anche perché un Ente senza struttura resta, inevitabilmente, un’intenzione e uno sperpero di denaro.
Mentre notiamo che, a Monticchio, il Comune di Rionero in Vulture sta portando avanti un investimento da 20 milioni di euro di cui già si stanno vedendo i primi frutti, nel frattempo, il Parco da circa quattro anni non riesce ancora a concludere i lavori di riqualificazione della struttura dei bagni pubblici. Non esattamente la prova di una macchina amministrativa capace di accompagnare una grande stagione di rilancio.
Il rischio è che il Parco resti una cornice senza quadro: un nome importante, una missione nobile, un patrimonio straordinario, ma una capacità reale di intervento ancora troppo debole. Mentre altrove i parchi diventano strumenti di marketing territoriale, ricerca ambientale, economia turistica, educazione delle comunità e presidio contro lo spopolamento, nel Vulture continuiamo a misurare la distanza tra le potenzialità e la realtà.
Per questo, in Consiglio regionale, non intendiamo limitarci a prendere atto del rendiconto. Chiederemo che venga chiarito cosa è stato fatto in questi mesi di commissariamento, quali criticità siano state superate, quali siano ancora aperte, quali tempi siano previsti per la nuova governance e quale idea di Parco la Regione intenda finalmente costruire. Perché dopo quasi dieci anni dall’istituzione, parlare del Parco del Vulture è come parlare di un progetto in attesa di sé stesso.
Alessia Araneo, Viviana Verri (Consigliere regionali – Movimento 5 Stelle Basilicata)
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