Visualizzazione post con etichetta Libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Libri. Mostra tutti i post

sabato 4 luglio 2020

Giorgio Genetelli presenta il nuovo romanzo 'Merluz Vogn'

MILANO - Lo scrittore ticinese Giorgio Genetelli presenta “Merluz Vogn”, il racconto di un’estate speciale e sognante, perché vissuta dal protagonista con la leggerezza dei suoi undici anni. Un romanzo caratterizzato da uno stile sperimentale che, nella sua commistione tra idiomi dialettali e il lirismo di certi passaggi narrativi, sa tenere il lettore sospeso sul filo di un’ironica nostalgia. Una storia di crescita con un protagonista giovanissimo ma ormai consapevole di essere giunto alla fine di un percorso, oltre il quale sarà sempre più difficile confondere il sogno con la realtà.

Merluz Vogn di Giorgio Genetelli si potrebbe definire un romanzo “d’atmosfera”, nel quale le suggestioni e le vivide immagini trasmesse dalla storia raccontata sono decisamente più importanti della trama in sé. L’autore si serve di uno stile di scrittura originale che inserisce nella prosa delle parole in dialetto ticinese, e questa scelta serve a dare autenticità alla vicenda narrata, e ad accorciare le distanze tra il protagonista e il lettore. E con un’operazione intelligente che mira alla comprensione totale della storia, quando vengono proposti brani più lunghi in dialetto, essi sono accompagnati dalla traduzione del testo a fronte. Protagonista della vicenda è un bambino di quasi undici anni, che ha davanti a sé un’intera estate di libertà. La madre deve ricoverarsi per motivi a lui sconosciuti, il padre sarà lontano e quindi si trasferirà dai nonni, che di norma sono sempre più permissivi dei genitori. La vicenda è ambientata negli anni Sessanta in un piccolo paese del Canton Ticino, con le sue case di sasso e le carraie polverose, il fiume pescoso e le aspre montagne; nel torpore di un’estate all’insegna di pantaloncini strappati e gelati squagliati, il giovane protagonista percorre forse per l’ultima volta la strada della spensieratezza, prima che la realtà arrivi ad invadere e a cancellare i sogni infantili. L’ambiente in cui egli si muove è un microcosmo perfetto, rappresentato con cura nelle ultime pagine del romanzo come il disegno di una mappa fatta da un bambino. Un microcosmo che contiene in sé mille e più avventure, quelle che può immaginare solo un fanciullo, ai cui occhi tutto è magico, tutto è sogno. Il romanzo parla della genuina follia dei bambini, che vivono la vita con leggerezza perché sono ancora privi del filtro dell’amarezza e del disincanto, che offusca ogni esperienza adulta e che limita l’immaginazione. Il protagonista, insieme ai fidati amici Nandel e Dani, si tuffa in una parentesi temporale privilegiata, nella quale è semplice e confortante mescolare realtà e finzione mentre si gioca a fare i grandi, o i cowboy, o gli indiani. E nella fantasia si vive anche attraverso i racconti del nonno, che come il bambino non ha interesse nella brutale realtà dei fatti; nei ricordi deformati dell’anziano, nelle memorie mitizzate di una vita semplice, si inserisce quella vena di malinconia per ciò che è andato perduto che attraversa tutta l’opera, benché sia tenuta a bada dalla freschezza e dall’ironia della voce narrante. Una malinconia che si acuisce con il passare dei giorni per la mancanza dei genitori e in particolare della mamma, che nella sua ignota malattia sembra voglia ricordare che la crudeltà della vita è sempre dietro l’angolo e non risparmia nessuno, neanche i bambini. Il protagonista vive la sua estate spensierato e felice, ma “la punta di un dolore di cui appena mi accorgevo” sembra evocare l’impercettibile ma inesorabile fine delle sue illusioni.

TRAMA. Merluz Vogn è la cronaca, sognata e reale, di un'estate randagia alle soglie dell'adolescenza, in un Ticino presente e irrimediabilmente perduto nella "corrente del tempo". Una realtà in cui il paese si fa "mondo" e dove il confine sfuma nell'epopea da fumetto. Figure surreali e leggende da osteria fanno da cornice alle avventure di un paio di amici, immaginate per "sbaragliare" le giornate estive e lenire l'ingombrante assenza di una madre. Con Merluz Vogn Giorgio Genetelli rivisita luoghi e atmosfere della sua opera prima, Il becaària, e ci offre un romanzo post-dialettale da cui la nostalgia è volutamente bandita.

Giorgio Genetelli  è un giornalista, falegname, scrittore, blogger, telecronista sportivo e calciatore. Per Gabriele Capelli Editore ha pubblicato nel 2017 la raccolta di racconti “La conta degli ostinati” e nel 2020 la nuova edizione de “Il becaària” e il romanzo “Merluz Vogn”.

venerdì 3 luglio 2020

Fabio Zuffanti presenta il nuovo libro ''Amori elusivi''


MILANO - Lo scrittore e musicista genovese Fabio Zuffanti presenta la raccolta di racconti “Amori elusivi”: una serie di venticinque istantanee che fissano su pellicola la realtà delle relazioni interpersonali, e in particolare di quelle amorose, utilizzando il filtro del surreale e dell’ironia. Sono racconti malinconici, a volte grotteschi; altri sono esilaranti, spesso agrodolci e attraversati da un profondo senso di inquietudine. In situazioni bizzarre al limite del parossismo così come nelle storie più lineari, tante sono le domande sull’amore alle quali né l’autore né il lettore riescono a dare una risposta. Perché forse, semplicemente, una risposta non c’è.

Amori elusivi è una raccolta di racconti brevi scritta da un autore, Fabio Zuffanti, che è anche un ottimo musicista. E si può infatti avvertire storia dopo storia come la musicalità delle parole e delle atmosfere sia orchestrata da un professionista, che sa agganciarti sin dalle prime note, che sa scandire il ritmo togliendo il respiro, che sa gestire il crescendo e le variazioni. Solo verso il finale, quando la composizione esige una risoluzione, l’autore sveste i panni del musicista per rimettersi quelli più ampi e comodi dello scrittore, e con una piccola dose di sadismo decide spesso di non chiudere i giochi, lasciando al lettore l’arduo compito di trarre le proprie riflessioni. Un lettore sempre in bilico sulla voragine aperta da storie che scavano dentro, scritte con originalità di intenti e di stile: passando dalla prima, alla seconda, alla terza persona, sperimentando sulla struttura narrativa, manipolando ad arte la caratterizzazione dei personaggi. Racconti che scorrono come fotogrammi vividi di un unico film che parla d’amore, declinato in tutte le sue forme. Piccoli frammenti di vita che possono essere profondamente surreali come nel racconto Lo strano caso di Juan Carlos Álvarez, dolorosamente realistici come nel racconto Clic, ironicamente grotteschi come nel racconto Capelli, sottilmente perturbanti come nel racconto C’è romanzo e romanzo. L’autore presenta un “umanissimo” bestiario di personaggi che sembrano fin troppo familiari anche nelle loro bizzarrie, nella loro illogicità, nel loro autolesionismo a volte tristemente consapevole. Sono personaggi che noi conosciamo bene, incontrati davanti allo specchio o vagando nel mondo esterno; sono protagonisti di storie che, anche quando sfiorano i limiti dell’assurdo, parlano dei piccoli e grandi affanni, delle paure e delle ossessioni, della lucidità e della follia, delle meschinità e degli inganni di noi meravigliosi esseri umani. Come il tassista riservato della sua ultima storia, così Fabio Zuffanti ha scelto un privilegiato punto di vista per avere la libertà di raccontare la sua idea di umanità, quella che lo stimola, che tortura i suoi pensieri, che si mostra fugacemente a chi ha la forza di osservarla senza schermi protettivi. Amori elusivi è un’opera malinconica e lucida che svela i paradossi dei nostri tempi: il cancro aggressivo dell’incomunicabilità in una società iper connessa, e la conseguente sfuggente realtà delle relazioni affettive. L’amore è il macro tema di questa raccolta, che da tempo immemore viene citato in ballate, canzoni, romanzi, dipinti, film; eppure questo amore “che move il sole e l'altre stelle”, che diventa concreto e conoscibile perché tutti ne parlano, si trasforma in questi racconti nel più enigmatico e aleatorio dei sentimenti. E alla fine ci si domanda se non sia solo un’illusione come tante altre, o forse la causa della sua elusività risiede nella paura: come nel racconto La seconda volta, solo chi avrà il coraggio di aprire la porta all’amore potrà infine afferrarlo.

TRAMA. Si dice che l’amore muova il mondo, ma non sempre tesse l’idillio. Quando incomprensioni, ostacoli, assur¬dità deviano il percorso delle cose, quando ci si perde nei labirinti mentali, l’amore si fa sfuggente, rimane un sentimento sfiorato ma mai posseduto, mai goduto a pieno. Un libertino incallito decide di costruirsi una fa¬miglia modello ma si trova a fronteggiare una donna dalla personalità multipla; una donna con una spiccata predilezione per i capelli trova un uomo dalla splendi¬da chioma che pagherà le conseguenze di questa os¬sessione; una moglie legge un romanzo in cui è narrata la sua vita nell’istante esatto in cui sta accadendo… In questi racconti surreali, in cui il sentimento amoroso non ha mai occasione di sbocciare completamente, l’autore descrive con delicatezza i paradossi e il lato più grottesco delle relazioni umane, che provano a funzio¬nare ma che inciampano costantemente nella propria imperfezione. Una galleria di personaggi e di storie, di frammenti di vita quotidiana, si snoda con infinite sfu¬mature fra il realistico e il fantastico, mostrando, con uno sguardo ironico e malinconico, istantanee del no¬stro tempo effimero e dell’illusorietà delle cose umane.

Fabio Zuffanti è narratore, saggista, musicista e pro¬duttore. Ha inciso album da solista, con band quali Finister¬re, Maschera di Cera, Höstsonaten e con svariati altri progetti. Ha all’attivo una fitta attività concertistica in tutto il mondo. È autore di saggi musicali, tra i quali si ricorda la biografia “Battiato: La voce del padrone” (Arcana Editrice, 2018) e di un volume di racconti, “Storie notturne” (Ensemble edizioni, 2018). Il suo ultimo lavoro è la raccolta di racconti “Amori elusivi” (Les Flâneurs Edizioni, 2019). At¬tualmente scrive di musica per «La Stampa» e per «Rol¬ling Stone Italia».

lunedì 29 giugno 2020

Libri: La Sabbia e le Notti di Marino Magliani


MILANO - Lo scrittore e traduttore ligure Marino Magliani presenta “La Sabbia e le Notti”, una preziosa edizione nella doppia lingua italiana/francese di due racconti tratti dalla precedente raccolta dell’autore “Carlos Paz e altre mitologie private”. Sono storie che richiamano l’elemento autobiografico senza fossilizzarsi in esso, che abbracciano le tematiche universali del ritorno alle origini e della ricerca delle memorie perdute. Da uno scrittore molto apprezzato in Italia e all’estero, vincitore di prestigiosi premi letterari, un’opera intima e malinconica, un’eccellente prova di raffinata narrativa.

Nella raccolta La Sabbia e le Notti di Marino Magliani si presentano due racconti, Sabbia e Le notti di Sorba, che fissano sulla pagina due punti spazio temporali in cui l’autore inquadra il suo presente e il suo passato. In Sabbia è il presente a venire raccontato, un presente sicuramente trasfigurato, “liquido”; una sorta di limbo tra il prima e il dopo, come il molo che divide il mare e la spiaggia, un elemento di raccordo dalla natura sfuggente. Un presente lineare se osservato dall’esterno ma caleidoscopico all’interno. L’autore è alla ricerca delle giuste parole, ma esse sembrano comportarsi come le timide onde del mare che “facevano finta di arrivare”.

La stessa memoria fa capolino per poi sparire: “E ciò che aveva appena bagnato il suo piede era un’onda alla quale era mancato il respiro per essere un’onda”; alle sue parole come alla memoria sembra manchi il coraggio di affermarsi; la sabbia sembra invece essere l’unica presenza costante, che non ha paura di imporsi alla sua attenzione. La sabbia diventa terreno comune di quel passato distante e di quel presente inquieto, “la sabbia che si chiamava sabbia anche lontano”, che è stata calpestata dai suoi piedi bambini, giovani, adulti così come in quel preciso momento; la sabbia che viene mangiucchiata a riva dalle gelide onde del Mare del Nord, il mare della terra che ha scelto come sua casa, l’Olanda. Magliani come un moderno Caspar David Friedrich osserva la magnificenza del mare, avvolto dalla stessa nebbia che cinge l’uomo di spalle nel quadro del pittore tedesco; anche lo scrittore è un viandante nei ricordi, una figura più decadente che romantica che si staglia nel paesaggio, che mai come nelle sue opere assume significati profondi, intimi.

E il paesaggio, e soprattutto il viaggio fisico e mentale attraverso esso, è il nucleo pulsante del secondo racconto, Le notti di Sorba. In questa narrazione è il passato a venire rievocato, che si fa elastico, che l’autore tira e rilascia, che ricorda e dimentica. Un passato che confonde i confini, che annulla il tempo e la distanza. Un racconto personale che allarga i suoi orizzonti e si fa universale, una mitologia privata che presenta un uomo solitario alla ricerca delle radici e del tempo perduti. L’autore torna nella terra natale in Liguria preda di un’ossessione per un piccolo dettaglio del passato che non riesce in alcun modo a ricordare, e che è motivo di tormento: “La misura di tempo di un ricordo è quella di un solo respiro, e il respiro dopo ci scaraventa di nuovo nel presente”. In una storia poeticamente delirante, visionaria nelle sue ultime battute, Magliani lotta per far riemergere dalle sabbie mobili del tempo le sue memorie tradite dallo scorrere della vita, ingabbiate nell’eterno ciclo di morte e risurrezione. Attraverso una scrittura che si potrebbe definire “pittorica”, come afferma Alessandro Gianetti nella prefazione al testo, Marino Magliani ci fa dono di un’opera intensa, una celebrazione lirica e malinconica di ciò che è stato, di ciò che è e di ciò che eventualmente sarà.

TRAMA. La Sabbia e le Notti è un'edizione con testo a fronte di due racconti tratti dalla raccolta Carlos Paz e altre mitologie private di Marino Magliani, pubblicata nel 2016 da Amos Edizioni. In questa nuova edizione, i racconti sono accompagnati dalla traduzione in francese al fine di permettere al pubblico francofono di scoprire nella propria lingua l'universo dell'autore ligure. Nella raccolta si possono ritrovare le emozioni de "Le notti di Sorba" così forti e dense, a volte anche estreme, e i viaggi nel tempo e nello spazio di “Sabbia”. E, soprattutto, si può apprezzare come si realizza la scrittura di Marino Magliani in un'altra lingua romanza. Un confronto linguistico e letterario allo stesso tempo, per lasciarsi sorprendere dal talento di uno dei migliori autori italiani della nostra epoca.

Marino Magliani è nato in Liguria, in un paesino di ulivi, nel 1960. Dopo aver viaggiato per il mondo, dalla Spagna all’Argentina al Cile, si è stabilito da più di trent'anni in Olanda sul Mare del Nord. Tra i suoi numerosi romanzi si ricordano: “Quattro giorni per non morire” (Sironi, 2006), “Il collezionista di tempo” (Sironi, 2007), “La Tana degli Alberibelli” (Longanesi, 2009), “Prima che te lo dicano altri” (Chiarelettere, 2018), finalista al Premio Selezione Bancarella 2019. Tra le sue raccolte di racconti si menziona “Carlos Paz e altre mitologie private” (Amos Edizioni, 2016), da cui sono tratti i due racconti contenuti ne “La Sabbia e le Notti” (Fawkes Editions, 2020).

È inoltre traduttore dallo spagnolo (tra gli autori tradotti: Roberto Arlt, César Vallejo, Carlos Alberto Montaner) e sceneggiatore (è sua la sceneggiatura per la graphic novel “Sostiene Pereira”, dall'omonimo romanzo di Antonio Tabucchi, uscita per Tunué nel 2014). Le sue opere sono state tradotte in olandese, francese, inglese, spagnolo, tedesco, polacco e spagnolo. Collabora con racconti, saggi, interviste ed estratti dei suoi romanzi con i blog Nazione indiana, Carmilla, e La poesia e lo spirito, di cui è anche redattore.

domenica 28 giugno 2020

Antonella Betti pubblica il nuovo libro 'Vite strappate in Italia dagli anni 70 ad oggi'


La scrittrice e assistente sociale romana Antonella Betti presenta “Vite strappate in Italia dagli anni ’70 ad oggi”, un libro autobiografico d’inchiesta in cui espone un’appassionata difesa dell’infanzia rubata attraverso il racconto di storie vere e della sua esperienza personale. Con partecipazione e professionalità l’autrice parla del dilagante fenomeno degli allontanamenti coatti dei bambini dalle loro famiglie d’origine, e della piaga delle adozioni e degli affidi gestiti da enti istituzionali disonesti, che hanno interesse solo nel guadagno e non nel benessere del minore.

Vite strappate in Italia dagli anni ’70 ad oggi di Antonella Betti, dall’illustre prefazione della Senatrice Paola Binetti, è un’opera difficile e dolorosa, che racconta verità agghiaccianti che sono sotto gli occhi di tutti da troppi anni, e da altrettanti sono spesso ignorate. Un’inchiesta esauriente e profondamente sentita da parte di un’autrice che ha vissuto sulla sua pelle un’ingiustizia tremenda, comune a quella delle vite spezzate dall’indifferenza individuale e istituzionale di tanti minori e anche delle loro famiglie, che se li sono visti strappare a volte per futili motivi. Antonella Betti è un’assistente sociale impegnata in prima linea nella difesa dei diritti dei bambini, che da anni si batte strenuamente affinché la fragilità di certi nuclei famigliari venga preservata da un allontanamento forzato dei minori, che potrebbe essere evitato con l’aiuto appropriato; l’autrice chiede a gran voce la verità, per fare finalmente giustizia e cominciare a costruire un futuro migliore. Nel libro si tratta di tutela dei diritti dei minori, diventata ormai un’emergenza “che necessita di studio, consapevolezza, cambiamento delle leggi attuali e tanta sensibilità”.

L’allontanamento coatto dalla famiglia d’origine è a volte compiuto senza studiare a fondo la storia famigliare, e senza capire le ragioni effettive dei problemi del bambino; è pertanto necessario acquisire più consapevolezza sulle carenze legislative perché, come afferma l’autrice, ad oggi non si hanno chiari i parametri con cui si giudica l’allontanamento del minore, e non esiste neanche un registro ufficiale dei bambini adottati e affidati. L’inchiesta si occupa anche e soprattutto della piaga del tacito traffico di bambini – e non possono non colpire le parole “sequestrano”, “illegalmente” e “lager” che sono evidenziate nella prima pagina del libro, e che intendono rappresentare la condizione di minori strappati letteralmente dalle braccia dei genitori senza un motivo fondante, e collocati in case-famiglia che in certi contesti lavorano solo con lo spregevole scopo di guadagnare da queste situazioni limite. L’autrice racconta dell’abuso di potere di certi tribunali dei minori, che dagli anni settanta si pensa abbiano sottratto illegalmente circa quarantamila bambini l’anno per alimentare il business delle case-famiglia, che ottengono lauti contributi pubblici per ogni minore, e quello delle adozioni clandestine. Una vera e propria violazione dei diritti umani ad opera di un insospettabile accordo tra tribunali, uffici comunali e case-famiglia, che Antonella Betti continua a denunciare con coraggio, nonostante si trovi davanti il muro di un sistema ancora troppo inattaccabile.

TRAMA. Sono circa quarantamila i bambini tolti in modo coatto dalle loro famiglie. Nessuno è immune da questo olocausto, da questo scempio che necessariamente deve cessare. Emma e i suoi fratelli e sorelle restano i porta bandiera di tutto questo, nonché le voci più alte di quelle silenziate dal sistema, solo per evitare che tale macchina-sistema finalmente si inceppi e smetta di mietere vittime su vittime. I bambini non sono “bancomat”, sono e restano dei bambini (che devono essere considerati come persone e non come oggetti) che hanno diritto di crescere all'interno della loro famiglia d'origine. È ora di dire basta all'olocausto di bambini, siano essi dati in affido e/o adozione, messi nelle case-famiglia o semplicemente allontanati per futili motivi.

Antonella Betti (Roma, 1982) è un’assistente sociale, giornalista e scrittrice. È laureata in “Programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali” e ha conseguito il primo diploma di formazione in “Analisi scena del crimine, criminologia e gestione dell’emergenza” e il diploma di aggiornamento e formazione in “Scienze criminologiche e forensi; violenza, trauma e crimine – protocolli d’intervento e strategie di prevenzione”. Ha fondato nel 2010 l’Associazione di Promozione Sociale “Help & First Aid: Minori e Famiglie Roma” (O.N.L.U.S.) di cui è Presidente & Legale Rappresentante. È da sempre impegnata nell’attività di docenza presso corsi, convegni, seminari ed eventi, svolgendo costantemente la sua professione di assistente sociale ed operatrice socio-sanitaria. Scrive per la testata online di EdicolaWeb.

sabato 27 giugno 2020

Libri: Sulle orme del massone di Thomas Moreau


MILANO - Lo scrittore Thomas Moreau presenta “Sulle orme del massone. Studio ragionato e comparato sulla Massoneria”, un’opera in sei volumi che demolisce una dopo l’altra le false credenze che hanno intrappolato l’essere umano in un’esistenza/prigione della quale non ha però piena coscienza, convinto dai suoi stessi carcerieri di essere libero di pensare e di agire. Una complessa analisi supportata da fonti storiche e dall’esperienza personale dell’autore, che offre gli strumenti indispensabili per comprendere la Massoneria nei suoi oscuri scopi, nella sua occulta struttura e nei suoi inganni universali.

Sulle orme del massone. Studio ragionato e comparato sulla Massoneria di Thomas Moreau è un’opera composta di sei volumi nei quali si analizza, con uno sguardo ampio e libero da condizionamenti, il percorso dell’umanità intrecciato con quello delle società segrete massoniche, responsabili di una manipolazione invisibile ma deleteria dell’individuo e della società. “Quest’opera è diretta a tutti coloro, uomini di coscienza, che hanno compreso che c’è qualcosa che non va”, afferma l’autore: negli ultimi vent’anni egli ha infatti studiato e scavato sotto l’ingannevole e sfuggente superficie di un’organizzazione che agisce indisturbata da secoli su scala mondiale.

Thomas Moreau ha dovuto aprire gli occhi su un meccanismo inceppato, che stride nelle menti di chi ha il coraggio di guardare oltre le apparenze, e ha deciso di divulgare le sue informazioni in un corpus di opere che insegnano a comprendere e a contrastare le tecniche di “controllo” impiegate dall’oligarchia massonica per soggiogare l’esistenza dell’essere umano. Un’oligarchia composta da quella piccola percentuale di persone e gruppi, di figure politiche e imperiali, che controllano ogni ambito di potere e di sapere, sia materiale che spirituale, mantenendo i propri propositi inintelligibili per la massa ignorante – che non lo è per nascita o formazione, ma perché condizionata subdolamente ad esserlo. La Massoneria è una società segreta a carattere magico-esoterico-cabalistico, che si regge sull’omertà (che gli adepti chiamano “valore del silenzio”) e che è regolata da riti e percorsi iniziatici che ciascun affiliato è tenuto rigorosamente a rispettare. L’autore spiega come tale società – che ha tentacoli invisibili che si propagano capillarmente in tutte le realtà mondiali – acquisisca il potere attraverso raffinate tecniche di soggiogamento e di inganno: “La Massoneria detiene le chiavi del potere nel mondo”. E in ragione della sua segretezza, e quindi della sua non comprovata esistenza, ha la possibilità di agire indisturbata e impunita, estraniando completamente l’essere umano da ciò che dovrebbe invece riguardarlo, persuasa di essere l’unica degna depositaria di certe “conoscenze” che se divulgate potrebbero rendere gli individui liberi e le società più sane e giuste, ma nel contempo più deboli queste organizzazioni occulte. Maestri della manipolazione delle menti e dei loro automatismi, gli alti vertici delle società massoniche si muovono nell’ombra per mantenere ignoranti le masse attraverso la strategia della distrazione, facendole nuotare nella mediocrità e nella povertà fino ad un passo dall’annegamento, stroncando sul nascere qualunque anelito di consapevolezza e rendendo inefficaci le voci di dissenso attraverso illeciti meccanismi di controllo. Una disperata situazione globale che l’autore descrive nella sua brutalità ed evidenza, sperando che i lettori possano fare tesoro delle sue osservazioni e comprendere la dottrina, i veri scopi e i profili di chi guida da troppo tempo le sorti dell’umanità verso un disastro sempre meno evitabile.

TRAMA. Lo scopo di quest’opera, che non tratta di alcuna teoria cospirativa ma piuttosto di accertate inquietanti realtà, è quello di permettere al lettore comune, ma maggiormente al cristiano, di raggiungere la consapevolezza necessaria a potersi difendere dai pericoli subdoli e nefasti della massoneria, ma anche di intraprendere un percorso utile ad apprendere cosa sia e quali ideali promuova la (contro)chiesa, mettendo così a fuoco, in maniera del tutto inedita e chiara, i meccanismi che regolano le strategie e le azioni massoniche che la setta impiega per asservire e soggiogare il mondo profano. Grazie alla diretta esperienza personale dell’autore, alle approfondite e rigorose indagini compiute, ragionate e poi comparate con la sua vivenza, il lettore giungerà a identificare i reali scopi perseguiti, chi siano gli architetti ideatori, gli esecutori e perché diffondano con tale veemenza dei principi e dei (contro) valori tendenti unicamente ad analfabetizzare spiritualmente i popoli, sempre più ipnotizzati e resi completamente inconsapevoli, allo scopo di consolidare lo status quo, impedendo così alla moltitudine di potersi risvegliare spiritualmente e adottare le giuste misure difensive.

Thomas Moreau, appassionato e attento osservatore del genere umano, intraprende il suo viaggio nel mondo dell’esoterismo e delle società segrete intorno all’anno 2000. Avendo appreso “casualmente” che pochi anni prima il proprio fratello si era iniziato alla setta dei massoni e convertito alla religione islamica, animato da una positiva curiosità, ha avviato il proprio percorso (contro)iniziatico al sapere, alla verità cristiana e alla vera consapevolezza. Ciò che ne è risultato gli ha permesso di comprendere che fino a prima l’essenziale era invisibile ai suoi occhi, ed essendo riuscito a vedere l’invisibile, ha potuto comprendere l’impossibile. E questo è ciò che desidera condividere con le persone di coscienza e intelletto che hanno a cuore il proprio avvenire.

venerdì 26 giugno 2020

Libri: “Dispacci Italiani. Viaggi d’amore in un Paese di pazzi” a cura dello scrittore Davide Grittani


MILANO - Les Flâneurs Edizioni presenta “Toscana. L’atelier della bestemmia”, il primo volume della collana “Dispacci Italiani. Viaggi d’amore in un Paese di pazzi”, curata dal giornalista e scrittore Davide Grittani. Un’indagine semiseria e decisamente ribelle nei territori letterari meno battuti dall’editoria contemporanea, condotta attraverso le voci di sette scrittori, tra autori affermati ed esordienti, che serviranno a mescolare co¬raggio, pudore e sentimento di que¬sto originale Giro d’Italia.

Toscana. L’atelier della bestemmia è il primo volume della collana Dispacci Italiani. Viaggi d’amore in un Paese di pazzi, diretta da Davide Grittani. Un’interessante opera corredata da numerose fotografie, una panoramica incollata pezzo dopo pezzo, mescolata sen¬za la fatica di chi deve tenere insieme cose troppo distanti tra loro, poiché tra le righe di questi racconti si nasconde il più ammirevole dei peccati toscani.

L’assenza di rispetto nei confronti della paura. Sette sono gli autori che in questa originale opera si cimentano in esercizi di memoria, in racconti di fantasia o saldamente legati alla Storia, in omaggi commossi o amari: Sergio Nelli (tra le sue opere si segnalano Orbite clandestine, Einaudi 2011 e Albedo, Castelvecchi 2017), scrittore di stra¬ordinaria intensità, ritenuto un riferimento per stile, co¬raggio e credibilità letteraria; Emiliano Gucci (tra le sue opere si segnalano Voi due senza di me, Feltrinelli 2017 e Le anime gemelle, Feltrinelli 2020), le cui sto¬rie possiedono un’impronta così riconoscibile da essere diventato uno dei narratori più apprezzati soprattutto per l’originalità; Marco Vichi, scrittore tra i più letti e amati del panorama letterario nazionale (suoi i fortunati libri pubblicati da Guanda con protagonista il commissario Bordelli); Veronica Galletta (si ricorda il romanzo Le isole di Norman, Italo Svevo 2020, finalista al premio Calvino e vincitore del premio Campiello Opera Prima 2020), tra le voci femminili più singolari della nuova narrativa.

Completano il volume Roberto Masi, saggista e scrittore col debole per l’arte contemporanea (classificato terzo al premio Nabokov 2019 con il saggio Eccitare l’abisso, Homo Scrivens 2020); Massi¬mo Campigli, autore del romanzo Ogni dì, vien sera (Eretica, 2016) e Ilaria Giannini, giornalista esperta nella narrazione dei luoghi e dei “non luoghi” della Toscana e autrice del romanzo Facciamo finta che sia per sempre (Intermezzi, 2009). Nelle storie di ciascuno di loro c’è una Toscana che luccica da sobria, una terra maledetta ma anche ingenua: da Uomini e scarpe di Sergio Nelli, impregnata di memoria e nostalgia, dove compare una Fucecchio “fucina di umanità nonché cruciale punto d’osservazione sulle cose” a Rane sul margine della Diva di Roberto Masi,  dove si presentano ancora una volta le memorie della periferia fiorentina e si riflette sulla gioventù e sul diventare adulti: “E in questo futuro annunciato, ambìto come affrancamento da un’esistenza fatta di aspettative disattese, la vita s’incarogniva nel passato che ostacolava la percezione del presente, di vivere l’attimo e sentirlo come poi sarebbe avvenuto con lo sfiorire degli anni migliori”; dall’intenso e complesso racconto lungo Cieli della nostra infanzia di Emiliano Gucci a Segni precursori del tempo di Veronica Galletta, che parla del lungomare di Livorno e del burrascoso libeccio: “Forse è questo, ho pensato. Così vivono tutti i sopravvissuti di questa terra, così vivo anche io, che le torri faro le ho viste cadere per anni, a ogni libecciata troppo intensa, ogni volta che qualcosa andava storto nella mia giornata”; dall’interessante reportage Dalla sinagoga alla moschea. Un pellegrino a Firenze di Marco Vichi, una riflessione sul dialogo interreligioso, a Polvere di Massimo Campigli, dove protagonista è la preziosa acqua, fino a La grande riesumazione del quarantacinque di Ilaria Giannini, un racconto di dolore ai tempi della seconda guerra mondiale.

TRAMA. La memoria di una vita riflessa nella scatola dei fiammiferi; la corsa dietro le rane come fossero fantasmi dell’infanzia; il tragitto dal paese alla città, nella speranza di trovarci avventure, imprese e magari l’amore; le braccia del vento che s’infilano nei vicoli di Livorno, schiaffeggiando chi credeva di essere al sicuro; i cunicoli di un acquedotto diventano vasi sanguigni, in cui scorrono millenni di acqua e menzogne; le religioni di una Firenze impossibile da riconoscere, lontana dagli smartphone e dalla felicità in saldo; la riesumazione di due cadaveri sull´Abetone, dove il freddo congela soprattutto le vergogne della guerra. C’è di tutto nel primo volume di Dispacci Italiani, un viaggio nell’umiltà prima ancora che un progetto editoriale. Ma perché siamo partiti proprio dalla Toscana? Intanto perché i Toscani scrivono bene, bevono e fumano anche meglio. E poi perché dalla loro immagine sbiadita, da quel caratteraccio e da quella ossessione verso la vita, non traspare un aspetto indispensabile alla Scrittura: la capacità di mendicare la memoria, di supplicarla senza pudore.

Davide Grittani (Foggia, 1970) è un giornalista e scrittore. Dal 2006 al 2016 ha allestito in tutto il mondo la prima mostra della letteratura italiana tra¬dotta all’estero denominata “Written in Italy”, esposta in 26 Paesi di 5 Continenti. Il suo ul¬timo romanzo, “La rampicante” (Liberaria, 2018), è stato inserito nella lista dei migliori libri del 2018 dall’inserto la Lettura (Corriere della Sera), è stato candidato al premio Strega e si è aggiudicato i premi Nabokov Cattolica, Zinga¬relli, Etna Book e Giovane Holden. L’autore cura la collana di reportage narrativi “Dispacci Italiani. Viaggi d’amore in un paese di pazzi” (Les Flâneurs Edizioni, 2020) ed è inoltre editorialista del Corriere del Mezzogiorno.

martedì 23 giugno 2020

Federica Introna presenta il nuovo libro 'La congiura'


MILANO - La scrittrice e filologa pugliese Federica Introna presenta “La congiura”, un romanzo storico che racconta della cospirazione per assassinare l’Imperatore Nerone focalizzando l’attenzione sulla valorosa figura della liberta Epicari, una donna purtroppo trascurata nei libri di Storia antica, che è stata invece un esempio di ferma dedizione alla verità e alla giustizia. Un’appassionante storia di coraggio e di amore per la libertà nell’opera vincitrice del Concorso Letterario Nazionale Ilmioesordio.

La congiura di Federica Introna è un romanzo storico di ampio respiro, in cui si racconta della cospirazione ordita da un gruppo di senatori contro l’imperatore Nerone, concentrandosi non solo sugli intrighi politici ma anche sulle motivazioni profonde che hanno spinto i congiurati alla pericolosa azione. Caratterizzata da una scrittura raffinata e incisiva, l’opera ha come protagonista un’eroina indimenticabile, Epicari, una giovane donna coraggiosa e leale, un’intelligente stratega che conserva in sé il “respiro della libertà”. Nel prologo del romanzo conosciamo la voce narrante, Marco Anneo Mela, che racconta con commossa lucidità la storia della donna amata, la congiurata Epicari, ritornando indietro di sette giorni: a Baia si sta svolgendo una cena nella nobile dimora di Gaio Calpurnio Pisone, quando gli animi si infervorano.


Il motivo non è tanto da ricercare nei versi del poeta Anneo Lucano sull’eroismo, quanto nelle parole appassionate di Epicari agli ospiti. Ella richiama tutti all’azione immediata benché cruenta: la necessaria uccisione del despota Nerone, colpevole di aver represso ogni forma di libertà a Roma. E per lei la libertà è tutto: per una schiava affrancata è il bene più prezioso, da riscattare a qualunque costo. La sua genuina passione politica e l’eleganza del suo eloquio colpiscono gli astanti, soprattutto Fenio Rufo, che le resterà accanto fino alla fine del suo viaggio: “La donna voleva fare quello che diceva, un fatto nuovo e pericoloso per i nostri tempi”. Inizia così il racconto delle operazioni segrete e delle dolorose perdite di un gruppo di persone che vogliono riprendere in mano il proprio destino; Epicari è in prima linea nel cercare sostenitori, ma proprio nell’aiuto di un antico amore, il tormentato comandante della flotta romana Volusio Proculo, troverà la sua condanna.

In una storia attraversata da colpe, tradimenti e vendette, Federica Introna racconta della società romana durante il regno di Nerone cogliendo lo spirito di quel tempo, e facendone assaporare l’arte, la filosofia, i costumi e i riti. Nella galleria dei tanti personaggi storici finemente delineati dall’autrice, è la figura di Epicari a rimanere scolpita nella memoria del lettore; viaggiando nei suoi ricordi scopriamo il momento in cui ella decide di ribellarsi alla sua condizione e di smetterla di essere passiva spettatrice del male: “Sono solo una liberta che ha servito la peggiore delle padrone: l’ingiustizia”. E contro l’ingiustizia lotterà fino alla fine, anche quando sarà arrestata e torturata brutalmente. Lei, “il falco che vola alto”, non si farà contagiare dall’umana meschinità: difenderà l’onore e la dignità dei congiurati, in un finale amaro ma ricco di quel sentimento di fierezza che può abitare solo nel cuore di chi non smette mai di combattere.

TRAMA. Baia, 69 d.C. Mentre gli aristocratici romani si rilassano nel lussuoso centro termale, fra laute cene e bagni rigeneranti, una liberta di nome Epicari prende parte attiva alla congiura ordita contro Nerone. Pronta e determinata, sorprende tutti incitando all’azione attraverso un discorso di grande efficacia ed esponendosi in prima persona per coinvolgere quante più forze possibile. Ma un inatteso colpo di scena rischia di compromettere il piano: un omicidio atroce e misterioso sconvolgerà gli animi dei congiurati, svelando il doppio volto di alcuni tra coloro che partecipano all’impresa. Personaggi ambiziosi e avidi di potere, nobili meschini e indolenti. Eppure tra di loro ci sono anche figure capaci di gesti disinteressati e coerenti. Mentre si tesse la trama contro un imperatore colpevole di atti crudeli e azioni scellerate, Epicari dovrà fare i conti col suo passato e con il suo primo amore, conoscerà la paura e il tradimento, ma non rinuncerà mai a lottare con tutta sé stessa per la libertà. Per la propria e per quella di Roma.

Federica Introna è nata e vive a Bari. Laureatasi in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Bari, ha conseguito il Dottorato di ricerca in Filologia Greca e Latina, dedicandosi allo studio della retorica. Ha pubblicato diversi saggi, fra i quali si ricorda “La retorica nell’antica Roma” (Carocci, 2008). Alla passione per la cultura classica unisce quella per la poesia, a cui si dedica da sempre come esigenza vitale dell’anima. Ha pubblicato le sillogi “Terre di Sole” (Il filo, 2007) e “Sull’orlo del cerchio” (Stilo Editrice, 2014). Nel 2016 ha esordito nella narrativa vincendo il Premio Nazionale Ilmioesordio con il romanzo storico “La Congiura” (Newton Compton Editori, 2017).

lunedì 15 giugno 2020

Maria Tronca nelle librerie con 'L'ultima punitrice'


MILANO - La scrittrice palermitana Maria Tronca presenta “L’ultima punitrice”, un misterioso romanzo ambientato nell’assolata Sicilia, terra di tradizioni arcaiche tramandate di generazione in generazione. Una storia di inganni e di verità svelate a caro prezzo, in cui si racconta dell’esistenza non convenzionale di Ninfa Cusimano - punitrice, “maara” e guaritrice - e del suo difficile percorso di accettazione del proprio destino. Una prova di raffinata narrativa da parte di un’autrice esperta, che sa descrivere lucidamente i profondi abissi dell’animo umano.

“Io sono l’ultima punitrice della mia stirpe, non ho figli e non avrò nipoti a cui tramandare la mia arte, il mio segreto e il mio destino”. Sono le enigmatiche parole di Ninfa Cusimano, l’intensa protagonista del romanzo L’ultima punitrice di Maria Tronca. Nell’opera viene narrata la storia di Ninfa a partire dagli otto anni fino ai quarant’anni: un arco vitale denso di avvenimenti sullo sfondo di una Sicilia incantevole, carica di profumi, di colori e di misteri. Da bambina Ninfa si innamora perdutamente del suo migliore amico, Nino, e questo amore disperato e ossessivo l’accompagnerà per tutta la sua esistenza: “Fu un incantesimo, un sortilegio. Una maledizione”. Ninfa vive con i genitori a Palermo, ma trascorre tutte le sue estati a Mondello, ospite degli amati nonni Giacomino e Dorina. E proprio Dorina diventa per Ninfa un imprescindibile punto di riferimento, perché sarà lei ad aprire gli occhi della nipote su un mondo sconosciuto e ancestrale, vecchio di tre secoli, parte integrante del suo destino. Dorina è conosciuta in paese come una guaritrice: sa preparare rimedi naturali con le erbe per ogni malanno dello spirito e del corpo. In casa si è ritagliata un “antro magico” in cui ogni giovedì presta consulenza a chi ha bisogno di aiuto con la sua caratteristica sciarpa nera e oro e la sua clessidra.

Ninfa comprende crescendo che questo aiuto non è solo atto a guarire dai mali ma anche a riparare alle ingiustizie. Dorina è una Punitrice, e sa che un giorno sua nipote dovrà imparare a seguire le sue orme. E questo avviene prima del previsto, perché Ninfa riceve la visita dello spirito della Vecchia, sua antenata e Punitrice, uccisa dalla gente del suo paese perché ritenuta erroneamente una strega responsabile di una morte innocente. La Vecchia diventa una costante nella vita di Ninfa; a volte appare nei suoi sogni e le offre consigli sul suo misterioso cammino, altre volte la rimprovera per le sue scelte discutibili. Ninfa è infatti combattuta tra la luce e l’oscurità: il potere che ogni anno cresce dentro di lei la spinge a non essere solo una guaritrice e una giustiziera dalla parte del bene, ma anche una strega pronta a scagliare anatemi, o come li chiama lei “attassi”, che possono recare molto male, perfino portare alla morte. È un potere troppo grande quello che si ritrova Ninfa tra le mani, e nonostante l’aiuto della nonna, della stravagante Marlene e degli amici Nino e Antonella, la giovane perde a volte l’orientamento e sceglie strade controverse e maledette. La morte improvvisa di Dorina, investita da qualcuno che è poi scappato, e la perdita della sua illusione d’amore a causa di una serie di inganni, portano Ninfa ad approfondire i lati oscuri della sua arte, in attesa di castigare i colpevoli. L’ultima punitrice racconta della discesa della protagonista negli abissi della vendetta e della rabbia, ma anche della forza dell’amicizia vera e dell’amore sincero, unici motivi di risalita, portatori instancabili di perdono.


TRAMA. Le estati di Ninfa sono il villino dei nonni a Mondello, la casa principesca di Barbara, gli occhi di velluto di Nino, l’eleganza di Marlene al manicomio, e poi gli amici in motorino, i fuochi sulla spiaggia, l’amore intramon¬tabile per Nino e la lite con Barbara, il suo sguardo di marmo. L’estate diventa il periodo dell’apprendistato da Punitrice, un destino che scorre nel sangue di Ninfa e di nonna Dorina sin dai tempi della Vecchia e della minaccia che rappresenta. Ninfa impara il potere delle erbe e la capacità di ascoltare, ma raccoglie l’eredità di famiglia a modo proprio, con nuove regole e con la complicità di Antonella, decidendo che le sue punizio¬ni potrebbero anche essere terribili. Un giorno potrebbe averne bisogno. Con L’ultima punitrice, Maria Tronca conferma le sue qualità di tessitrice di trame e destini e di narratrice in grado di ricostruire attorno al lettore una Sicilia meravigliosa.

Maria Tronca è nata a Palermo, dove vive e lavora. Lau¬reata in Lingua e letteratura inglese, ha lavorato all’U¬niversità degli studi di Palermo come bibliotecaria per dodici anni. Ha inoltre curato una collana di letteratura erotica moderna e contemporanea per Mondadori. Pubblica sotto pseudonimo la raccolta di racconti “L’isola delle Femmine” (Mondadori, 2005). Nel 2010 esce il suo primo romanzo “Rosanero” e nel 2011 “L’amante delle sedie volanti”, entrambi pubblicati con Baldini & Castoldi e Dalai. Ha inoltre pubblicato il mini romanzo “A occhi aperti” (Qanat edizioni, 2016) e “Le fate di Palermo” (DOTS, 2018). Organizza eventi di social eating: “A tavola dalla cu¬ciniera narrante”, coniugando la sua passione per la scrittura, il racconto e la cucina tipica siciliana, etnica e storica. Da novembre 2017 a dicembre 2018 ha curato la pagina Facebook di D Ricette (la Repubblica) e il blog “Il mestolo e la penna”, sempre per Repubblica, dove parlava di cucina, in tutte le sue sfaccettature, ma anche di vita. Vera.

domenica 7 giugno 2020

Libri: Enrico Casartelli pubblica 'Condannati da internet''


MILANO - Lo scrittore brianzolo Enrico Casartelli presenta “Condannato da internet”, un romanzo che tratta di un argomento estremamente attuale, di una piaga sociale che miete vittime ogni giorno e crea disastri irreparabili: il cyberbullismo. La storia di Marco è quella di tante persone che hanno sperimentato sulla propria pelle la gogna mediatica, quella più crudele che colpisce il privato, che stravolge non solo la vita virtuale ma soprattutto quella reale. Un’opera che fa riflettere, e che pur nella negatività dell’argomento trattato riesce a far scorgere una luce in fondo al tunnel.

Condannato da internet di Enrico Casartelli è un’opera profondamente legata alla nostra contemporaneità che coinvolge tutti, non solo chi vive felicemente immerso nella virtualità, ma anche chi la guarda ancora con sospetto e vi partecipa con moderazione. Marco Rizzi è un giovane youtuber - una figura professionale che negli ultimi anni ha attirato tanti aspiranti, così come tante critiche. Marco, nome d’arte Nolan, è tra gli YouTube gamer di maggiore successo; il suo lavoro l’ha portato a vivere ad Aarhus, città portuale della Danimarca, in un contesto e in condizioni invidiabili. Eppure non è felice, perché comincia a non tollerare la superficialità del mondo che gli dà da vivere, che gli ha offerto tanto in termini materiali ma gli ha tolto molto a livello umano. Inoltre è tormentato dal difficile rapporto con il padre, che non ha mai accettato che suo figlio si guadagni da vivere con un lavoro così anticonvenzionale. Ma prima che il giovane abbia il tempo di riflettere sulla sua condizione ormai opprimente di youtuber, accade ciò che chi si espone su internet teme di più: l’attacco di un hacker, che nel caso di Marco agisce inserendo un contenuto pedopornografico all’interno di un suo video, creandogli il caos intorno.

Come spesso succede in contesti di cyberbullismo, l’opinione pubblica lo condanna senza prove e senza appello: i leoni da tastiera, o haters, cominciano ad inondare Marco di insulti e minacce, che gli fanno perdere credibilità e il suo stesso lavoro, nonostante le autorità dichiarino prontamente che non è lui il responsabile di quello che è accaduto. Come egli stesso ammette però, “la rete non dimentica”: Marco è ormai un condannato a vita, e quell’esistenza virtuale che era stata tutto il suo mondo diventa improvvisamente il suo inferno. L’autore riflette sulla piaga del cyberbullismo, sulla crudeltà e l’indifferenza di chi distrugge vite solo perché sa di essere protetto dall’anonimato di internet. Marco deve scappare dalla Danimarca, cambiare aspetto e cognome per ritrovare una pace ormai precaria; decide di andare in un paesino vicino Como dove i genitori hanno acquistato una casa, pensando di isolarsi, di riprendere fiato prima di organizzare la prossima mossa. E invece trova ciò che non si sarebbe mai aspettato, perché ormai deluso dall’essere umano: una comunità di persone semplici e autentiche che lo accettano e lo supportano. Queste persone, che diventeranno una famiglia per Marco, proteggeranno il suo privato da una violenza insensata, frutto di ipocrisia e invidia sociale, e di una rabbia repressa che continua a mietere ogni anno tante, troppe vittime.



TRAMA. Marco è un affermato youtuber che abita e lavora in Danimarca. Ogni giorno, insieme a Monique e Thomas, fratelli nonché suoi cari amici, registra e pubblica sul social YouTube filmati che spiegano come superare i livelli dei videogiochi in rete. A soli ventitré anni diventa uno dei più famosi volti del mondo di internet ma, invece di montarsi la testa, devolve gran parte dei suoi introiti a un ospedale pediatrico in Sudan, dove lavorano i genitori. La vita di Marco cambia drasticamente quando subisce l’intrusione di un hacker che pubblica immagini pedopornografiche alla fine di un suo filmato. Subito diventa oggetto di pesanti insulti in internet, i quali non cessano nemmeno quando la polizia danese accerta che è stato vittima di un abile hacker. Marco decide quindi di lasciare la Danimarca per affrontare un nuovo stile di vita in una frazione di un paese sopra il lago di Como, dove i genitori hanno ristrutturato una casa. Qui trova una piccola comunità pronta ad accoglierlo e a difendere la sua privacy dai media sempre più desiderosi di scoprire dove si sia nascosto il famoso youtuber.

Enrico Casartelli è nato in Brianza nel 1955 e abita in provincia di Como. Attualmente libero professionista oltre che scrittore, ha lavorato in una multinazionale americana per più di vent’anni, ricoprendo differenti ruoli manageriali e commerciali nell’area dei servizi informatici e nella formazione. È autore di articoli in quotidiani online e blog e redattore di AgoraVox (rubrica costumi, società e tecnologie).

Ha pubblicato i romanzi “La vita in una conchiglia” (Sensoinverso Edizioni, 2013), “Un nove corre in internet” (Robin Edizioni, 2015), “Il vecchio ciliegio di Manhattan” (Robin Edizioni, 2016), “Villa Sofia” (Robin Edizioni, 2017), “La ribelle primavera del 2030” (Robin Edizioni, 2018) e “Condannato da Internet” (Robin Edizioni, 2019). Come autore di narrativa ha ottenuto numerosi riconoscimenti in premi letterari nazionali e internazionali.

mercoledì 3 giugno 2020

Libri: Alessandro Bruni presenta 'We Were Grunge'


MILANO - Lo scrittore bolognese Alessandro Bruni presenta “We Were Grunge”, un romanzo intimo ma anche un’opera di non fiction che rievoca i tempi della musica grunge in quel di Seattle, quando gruppi come Nirvana, Soundgarden, Alice in Chains e Pearl Jam hanno rimescolato le certezze e le coscienze dei ragazzi degli anni novanta. È anche la storia di un uomo, aspirante scrittore, che cerca sé stesso attraverso un pellegrinaggio tra i boschi della Via degli Dei, con la sola compagnia dei fantasmi dei soccombenti e dell’ingombrante figura di chi è rimasto, con il quale intrattiene un emozionante dialogo interiore.

Il romanzo We Were Grunge di Alessandro Bruni ha un sottotitolo che presenta in parte la trama di quest’opera a metà tra il saggio e l’auto-fiction: In cammino con Chris Cornell, Kurt Cobain, Layne Staley e Eddie Vedder. E sono infatti quattro le sezioni in cui è diviso il libro, relative ai quattro musicisti che sono stati i protagonisti indiscussi della scena grunge di Seattle negli anni novanta. Ma oltre al racconto lucido e profondamente partecipato della storia in pillole di questi tormentati artisti, l’opera si focalizza anche sulla vicenda di un uomo che decide di chiudere temporaneamente i ponti con la sua vita, per partire per un viaggio a piedi tra i boschi dell’Appennino Tosco-Emiliano e scrivere un romanzo che da tempo girovagava nella sua testa. Sarà un cammino faticoso dal punto di vista mentale e fisico, una sorta di pellegrinaggio pagano che porta omaggio a divinità malridotte e terrene, tre delle quali già ascese al Paradiso altrettanto pagano della Musica.

In certi passaggi questo cammino diventa una via crucis, le cui stazioni sono rappresentate dalle canzoni che risuonano nella testa del protagonista, a memento di uomini che hanno trasformato in arte la loro sofferenza interiore, che si sono immolati sull’altare della condivisione esponendo le proprie ferite sanguinanti e donandosi completamente, anima e corpo, anche quando era rimasto ben poco da offrire. E non è un caso che la dedica in apertura del romanzo reciti: “Per quelli che soccombono e quelli che restano”, a rimarcare l’intento dell’autore di raccontare della sottile linea che separa l’attitudine a resistere o a soccombere alla vita. Eddie è sopravvissuto al vortice distruttivo del grunge e alla caduta nella dannazione dei suoi colleghi; ancora oggi attivo nella scena musicale, è il punto di arrivo del viaggio del protagonista, l’unico con il quale può avere un confronto concreto, esplicitato nel dialogo “epistolare” che intrattiene con lui per tutto il libro, una conversazione spesso turbolenta, specchio dell’inquietudine che lo avvolge. Chris, Kurt e Layne rappresentano invece i fantasmi di un’epoca che non tornerà più, che l’autore rievoca uno dopo l’altro in una sorta di straniante seduta spiritica.

Chris con il suo suicidio che è stato rimandato a lungo ma che è sempre esistito in potenza: “il seme dell’autoannientamento è germogliato in una terra remota della psiche, del passato”; Kurt che come uno spettro impertinente segue il protagonista nel suo peregrinare tra i boschi, nel suo osservare gli alberi: “nell’intreccio delle ramificazioni ho intuito il gioco della grazia e dell’istinto selvaggio, entrambi presenti in natura” – così com’erano presenti anche in Cobain; Layne che era un morto vivente molto prima della sua morte, ma che è stato forse l’interprete più raffinato e allo stesso tempo più disperato del male esistenziale: “Kurt è bruciato in una folgore che ha avvampato una notte; Layne è marcito poco per volta, al ritmo lento di una nenia meravigliosa, capace di cullare i peggiori sogni tossici, le dannate astinenze, ogni fallimentare tentativo di risalita verso la superficie”.

TRAMA. Il 18 maggio 2017 Chris Cornell, cantante dei Soundgarden, viene trovato morto in una stanza d’hotel a Detroit. Sono trascorsi oltre vent’anni da quel pugno di tempo contrassegnato dal grunge e dall’ultima onda di ribellione musicale. Kurt Cobain dei Nirvana e Layne Staley degli Alice in Chains sono morti da anni e ora il destino è venuto a prendersi Cornell. Un protagonista di cui non sappiamo il nome, con il suo sole e il suo tempo in bilico sul mondo, si allontana da casa e dalla famiglia, dagli impegni presi e dal lavoro. Vuole solo camminare e scrivere, scrivere e parlare con l’ultimo di quei ragazzi che fronteggiavano il pubblico, l’ultimo ora rimasto in vita, l’ultimo ancora sul palco. Eddie Vedder. We Were Grunge è il racconto di questo cammino di stenti, questa disputa di anime che toccano il fondo e si contendono quello che resta, nella meschinità, nella passione, nella vergogna e nella verità, sino alla conta finale per capire se esiste ancora una differenza fra soccombere e resistere.

Alessandro Bruni è uno scrittore e avvocato civilista. È autore dei romanzi editi da Persiani Editore “Ulisse aveva una figlia” (2015), “Killing Rock Revolution (2017) e “La prossima estate. Un requiem per il noir” (2019) - che compongono la trilogia della commedia itinerante, della spy story complottista e dell’equivoco secondo il registro della tragedia. Il suo ultimo romanzo è “We Were Grunge” (Persiani Editore, 2020).

lunedì 25 maggio 2020

Libri: arriva nelle librerie 'La festa di matrimonio' di Adriano Di Gregorio


MILANO - Lo scrittore catanese Adriano Di Gregorio presenta “La festa di matrimonio”, un nuovo poliziesco con protagonisti il vicequestore aggiunto Damiano Battaglia e l’ispettore Concetto Spanò, già conosciuti nelle precedenti opere dell’autore. Un intricato romanzo che segue due diverse linee spazio temporali che si andranno poi a congiungere in una vicenda drammatica e controversa, nella quale si scopriranno segreti sepolti sotto anni di omertà, di ricatti e di menzogne.

La festa di matrimonio di Adriano Di Gregorio riporta sulla pagina l’affascinante e ironica figura del vicequestore aggiunto Damiano Battaglia, un uomo spigoloso ma anche estremamente empatico, un amante dei buoni libri e un serio professionista. E insieme a lui si ritrova la piacevole presenza dell’ispettore Concetto Spanò, irriverente e spassoso collega e amico del vicequestore, con il quale dà vita a siparietti comici che riescono ad alleggerire il racconto di una storia nera e brutale. 

La vicenda si svolge su due piani spazio temporali diversi che alla fine si intrecciano. In quello principale si assiste alle indagini di Battaglia, Spanò e dei loro collaboratori sul controverso omicidio di Domenico Grancagnolo, impegnato in un’attività di smaltimento di rifiuti tossici che presto si rivela avere connessioni con la malavita di Acireale, capeggiata dal pericoloso Totò Sciuto. Nello stesso tempo Battaglia si trova ad indagare su uno spacciatore, Giuseppe Ferlito, su un misterioso quaderno recante dei numeri associati alla sezione aurea, e su delle lettere d’amore vergate trent’anni prima che sembrano avere stretti legami con l’omicidio di Grancagnolo. Inizia quindi un viaggio a ritroso nel tempo, fino al lontano giugno 1982, in cui avvenne uno strano incidente stradale la cui dinamica non riesce a convincere del tutto il vicequestore. Tra rivelazioni agghiaccianti e l’abbattimento di pesanti muri omertosi, tra lutti mai elaborati e segreti del passato che meritano di essere rivelati, l’autore racconta anche una storia di più ampio respiro accaduta a due giovani, Albert e Libera, nella Germania ai tempi del Muro, che solo alla fine rivelerà il suo legame con la vicenda principale. 

La festa di matrimonio è una storia a incastri dal ritmo serrato e scritta con un linguaggio agile e diretto, nella quale il lettore può seguire da vicino le indagini di Battaglia e cercare insieme a lui di risolvere il caso; è anche una vicenda appassionante e divertente, in cui si può godere del rapporto goliardico tra Battaglia e Spanò, che riesce a strappare una risata anche mentre si sta raccontando di eventi drammatici e profondamente ingiusti.

TRAMA. La festa di matrimonio narra le vicende del commissario Battaglia e del suo fidato amico, l'ispettore Spanò. La vicenda si svolge su due livelli lontani nel tempo e nello spazio. Il primo livello - quello principale - vede in scena il commissario Battaglia il quale, mentre indaga su un misterioso omicidio, si imbatte in una vecchia corrispondenza d'amore. Battaglia, a causa di una promessa fatta, prende a cuore la vicenda delle lettere e decide di scoprire chi erano i giovani amanti e cosa stavano progettando. Il secondo livello della narrazione prende avvio dalle vicende di due ragazzi, Albert e Libera. Albert è un giovane della DDR che, tre giorni prima della costruzione del muro di Berlino, riesce a scappare da Berlino Est. Libera è una giovane siciliana che si trasferisce a Milano per studiare Filosofia; qui entra in contatto con alcuni operai della Pirelli e con gli ambienti rivoluzionari dell'estrema sinistra. Alla fine le due vicende si intrecciano strettamente in un unico grande filone narrativo.

 Adriano Di Gregorio (Siracusa, 1971) è laureato in Lettere moderne e Filosofia. Dal 1998 ha collaborato con la cattedra di Storia moderna della Facoltà di Lingue e con la cattedra di Storia contemporanea della Facoltà di Lettere dell'Università di Catania. Nel 2004 ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Storia moderna. Nel 2009 per la casa editrice Aletti è uscito il suo romanzo d'esordio, “Il Prima e il Dopo”. Per Algra Editore pubblica: nel 2014 il romanzo giallo “Il Peso della Verità” - con il quale prendono avvio i “casi” del commissario Battaglia - nel 2016 “La maga e il talismano”, nel 2017, insieme a Piero Juvara e Mario Lo Giudice, la raccolta di novelle “Il Pozzo delle tre lune” e nel 2019 “La festa di matrimonio”. Nel 2011, insieme alla scrittrice milanese Daria Colombo, ha vinto il premio letterario Akademon. Nel 2015 gli è stato conferito il premio “Cruyllas”, III edizione, riservato agli scrittori che si sono distinti per la diffusione della sicilianità. Dal febbraio 2018 cura un canale YouTube “Le Lezioni di Adriano Di Gregorio”, che conta quasi un milione di visualizzazioni l’anno, nel quale pubblica le sue lezioni di Letteratura italiana e di Storia.

Licia Allara presenta la sua nuova opera letteraria 'Lettera alla sposa'


MILANO - La scrittrice piemontese Licia Allara presenta “Lettera alla sposa”, un breve romanzo denso di emozioni e suggestioni, in cui si racconta dell’eterno dilemma dell’essere umano: scegliere tra istinto e ragione, tra la libertà di vivere in armonia con sé stessi e la necessità di adeguarsi alle convenzioni sociali. Sono tanti i personaggi colti nell’elettrizzante attesa di assistere a un incantevole matrimonio, ognuno impegnato nella propria personale recita. Ma una dopo l’altra le maschere ben plasmate sui loro volti verranno strappate, per volontà di un’autrice che cerca di comprendere le ineffabili ragioni dell’anima.

Nel romanzo breve di Licia Allara Lettera alla sposa si indagano a fondo i sentimenti dei suoi personaggi, in fremente attesa per l’inizio di un matrimonio che sembra avere importanza non solo per gli sposi ma in certa misura, e senza comprenderne consciamente le ragioni, anche per loro; come se il coronamento dell’amore altrui fosse di riflesso la realizzazione della loro favola più intima. Una favola in cui non credono più ma che è sempre dentro di loro, con diversa intensità a seconda del tipo di vita che hanno scelto o subìto. Sono personaggi simbolo di quell’amarezza che contraddistingue ogni essere umano che non ha avuto il coraggio di seguire i propri sogni, magari in apparenza irrazionali, ma che comunque li rendevano vivi. Personaggi che semplicemente sopravvivono, e senza avere coscienza della loro mediocrità; che hanno deciso a un certo punto del percorso di scegliere la strada più battuta senza curarsi delle tante ramificazioni inesplorate, delle svolte improvvise e delle strade accidentate che potevano condurre a un cambiamento positivo. 

Sono figure senza nome, perché devono essere anonime casse di risonanza per ognuno di noi; sono uomini e donne abituati a indossare giorno dopo giorno maschere dall’apparente consistenza carnale, e che quando si guardano allo specchio non sanno più riconoscersi per quello che sono, ma si vedono per ciò che devono essere, e che probabilmente odiano. Ma è un fardello che va portato se si vuole vivere nella realtà, se si vuole essere accettati. L’autrice racconta di questa “sensazione di estraneità a noi stessi” che porta a scelte dolorose e annichilenti: “Poi, a volte capita, un giorno ci si ferma. All’improvviso. Basta un piccolo sovvertimento della nostra momentanea normalità per sentirci immediatamente estranei alla nostra vita, spettatori esterni di noi stessi”. E parla anche di quei momenti illuminanti, di quegli sprazzi di ragione in cui la propria verità si rivela, di quei treni provvidenziali che appaiono di tanto in tanto e che vanno presi al volo. Sono preziosi e fuggenti attimi nei quali finalmente ci si ascolta e si comprende la via da seguire, ma non sempre si ha la forza di mantenere saldi il cuore e gli intenti. E così le occasioni si perdono nel mare della vita, navigato tra le nebbie dell’inconsapevolezza. Lettera alla sposa è un romanzo narrato con uno stile evocativo ed elegante, in cui ogni personaggio è cesellato con cura, dagli sposi alle figure del fioraio presuntuoso, del prete inquieto, dell’organista misterioso, della zia zitella, dell’ex fidanzato geloso e dell’amica disillusa. Ognuno con la propria storia, ognuno con le proprie colpe, in attesa di un bel matrimonio e soprattutto di una redenzione che, forse, mai arriverà.

TRAMA. Un matrimonio. Questa storia inizia con la grande attesa per il matrimonio dell'anno in un luogo incantato. Chi sono la sposa e lo sposo? Chi c'è davvero dietro alcuni dei volti che incontrerete alla cerimonia? Quali segreti, quali improbabili intrecci di vite? Il matrimonio: punto di arrivo, punto di partenza per una nuova vita? L'autrice vi condurrà al finale inaspettato attraverso una galleria di personaggi indimenticabili: alla fine vi sembrerà di conoscerli da sempre, benché non abbiano un nome; personaggi e luoghi senza nome perché c'è un senso più profondo e universale, c'è qualcosa che va oltre, tra le righe, e Licia Allara ha dimostrato un'abilità straordinaria nell'accompagnare il lettore ben al di là delle pagine del libro. "Questa storia racconta di piccoli e grandi segni, di piccole e grandi occasioni, colte e perdute", e al termine della lettura una domanda potrebbe assediarvi. Se lo farà, non ve ne libererete più. Quand'è che la vostra vita si è fermata? E come è ripartita?

Licia Allara è nata e cresciuta in Piemonte e dal 2003 ha vissuto in giro per l’Europa: prima in Germania, poi in Svizzera e quindi in Portogallo, a Cascais, dove vive attualmente. Laureata in Economia Politica, dal 2017 dopo aver lavorato come consulente aziendale cambia completamente ambiente di riferimento e comincia a collaborare con una piccola ONLUS italiana. Pubblica nel 2019 “Lettera alla sposa” per Europa Edizioni.

mercoledì 22 aprile 2020

Un ebook di Liberascienza invita a riflettere sull’emergenza Covid-19


POTENZA – L’associazione Liberascienza di Potenza partecipa al dibattito sulla pandemia causata dal coronavirus, proponendo, con il proprio consueto stile divulgativo, un approfondimento sulle tematiche legate all’emergenza da Covid-19. Lo fa attraverso il lancio, tramite i propri canali di comunicazione on line, dell’e-book dal titolo “Pensieri sospesi. Dialoghi per il tempo che verrà”, a cura di Pierluigi Argoneto. La pubblicazione è una raccolta di interviste a divulgatori, scienziati, intellettuali e giornalisti, legate in maniera più o meno diretta alla situazione di crisi sanitaria che il mondo sta affrontando, per raccontarla da punti di vista e prospettive diverse. L’e-book può essere scaricato gratuitamente sul sito di Liberascienza al seguente link: bit.ly/ZollettaLS.

Nelle scorse settimane Pierluigi Argoneto, divulgatore scientifico e scrittore, ha intervistato live, su Facebook, esperti in ambiti differenti, confrontandosi sui temi emersi dalla riflessione sulla pandemia di SARS-CoV-2 e sulla quarantena. Gli appuntamenti quotidiani, denominati “La Zolletta di Liberascienza”, poiché programmati all’ora del caffè pomeridiano, sono stati uno spunto per ragionare insieme al pubblico di attualità e scienza e per sottolineare l’importanza di stare nella società, condividere pensieri e crescere insieme. I video sono disponibili anche su YouTube, all’interno del canale di Liberascienza: bit.ly/2UHXRLF.

I 14 protagonisti delle interviste, raccolte e rielaborate nell’e-book, sono: Luigi Armignacco, Amedeo Balbi, Ernesto Belisario, Piero Bianucci, Paola Bonini, Francesca Buoninconti, Gilberto Corbellini, Cristina Da Rold, Domenico Dell’Edera, Pietro Greco, Costanza Jesurum, Luciano Monti, Daniele Palumbo e Rossella Panarese. Come il famoso caffè sospeso di Napoli, adesso i loro pensieri sono messi a disposizione, “sospesi” appunto, per chiunque voglia trarre spunto per ulteriori considerazioni o per capire meglio il momento storico che stiamo vivendo. Le riflessioni, al fine di facilitare la fruizione del lettore, sono state raggruppate in tre aree tematiche: l’uomo e la natura, l’uomo e gli altri, la voce dell’uomo.

Dal 2010 Liberascienza si occupa di raccontare il progresso del pensiero umano nel suo complesso, con le ripercussioni sociali ed economiche che ne derivano, e di rendere accessibile a quante più persone la cultura e la ricerca sviluppate in ogni campo del sapere, evidenziando le connessioni tra discipline diverse. Con questi stessi obiettivi l’associazione dal 2016 ha ideato e organizzato tre edizioni del Festival della Divulgazione (www.festivaldelladivulgazione.it), una manifestazione fatta di incontri, scambi e visioni, secondo un’idea che individua nella conoscenza il motore di sviluppo e miglioramento della società.

venerdì 28 febbraio 2020

Tutte le poesie di Leonardo Sinisgalli in libreria


POTENZA - A pochi giorni dal suo “compleanno” sarà disponibile il 3 marzo in tutte le librerie d’Italia il volume che raccoglie “Tutte le poesie” di Leonardo Sinisgalli, ripubblicate da Mondadori tra gli Oscar Baobab e curate da Franco Vitelli dell’Università di Bari, cui è affidata anche l’introduzione al testo. Nel volume, i cui diritti sono stati acquistati grazie al contributo del Fondo etico di Bcc Basilicata, confluiscono le raccolte Cuore (1927) prima opera giovanile in autoedizione, le mondadoriane Vidi le Muse (1943), I nuovi Campi Elisi (1947), La vigna vecchia (1956), L'età della luna (1962), Il passero e il lebbroso (1970), Mosche in bottiglia (1975), Dimenticatoio (1978), ma anche le Imitazioni dall’Antologia Palatina (1980), Come un ladro (1979) e Più vicino ai morti (1980)

L’opera è un viaggio attraverso le diverse stagioni poetiche e umane di Sinisgalli, a cominciare dalla sua raccolta “preistorica”, Cuore, nella quale per molto tempo non si è riconosciuto. Una poesia sempre più impura, contaminata con la prosa, e che somma reale e immaginario, come sintetizzato nella celebre formula teorizzata da Sinisgalli, a+bj (“dove a e b sono quantità reali e j l’unità immaginaria”).

Consacrato poeta da Ungaretti, in diverse raccolte Sinisgalli mette in versi la sua vicenda autobiografica, attraverso un recupero mitico della terra natia, la stessa di Orazio, che è anche il luogo della sua speciale epifania poetica. La storia personale e universale – dalla guerra allo sbarco sulla luna, con l’avvento della tecnologia - lascia tracce nei suoi versi, facendosi specchio di dilemmi e tormenti. Lo spartiacque dei cinquant’anni e della piena maturità artistica, danno il via a un nuovo corso, con una composizione che diventa breve e frammentaria. Un segnale di crisi, percepito nelle ultime raccolte come perdita dell’energia vitale e dell’ispirazione poetica, coincidente con la morte della moglie, Giorgia De Cousandier.

A chiusura del volume Vitelli - che Sinisgalli volle espressamente quale curatore delle sue poesie, iniziando in tal senso un lavoro insieme - inserisce una ricca sezione dedicata alle notizie filologiche sulle raccolte e sui testi, di cui ricostruisce la storia, corredandola della descrizione delle testimonianze manoscritte di cui ha notizia, con l’obiettivo di suscitare una “partecipazione suggestiva all’officina di Sinisgalli”.

Con la pubblicazione delle Poesie, si completa la trilogia mondadoriana aperta dal Furor Sinisgalli e proseguita con la raccolta dei Racconti. Una straordinaria operazione culturale, di cui si ringrazia l’erede, Ana Maria Lutescu, fortemente voluta dalla Fondazione Leonardo Sinisgalli e dalla Mondadori che dopo oltre 40 anni restituisce alla collettività le principali sfaccettature di un personaggio complesso e multiforme come Leonardo Sinisgalli, dando concretezza alla profezia, che lo stesso poeta aveva auspicato nella sua epigrafe: “Risorgerò fra tre anni / o tre secoli tra raffiche / di grandine nel mese / di giugno”.

martedì 25 febbraio 2020

Franco Casadidio pubblica il romanzo 'Il volo del canarino'

MILANO - Lo scrittore ternano Franco Casadidio presenta “Il volo del canarino”, la drammatica storia di due ragazzi tedeschi nella Germania a cavallo tra le due guerre mondiali. Jürgen è un giovane di pura razza ariana mentre Sara è un’ebrea da parte di madre, e tanto basta per separarli e condannare il loro amore all’oblio. L’autore racconta con precisione storiografica e delicata partecipazione dell’ascesa di Hitler e del partito nazista, che ha segnato non solo il destino dei due protagonisti ma di milioni di persone. Per non dimenticare mai, e per fare in modo che la memoria sia di monito per non ripetere gli stessi folli errori.

Il volo del canarino di Franco Casadidio è un romanzo intenso e coinvolgente, uno spaccato della nostra Storia che mai nessuno potrà dimenticare. Una Storia definita da Elsa Morante “uno scandalo che dura da diecimila anni” - come ricorda una delle citazioni in apertura dell’opera - una Storia raccontata nelle sue ingiustizie, nelle sue prevaricazioni ma anche nelle sue testimonianze di estremo coraggio. L’autore presenta una ricostruzione fedele e accurata della Germania di fine Prima Guerra Mondiale e soprattutto dell’ascesa e della caduta del nazismo; ed è così che si mostra il momento in cui il giovane caporale Hitler iniziò il suo percorso di odio quando ricevette un compito di spionaggio, e “…quell’incarico, all’apparenza così banale, avrebbe cambiato la sua vita e quella di milioni di persone in tutto il mondo”, ed è così che viene descritto il dialogo tra ufficiali nazisti che portò all’idea delle camere a gas, un dialogo agghiacciante, disumano, la cui chiusura fa ancora più rabbrividire quando uno di loro esprime dubbi sulla moralità del progetto e il dottor Kritzinger freddamente risponde: “Lei crede che esista ancora un senso della morale in questo Paese?”. Nonostante quest’attenta cura nel presentare le fonti storiche, l’autore non rinuncia mai al piacere di una narrazione che indaghi i moti dell’anima di personaggi colti in un momento di profondo dolore. Due in particolare sono i protagonisti di questa vicenda che si allarga ad abbracciare il destino di un intero popolo: Jürgen Von Schotze, un giovane di buona famiglia e di pura razza ariana, e Sara Funke, figlia di un’ebrea, una “mista di primo grado”. Mentre la Storia scorre davanti agli occhi del lettore - quella dei vincitori che poi diventano perdenti e quella dei perdenti che poi non diventano vincitori ma sopravvissuti - si intersecano le storie private dei due giovani, che inevitabilmente si scontrano con una realtà che di lì a poco avrebbe cambiato il volto dell’Europa. Un volto rigato di sangue e lacrime, così riconoscibile, cristallizzato in un monito troppe volte inascoltato dalle generazioni successive. Sara e Jürgen diventano testimoni inermi e attori della Storia: l’uno assecondando in un primo momento un potere intollerante e crudele, l’altra subendo quella stessa crudeltà. Il volo del canarino è un racconto lucido di ciò che accadde, ma all’autore non basta rimanere in superficie, e quindi si indaga a fondo nell’animo umano, nelle motivazioni di chi aiutò a compiere atti impietosi e folli, e nella sofferenza di chi vide cancellata ogni umanità nel prossimo e ogni dignità dalla sua persona. Franco Casadidio è un cronista dell’anima dei protagonisti: entra nei loro pensieri, li scandaglia e li restituisce nella loro forza. Jürgen è il cuore di questa narrazione: l’uomo accecato dalla fede la cui coscienza ha la fortuna di risvegliarsi, spingendolo ad agire per il bene comune. Sara è invece l’immagine della resilienza, dell’estrema forza che ha l’essere umano di rialzarsi e combattere nonostante i traumi della vita. E il volo del canarino del titolo, quell’uccellino tanto caro a Sara che per sua bontà tornò a volare tra i suoi simili, deve ricordare a tutti quanto conti la libertà per ogni essere vivente, libertà cancellata in anni oscuri, che minacciano sempre più di tornare.

TRAMA. Il volo del canarino racconta la storia d’amore tra Sara, una ragazza ebrea per parte di madre, e Jürgen, tipico rappresentante della nobiltà tedesca e della razza ariana, ed è ambientata nella Germania della prima metà del secolo scorso, la Germania di Adolf Hitler. La storia tedesca a partire dall’11 novembre 1918 - giorno della firma dell’armistizio che pone fine alla prima guerra mondiale - fa da sfondo alla vicenda umana e sentimentale dei protagonisti, che verranno coinvolti nei drammatici eventi che si verificarono in Germania dopo la sconfitta nella Grande Guerra. Le loro vite saranno profondamente segnate dall’ascesa al potere e dalla politica di Hitler, e in particolare dalle leggi razziali ed antisemite di cui Sara diventerà una delle tante vittime. Jürgen, invece, inizialmente convinto sostenitore delle idee del nazionalsocialismo di Hitler e della necessità della rivincita del popolo tedesco, arriverà, attraverso un difficile percorso interiore fatto di dubbi ed incertezze, ad una decisa e convinta presa di coscienza degli orrori della politica del Reich. Fino all’epifania finale che lo porterà ad un sofferto ripensamento critico delle sue convinzioni e delle sue azioni da colonnello delle S. S. accettando con dignità e autentico desiderio di riscatto di pagare per le sue colpe e per i suoi errori. 

Franco Casadidio è nato a Terni nel 1969. La sua passione per la Germania in generale e per la città di Monaco di Baviera in particolare, l’hanno portato a collaborare dal 2004 con le riviste bavaresi “INTERventi” e “Rinascita Flash”. Pubblica “Quando arriverà la primavera” (goWare, 2015), cinque storie ambientate a Monaco di Baviera, e “L’impronta del diavolo” (Morphema Editrice, 2016), la storia di due giovani fidanzati che, nella Germania della metà degli anni ‘80 alle prese con il terrorismo della RAF, entrano a far parte del gruppo eversivo. Il suo ultimo romanzo è “Il volo del canarino” (Morphema Editrice, 2018).

Laura Basilico pubblica il nuovo romanzo 'Per il tempo che resta'

MILANO - La scrittrice milanese Laura Basilico presenta “Per il tempo che resta”, un romanzo distopico ambientato nella Milano contemporanea che racconta in presa diretta l’Italia dello scontento di questi ultimi anni. Una vicenda volutamente provocatoria ed esasperata, spesso politicamente scorretta, con personaggi dei quali sarà di volta in volta quasi inevitabile indossare i panni, tanto si sentiranno vicini al proprio vissuto. Una storia drammatica che contiene in sé il seme della fatalità, e che analizza con pungente realismo la complessità degli esseri umani.

Per il tempo che resta di Laura Basilico si apre su un episodio di terrorismo mai accaduto in Italia, ma purtroppo vicino a una possibile realtà, per raccontare – o meglio sezionare – il comportamento dell’essere umano all’alba di una tragedia che coinvolge la società a cui appartiene. Con ritmo sostenuto e una vocazione alla cronaca secca e tagliente, l’autrice immagina uno scenario drammatico in cui lo stadio Meazza a Milano viene distrutto da una serie di potenti esplosioni. In un evento da fine del mondo seguiamo una dei protagonisti, Sara, intenta a scappare da un disastro di corpi ridotti in brandelli e fumo che brucia i polmoni; la donna si trova su una rampa dello stadio che le ricorda l’imbuto dantesco, e proprio all’inferno viene gettato il lettore, un inferno tanto vicino che si può quasi toccare e annusare. Il romanzo è il resoconto crudo e spietato dei giorni successivi a un attentato terroristico, osservati con gli occhi scaltri di una scrittrice che non è interessata a fare becero sensazionalismo ma vuole invece penetrare nell’anima di uomini e donne immersi nel proprio ego e nella propria autoconservazione. Sara, Dylan, Claudio e Barbara si trovano alle prese con il loro vero Io, che non combacia esattamente con l’idea che avevano di loro stessi. Per il tempo che resta è infatti un romanzo in cui niente è come sembra – a partire dalle possibili motivazioni dei terroristi - e in cui le certezze si sgretolano sotto gli occhi attoniti dei protagonisti tanto quanto lo stadio che poco prima era il luogo in cui sentirsi al sicuro. Laura Basilico mette a nudo l’anima dei suoi personaggi, la espone al giudizio impietoso dei lettori e nel mentre fa riflettere su quanto noi stessi siamo abili a nasconderci, e a non accettare la responsabilità delle nostre azioni. Sara è una donna vigliaccamente in fuga vittima di un assurdo fraintendimento su scala nazionale, Dylan è un uomo che non ha mai davvero afferrato la vita ma se l’è lasciata scorrere tra le dita, Claudio vive in un sottovuoto emozionale in cui non può penetrare neanche un granello di felicità, Barbara – come tutti gli esseri umani– vuole disperatamente fare la differenza. Tante sfaccettature di un’umanità al limite, scossa e percossa, autentica quanto basta da provocare empatia quanto disapprovazione. Sara è il vero cuore di questa storia, una donna piena di contraddizioni colta in un momento di smarrimento: “ho assoluto bisogno di sapere perché tutto se ne va in malora, qual è la mia parte di colpa nel declino”. E proprio di declino si parla in questo romanzo, delle derive di un’umanità che non trova più appigli, e di una società che condanna senza appello, che crocifigge senza prove, con la solerte complicità dei famigerati leoni da tastiera.

TRAMA.
 Milano, aprile 2012. Nel corso del derby in notturna Milan-Inter, una spettatrice si allontana apparentemente senza fretta dallo stadio Meazza. Pochi istanti dopo, una raffica di potentissime esplosioni scuote l’impianto, provocando una carneficina. Come mai la donna è uscita proprio in quel momento? E per andare dove? È parte attiva o a sua volta vittima dell’attentato? In una città scossa e spettrale, a queste domande cercheranno di trovare risposta il marito, l’ex fidanzato e una blogger d’assalto. Impresa non facile, in una vicenda dove niente è come sembra e neppure i terroristi sono quelli che tutti si aspettano.

 Laura Basilico è nata a Milano nel 1967. Nel 2008 pubblica per Robin Edizioni il suo primo romanzo “Come un tuono in cerca di pioggia”. Nel 2013 pubblica per Demian Edizioni “Sotto assedio”, un thriller sotto mentite spoglie incentrato sulle difficoltà professionali e familiari di una giovane madre affetta da una grave forma di depressione post parto. Nel 2016 esce per Edizioni Helicon “Donne che conosco”, una raccolta di racconti al femminile che di rosa hanno pochissimo, vincitrice del Premio “Città di Como” 2016 e seconda classificata al Premio “Lago Gerundo” 2016. “Per il tempo che resta” (Il Seme Bianco, 2019) è il suo ultimo romanzo. 

'Non c’ero mai stato', il nuovo libro di Vladimiro Bottone


MILANO - Lo scrittore napoletano Vladimiro Bottone presenta “Non c’ero mai stato”, la storia dell’incontro tra Ernesto Aloja, un editor in pensione che ha vissuto una vita a metà dedicandosi alle ambizioni degli altri, e Lena Di Nardo, una ragazza che di vite ne ha vissute tante, e ha un disperato bisogno di raccontarle. Da questo incontro nasce un rapporto tormentato e a tratti ossessivo, nel quale entrambi proveranno a mettersi a nudo, consapevoli di essere giunti a un momento cruciale della loro esistenza. Un’opera intensa e profonda per un autore già molto apprezzato per i suoi romanzi storici pubblicati dalle case editrici Rizzoli e Neri Pozza.

Non c’ero mai stato di Vladimiro Bottone è uno di quei romanzi che attira il lettore nella sua rete fin dalle prime pagine, lo ingabbia in una trama che non offre scampo, e lo lascia infine orfano di una vicenda che lo ha turbato nel profondo. Nell’affascinante cornice di una Napoli disturbante e inquieta, in cui le fiere sono pronte ad azzannare alla gola, si consumano le drammatiche storie di un uomo che si è ormai abituato alla piattezza e schematicità della propria vita, e di una giovane donna che spinge sempre un po' più in là i propri limiti, incurante delle conseguenze. Due anime tanto diverse quanto disperatamente vicine, l’uno lo specchio deformato dell’altra. Ernesto Aloja, editor di cinquantotto anni vissuti senza slanci, vede in Lena Di Nardo ciò che lui non ha mai avuto il coraggio di essere; la giovane donna, un’aspirante scrittrice dall’indole indisciplinata e selvaggia, vede in Ernesto un argine ai suoi tormenti, una via di fuga dai suoi demoni. E per questo motivo chiede all’uomo un aiuto per migliorare il suo manoscritto, disordinato quanto lei. E alla fine l’editing del romanzo di Lena diventa un pretesto per operare un editing delle emozioni di Ernesto; nel rapporto nato come il classico scambio tra maestro e allieva si crea quindi un cortocircuito che li fa diventare a seconda dei casi vittima e carnefice, padre e figlia, Pigmalione e Galatea. Un rapporto all’inizio impari che poi si livella lentamente in un apprendistato reciproco, che li coglie di sorpresa in un momento di forte smarrimento. Non c’ero mai stato è infatti una storia di dolorose rimozioni tornate a galla; è il racconto di vita di due personaggi abili a occultare, a nascondersi tra le pieghe della memoria. Ma il passato torna sempre a tormentare le notti insonni, con il suo carico di dolore, di frustrazioni e di sensi di colpa. Ed è così che la “Macchia” di Ernesto si allarga fino a fagocitare tutto intorno a lui, compresa Lena. E lei a sua volta risveglia i fantasmi di Ernesto con il suo manoscritto, fino a quel momento tenuti a bada con antidepressivi e un sistematico distacco dai sentimenti. E l’acquisto impulsivo di un bloc-notes da parte di Ernesto sembra essere solo l’ennesimo segno che l’inferno va finalmente visitato, con la consapevolezza di poterne uscire solo dopo aver espiato le sue colpe e le sue mancanze. Un’espiazione che passa attraverso la scrittura, quella intima e che spacca le ossa e il cuore, quella che Lena ha utilizzato per lasciare indizi sul suo trauma mai superato. Vladimiro Bottone ci consegna due personaggi profondamente umani perché imperfetti e smarriti, perché immersi nella paura che prova ogni essere umano, quella di non essere abbastanza, di essere sbagliato. E il lettore stesso è lasciato a riflettere sulle sue mancanze, sulle sue zone grigie, sul non detto e il non fatto, nella stessa vana speranza di Ernesto di poter ottenere il perdono, prima o poi. 

TRAMA. Ernesto Aloja è un ex editor: ha passato l’intera vita professionale a correggere i romanzi degli altri, dopo aver rinunciato a scriverne in proprio. Da poco è tornato a Napoli, il luogo dei suoi traumi giovanili. Ernesto ne censura il ricordo con gli psicofarmaci e frequentando, stancamente, due amanti che non gli procureranno mai fastidi. Questa routine è spezzata dall’arrivo di un dattiloscritto. Si tratta di un romanzo chiaramente autobiografico, il racconto di esperienze disordinate e promiscue. D’istinto Ernesto si sbarazzerebbe di un testo che ha la capacità di turbarlo profondamente. Non può evitare, però, di incontrarne l’autrice. Lena Di Nardo è una trentenne magnetica e disturbante. Una giovane donna che vive nell’hinterland napoletano, dove condivide l’esistenza precaria e senza prospettive della propria generazione. Ernesto, che ha sempre seguito la nascita di romanzi, stavolta ha l’impulso di far sbocciare una romanziera. Hanno così inizio i loro incontri settimanali, nella casa panoramica dove l’editor abita solo. Quello di Ernesto e Lena si rivelerà, da subito, come un apprendistato reciproco: di Lena alle tecniche della scrittura, di Ernesto a un mondo per lui inedito. Sia con le proprie pagine, sia facendosi accompagnare nelle sue scorribande notturne, Lena conduce l’editor in un mondo per lui estraneo. Un mondo dove la fa da padrona la sessualità usa-e-getta dei coetanei di Lena, consumata durante notti in discoteca a base di alcol, sostanze e indifferenza per il senso del limite che ha improntato tutta la vita di Aloja. La destabilizzazione psicologica dell’editor, poi, è accentuata da strani episodi di cui la sua allieva è vittima. Alcuni pedinamenti; lo speronamento notturno dell’auto di Lena; un diverbio di lei con una misteriosa ragazza nel parcheggio della discoteca; alcune aggressioni verbali sul suo profilo Facebook. Il tutto mentre le notti di Aloja iniziano a venire disturbate da uno stillicidio di telefonate anonime. Troppo tardi Ernesto ha la sensazione di essersi avventurato in territori dove non era mai stato. Territori che riguardano il passato di Lena, ma anche quello personale dell’editor.

Al fondo di questa discesa agli Inferi, una doppia rivelazione, spietata come ogni verità rimossa. Ernesto Aloja non potrà che scriverne, finalmente in prima persona.

Vladimiro Bottone (Napoli, 1957) vive e lavora a Torino. Ha pubblicato i romanzi “L’ospite della vita” (BEAT, 1999), selezionato al Premio Strega 2000, “Rebis” (Avagliano Editore, 2002), giunto alla seconda edizione, “Mozart in viaggio per Napoli” (Avagliano Editore, 2003), “Gli immortali” (Neri Pozza, 2008) e la collezione di racconti “La principessa di Atlantide” (Avagliano Editore, 2006). Gli ultimi suoi libri, che formano un dittico storico, sono “Vicaria” (Rizzoli 2015, poi BEAT 2017) e “Il giardino degli inglesi” (Neri Pozza, 2017). Il suo ultimo romanzo è “Non c’ero mai stato” (Neri Pozza, 2020). Collabora a L'Indice dei libri del mese e al Corriere della Sera. Dal 2015 ad oggi pubblica, ogni domenica, un racconto sul Corriere del Mezzogiorno.