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venerdì 11 gennaio 2019

Stop al farmaco contro l'emicrania Aimovig di Novartis: efficacia dubbia


ROMA - Altolà dell'autorità inglese di controllo dei medicamenti a un prodotto di Novartis: in una prima verifica il National Health Service (NICE) ha rifiutato di omologare un trattamento preventivo contro l'emicrania episodica o cronica, avendo dei dubbi sulla sua efficacia e sui suoi costi. Il preparato si chiama Aimovig (principio attivo: erenumab) ed è stato sviluppato in collaborazione con l'americana Amgen. Secondo Novartis gli studi clinici hanno dimostrato che riduce il numero di giorni di emicrania al mese di almeno la metà nel 40-50% dei pazienti. In una presa si posizione odierna il NICE sostiene fra l'altro che non vi sono dati sufficienti per affermare che Aimovig agisca meglio di altri farmaci come Botox (Botulinumtoxin A) di Allergan. Alla fine di settembre il NICE, osserva Giovanni D'Agata si era anche espresso contro il Kymriah, una terapia genetica sviluppata da Novartis contro la leucemia, ritenendola troppo cara. stata omologata in Svizzera (costo ventilato per paziente: 370'000 franchi).

giovedì 10 gennaio 2019

Il datore di lavoro deve risarcire il lavoratore per i danni da fumo passivo


ROMA - Quante morti o conseguenze infauste per tutti quei dipendenti esposti per anni al fumo passivo in azienda? Tante, troppe e quante e quanti familiari non hanno visto neanche ristorate le conseguenze della scarsa accortezza dei datori a rendere il posto di lavoro più salubre? Ma la giustizia, ove perseguita a volte arriva e riconosce la lesione di diritti sacrosanti come quello di non subire il fumo passivo nel luogo ove si svolge la propria attività professionale. E così, con l’interessante ordinanza 276/18, pubblicata il 9 gennaio, la sezione lavoro della Cassazione è stato ritenuto legittimo il risarcimento concesso prima dal Tribunale di Messina e poi dalla Corte d’Appello della stessa città siciliana nei confronti di un dipendente per il danno biologico conseguente al fumo passivo patito per anni in azienda.

Per gli ermellini è corretto il principio secondo cui l’inalazione è riconosciuta dalla scienza medica quale causa del cancro delle vie aeree superiori. Nella fattispecie, infatti, il risarcimento del danno biologico era stato riconosciuto perché era stato dimostrato che il dipendente aveva prestato la propria attività lavorativa dal 1980 al 1994 in locali insalubri perché di ridotte dimensioni e saturi di fumo, così contraendo un tumore faringeo, diagnosticato dopo la cessazione del rapporto di lavoro, rimosso chirurgicamente e dal quale era derivata una invalidità permanente quantificata nella misura del 40%. Con il caso approdato innanzi alla Suprema Corte, è così divenuta definitiva la condanna risarcitoria nonostante l’azienda avesse rilevato che il rapporto di lavoro fosse cessato ben sedici anni prima che la patologia neoplastica insorgesse e venisse diagnosticata. A confermare il nesso di causalità tra esposizione al fumo e insorgenza del tumore era stata la consulenza tecnica d’ufficio disposta nel corso di giudizio.

L’ausiliario del giudice aveva esaurientemente risposto ai quesiti formulati, in particolare rilevando che la malattia avesse avuto origine professionale dopo aver escluso altri fattori eziologici come alcol o familiarità. In buona sostanza, nel caso in questione, le motivazioni addotte dalla corte territoriale risultano essere immuni da vizi, con la conseguenza che resta confermata in toto la decisione di merito con buona pace dell’azienda che è stata condannata anche alle spese del giudizio di cassazione. Un lieto fine per una vicenda triste che, per Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, è comune a tante vittime incolpevoli sul lavoro e che costituisce un positivo precedente per quanti vorranno agire in giudizio per i danni connessi al fumo passivo patiti sul luogo di lavoro.

martedì 8 gennaio 2019

Scandalo farmaceutico tra Usa e Guatemala per gli esperimenti su cavie umane


ROMA - Le nubi dello scandalo che già aveva fatto venire i brividi solo quando fu svelato al mondo, si addensano nuovamente sul colosso farmaceutico statunitense Bristol-Myers Squibb, ma anche sulla Johns Hopkins University e la Fondazione Rockefeller, che dovranno continuare a difendersi davanti al tribunale per l’ipotesi di esperimenti su cavie umane in Guatemala tra gli anni '40 e '50. Il giudice federale degli Stati Uniti, Theodore Chuang, ha deciso di respingere la richiesta della difesa d’archiviazione della procedura. Quello che era apparso sin da subito come un vero e proprio scandalo di proporzioni gigantesche e orripilante per la sua natura, rivelò che centinaia di persone del paese centroamericano sarebbero state deliberatamente infettate dalla sifilide, la malattia venerea di medievale memoria, ma anche gonorrea e ulcera venerea.

Lo scopo di questi esperimenti umani sarebbe stato quello di scoprire se la penicillina fosse efficace contro le malattie a trasmissione sessuale. Tra le centinaia o forse migliaia di vittime (tra le mille e le 3mila) ben 774 si erano rivolte alla giustizia presso la Circuit Court di Baltimora, lamentando di essere state coinvolte in quest’esperimento di massa. E nel 2015, hanno deciso d‘intentare una causa. Gli stessi avevano denunciato come gli esperimenti fossero stati condotti a loro completa insaputa o il loro consenso. Davanti al giudice Chuang, gli attori coinvolti hanno chiesto risarcimenti per 1 miliardo di dollari.

Gli esperimenti sull'uomo sono stati scoperti nel 2010 dalla professoressa Susan Reverby del Wellesley College negli Stati Uniti. Aveva trovato appunti di John Charles Cutler, uno specialista di malattie veneree morto nel 2003. Cutler aveva guidato la serie di test. Egli e i suoi colleghi ricercatori avrebbero condotto i test in Guatemala su soldati, malati di mente, prostitute e detenuti, ma anche bambini. Sempre nel 2010 l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama si era già scusato per gli esperimenti. Il suo allora Segretario di Stato, Hillary Clinton, descrisse gli esperimenti come "non etici" e "riprovevoli". È importante, quindi, per Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, che il faro dell’opinione pubblica e della giustizia non si spengano su una vicenda così orribile, non solo per veder risarciti i diritti delle vittime, ma anche perché non si verifichino mai più fatti come questi che nella loro assurdità ricordano gli esperimenti svolti dai nazisti.

venerdì 4 gennaio 2019

Regno Unito: richiamo di farmaci contenenti 'Irbesartan' di Actavis (ora Accord)

(Irbesartan)

LONDRA - L'autorità di regolamentazione dei medicinali e dei prodotti sanitari del Regno Unito (MHRA), ha emesso un richiamo per i farmaci contenenti irbesartan dopo la scoperta di tracce di N-nitrosodietilammina (NDEA), una sostanza chimica utilizzata nella produzione di carburante per missili liquidi. Migliaia di pillole sono state richiamate per il timore che potrebbero essere contaminate.

La MHRA, rileva Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” ha emesso l'avvertimento in data odierna per alcuni prodotti contenenti irbesartan prodotti da Actavis (ora Accord) come misura precauzionale, a causa della possibile contaminazione da NDEA. Tale sostanza, fra l’altro, si trova nel carburante liquido per razzi. I dati del National Health Service (NHS), il sistema sanitario nazionale in vigore nel Regno Unito rivelano che oltre due milioni di prescrizioni per farmaci contenenti irbesartan sono state distribuite in Inghilterra nel 2017. Le persone che assumono farmaci contenenti irbesartan sono state esortate a non interrompere l'assunzione della loro prescrizione senza prima aver chiesto un parere medico. Il MHRA ha detto che non ci sono prove che la contaminazione abbia danneggiato i pazienti e ha sottolineato che non tutti i prodotti sono interessati.

Il richiamo segue un'indagine a livello europeo sulla contaminazione dei prodotti «sartan». Sette lotti del farmaco, prodotti da Actavis e Dexcel Pharma Ltd, sono stati inizialmente richiamati lo scorso luglio in tutta Europa. Seguirono gli Stati Uniti due settimane dopo. La MHRA ha emesso a novembre un altro richiamo di più lotti di farmaci contenenti valsartan prodotti da Mylan e Teva per il rischio che contenessero la NDEA. Nonostante l'avvertimento, i pazienti sono stati invitati a non interrompere l'assunzione delle loro prescrizioni senza prima consultare il proprio medico. Il dottor Sam Atkinson, direttore della divisione ispezione, controllo e standard della MHRA, ha dichiarato: "La nostra massima priorità è garantire che le medicine che prendiamo siano sicure.

"La nostra indagine sulla possibile contaminazione di medicinali contenenti sartan, incluso irbesartan, è in corso. "Al momento non ci sono prove che i medicinali contenenti NDMA o NDEA abbiano causato danni ai pazienti. "A causa del rischio associato all'improvviso arresto dei farmaci per l'ipertensione, si consiglia alle persone di non interrompere alcun trattamento senza consultare il proprio medico o il farmacista".

giovedì 3 gennaio 2019

Snack al supermarket: via dalle casse dei supermercati


ROMA - Le strategie messe in atto dall’industria alimentare, e in particolare delle grandi catene dei supermercati, sono troppo spesso in netto contrasto con le raccomandazioni dei nutrizionisti e degli esperti di salute, di mangiare sano, di ridurre l’apporto di grassi e calorie, e in generale di restare in forma. Basti pensare che solitamente in tutti i market, per la verità piccoli e grandi, troviamo una sfilza di snack ipercalorici ben allineati all’altezza o in prossimità delle casse: l’idea è che, finito di fare la spesa, nell’attesa di essere serviti, la nostra attenzione venga rapita da coloratissimi pacchetti di cioccolati, caramelle e altre merendine tutt’altro che salutari. E aggiungerle alla lista della spesa diventa praticamente automatico. Un problema legato al sovrappeso e all’obesità che, secondo gli esperti, può essere parzialmente risolto eliminando quei determinati prodotti dalle vicinanze delle casse.

Uno studio condotto presso l’Università di Cambridge e pubblicato nella rivista scientifica PLOS Medicine, ha considerato 30mila famiglie, scoprendo che, rimuovendo gli snack dalle casse, la loro spesa comprendeva un quinto in meno dei prodotti ipercalorici rispetto al normale. «Vedere che un cambiamento così piccolo può fare una differenza tanto grande nelle diete delle persone è veramente incoraggiante», ha dichiarato la dottoressa Jean Adams a BBC News. Come strategia parallela, si potrebbero rimpiazzare questi prodotti con promozioni e offerte più salutari, per attirare la clientela ad acquistare più frutta e verdura, per esempio. «Per resistere alle promozioni dovremmo essere tutti supereroi!», dice la dottoressa Alison Tedstone. «Ma tante di queste offerte sono pensate per farci spendere in alimenti che non ci servono affatto. Dobbiamo limitare questo genere di promozioni per ridurre il consumo di calorie in eccesso e combattere il problema dell’obesità. E nel frattempo risparmiare denaro».

Un portavoce del Department of Health and Social Care inglese ha confermato l’intenzione da parte dei ministri di allontanare questo genere di snack e promozioni dalle prossimità delle casse, al fine di «scoraggiare la clientela a comprare prodotti di cui non hanno bisogno». Per Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, un’intenzione che dovrebbe essere presa in considerazione anche in Italia.

giovedì 27 dicembre 2018

Dal banano non solo il frutto, ma anche vestiti


ROMA - Un nuovo rivoluzionario utilizzo della pianta banano, non solo per i prelibati ed ormai immancabili frutti, potrà presto arrivare, secondo i ricercatori dell'Alta scuola di Lucerna. Sono le fibre naturali contenute nel fusto, simili alla iuta o al lino, ad aver attirato l'attenzione degli scienziati che pensano che non debbano essere più sprecate. Dopo il raccolto, quasi sempre, i fusti vengono bruciati ma il loro potenziale è enorme, se si pensa alla quantità di filamenti contenuti.

L'equipe di ricerca internazionale, guidata da Tina Moor, ha esaminato la possibilità di creare prodotti tessili partendo dagli scarti delle coltivazioni di banane, riuscendo a realizzare un piccolo tappeto, utilizzando una macchina industriale. Il risultato, è stato incoraggiante, se si pensa che rispetto ad altri materiali tessili i banani hanno il vantaggio di non necessitare di spazi coltivabili supplementari, oltre a quelli già utilizzati per il frutto.

Insomma, per Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, un modo per evitare uno spreco notevole di risorse in agricoltura per una coltura intensiva che costituisce la spina dorsale dell'economie di numerosi paesi in via di sviluppo.

mercoledì 26 dicembre 2018

Epidemia di sifilide la causa della morte di sette bimbi in Australia


SYDNEY - Una malattia "medievale" sta risorgendo in Australia e le autorità sanitarie starebbero lottando per metterla sotto controllo: la sifilide, una delle più temibili malattie a trasmissione sessuale. L'origine del focolaio era contenuta nel North End, ma si sarebbe poi diffusa ulteriormente in tutta l'Australia, causando la morte di sette bambini. Ci sono stati di recente focolai in Australia meridionale e ad agosto sono stati osservati i primi casi segnalati nello stato di Victoria nel sud est, a distanza di 14 anni dall'ultimo. Quindi anche l'Australia del Sud ha visto un bambino nato con la malattia dagli esiti potenzialmente mortali l'anno scorso, il primo in 18 anni. Di due casi segnalati di patologia congenita, uno è risultato, purtroppo, fatale. Ci sono stati finora sette decessi determinati da sifilide congenita, ossia trasmessa dalla madre al feto, da quando l'epidemia è stata accertata nel Queensland nel gennaio 2011. Nel complesso ci sono stati 15 casi di sifilide congenita dall'inizio dell'epidemia, tra circa 2400 in totale. Nel Medioevo la sifilide era considerata una piaga che causava gravi conseguenze come una serie di infezioni ed anche problemi neurologici, ma sebbene nei tempi moderni sia facilmente curabile nelle sue fasi iniziali, gli esperti avvertono che ci vorranno anni per ridurne le conseguenze a livello nazionale. Per affrontare la "tempesta perfetta", di giovani sessualmente attivi e transitori che diffondono la malattia in tutto il paese, questo mese, il governo australiano ha impegnato ulteriori 12,4 milioni di dollari australiani (pari a 7,65 milioni di euro) nel suo programma di test. Il finanziamento "estenderà e sostiene test e trattamenti immediati" nelle comunità aborigene e delle isole dello Stretto di Torres nell'Australia settentrionale, meridionale e centrale. È stanzierà 21,2 milioni di dollari (pari a 13,07 milioni di euro) fino al giugno del 2021 per tenere sotto controllo la malattia. I casi sono prevalentemente tra i giovani tra i 15 ei 29 anni. Quasi 120 professionisti sanitari sono stati formati per utilizzare i kit di test e oltre 4000 persone sono state sottoposte a screening da parte di servizi sanitari finanziati nelle prime fasi del programma. Il ministro per la salute indigena Ken Wyatt ha dichiarato che la diagnosi e il trattamento immediato "promettono un importante passo avanti nella riduzione della diffusione della malattia". La spinta al finanziamento include 1 milione di dollari australiani per risposte rapide in tutte le altre aree in cui viene rilevata un'emergenza sifilide emergente. "Stiamo facendo progressi, ma il fatto che questa malattia prevenibile e curabile eppure mortale dilaghi in alcune comunità aborigene è una tragedia che non dovrebbe mai essere permessa", ha affermato Wyatt. Ha anche invitato gli stati e i territori ad aumentare il loro impegno a livello locale. Ha detto di aver scritto ai ministri della salute ribadendo che le risorse extra erano sotto la loro responsabilità e "fondamentali per fermare l'epidemia di sifilide e salvare vite umane". A ottobre, la Malaysia è diventata il primo paese nel Pacifico occidentale a ridurre la trasmissione da madre a figlio di HIV e sifilide. La Malesia è stata tra i primi ad adottare globalmente la prevenzione nazionale, iniziando lo screening dell'HIV prenatale nel 1998. Nell'area dell'Oceano Pacifico dell'Organizzazione Mondiale della Sanità si stima che circa 45.000 donne in gravidanza siano infettate dalla sifilide ogni anno. Le nascite possono provocare aborto e morte in utero, sottopeso alla nascita e gravi infezioni neonatali. Eamonn Murphy, direttore regionale di UNAIDS per l'Asia e il Pacifico, ha detto che gli altri stati dovrebbero seguire l'esempio della Malesia. Lo scoppio della malattia in Australia Meridionale è stato dichiarato solo a novembre. Nello stato di Victoria, tre quarti dei casi segnalati provenivano da uomini omosessuali e bisessuali. Ma il vice direttore sanitario del Victoria, il dott. Brett Sutton, ha affermato che negli ultimi tre anni si è verificato un "forte aumento" delle donne infette. "Era praticamente scomparso negli anni '90 in Australia. Ha avuto un lento aumento da allora, e poi negli ultimi anni abbiamo assistito a una ripresa", ha detto in agosto. "La mortalità fetale è ovviamente il risultato più tragico, ma può anche causare deformità di ossa, pelle, arti e cervello nei neonati. È prevenibile e non dovremmo permettere che accada. "La sifilide può essere trasmessa da sesso vaginale, anale e orale e i preservativi riducono notevolmente il rischio di trasmissione. L'infezione è spesso asintomatica, rendendo cruciale lo screening, ma possono esserci piaghe ed eritemi genitali. La campagna "Young, deadly, syphilis free" è diretta a 30.000 giovani nelle comunità colpite dal test epidemico specifico entro giugno 2019. Ancora una volta, quindi, per Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, la prevenzione e l'utilizzo del condom per chi si sposta in quelle zone e ha rapporti sessuali, possono essere semplici ed efficaci strumenti per evitare di essere contagiati da una malattia che noi occidentali pensavamo sepolta nei libri di storia e che invece si potrebbe riaffacciare nuovamente anche nel Vecchio Continente a causa della mobilità globale che vede spostare centinaia di migliaia di persone ogni giorno da ogni luogo del mondo.

sabato 15 dicembre 2018

Ministero Salute segnala Salmonella nella Salsiccia secca di Siena


ROMA - Altro richiamo che riguarda la salsiccia secca per contaminazione da salmonella. Questo il motivo che ha spinto il Ministero della salute a diffondere un avviso di richiamo di un lotto di salsiccia secca di Siena del Salumificio Ciliani. Come si legge nel comunicato pubblicato sul sito del dicastero, il salume è identificabile dal numero di lotto 01131118 con la data di scadenza 23/05/2019.

La salsiccia secca interessata dal richiamo è stata prodotta dal Salumificio Ciliani Srl, nello stabilimento di via del Paradiso 35, a Savelli di Norcia, in provincia di Perugia (marchio di identificazione IT 9-1949/L CE). A scopo precauzionale e al fine di garantire la sicurezza dei consumatori, Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, raccomanda di non consumare il prodotto segnalato e di riportarlo presso il punto vendita d’acquisto!

mercoledì 12 dicembre 2018

Usa: nuova polio, già 158 casi


Record negli Usa di casi di bambini colpiti da Mielite flaccida acuta, una malattia con caratteristiche analoghe a quelle della poliomielite. La mielite flaccida acuta si manifesta all'inizio con i sintomi di un raffreddore, quindi febbre e difficoltà respiratorie, per poi degenerare in paralisi del volto, del collo, delle braccia o delle gambe. Al momento non si sono registrati decessi, ma molti dei pazienti hanno riportato paralisi permanenti.

La condizione, secondo la Cnn, è stata paragonata alla poliomielite per la quale nel 1950 era stato introdotto negli Stati Uniti il vaccino. I primi casi di AFM risalgono al 2012. Nel 2014 i malati furono 120, 149 nel 2016 e 158 quest'anno, con picchi a cadenza biennale. I numeri sono dei Centers for Disease Control and Prevention, gli enti di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti, che parlano in totale di 484 casi confermati negli anni.

Scartata l'ipotesi di poliomielite, non è ancora chiaro quali siano le cause della mielite flaccida acuta, il maggior indiziato al momento è il virus EV-D68. Ma occorreranno ancora studi e ricerche. Quel che è certo è che la stragrande maggioranza degli ammalati, oltre il 90%, è costituito da bambini.

sabato 8 dicembre 2018

Chi dorme poco di notte si arrabbia di più di giorno


ROMA - Capita di domandarsi perché alcune giornate ci sentiamo più irritabili. Una delle ragioni è la mancanza di sonno, che impedirebbe alle persone di affrontare in modo efficace le situazioni più complicate, abbandonandosi alla rabbia. Infatti, tutti sanno che non dormire abbastanza fa male. Ne va dell’umore, della salute fisica e anche quella mentale, oltre che della nostra performance al lavoro e nella vita sociale. Ma non tutti immaginiamo che, anche con appena due ore di sonno in meno, a lungo andare la nostra abilità nel gestire situazioni stressanti si riduce notevolmente, scatenando in noi forti sentimenti di rabbia e tensione. Il ricercatore Zlatan Krizan, professore di psicologia, e il suo team della Iowa State University hanno infatti condotto un esperimento in cui cercavano di sottoporre individui poco riposati a situazioni di stress. Sebbene il legame tra la stanchezza e l’irritabilità possa sembrare intuitivo e naturale, quello condotto dal team statunitense è uno dei primi studi che mostra una chiara connessione tra il poco sonno e il sorgere della rabbia. In particolare, i ricercatori hanno guardato a quella capacità che porta le persone ad adattarsi nel quotidiano a situazioni che prevedono imprevisti o condizioni sfavorevoli. «Sebbene vi sia la comune tendenza ad abituarci ad una condizione di irritazione, per esempio provocata da una camicia scomoda o da un cane che abbaia, gli individui che non dormono abbastanza manifestano una tendenza ad uno stato di rabbia e stress molto forte, che essenzialmente capovolge la loro abilità ad adattarsi, con il passare del tempo, a condizioni frustranti», ha dichiarato il dottor Krizan. I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: il primo dormiva normalmente, 7 ore per notte, mantenere il ciclo di sonno inalterato, mentre il secondo poteva riposare per circa due ore in meno, per due notti di seguito. Il sonno dei volontari è stato manipolato, prima e dopo, e monitorato in associazione a diversi tipi di suoni: il rumore marrone (o rumore browniano), simile a quello di un ruscello, e il rumore bianco, simile a quello di un segnale statico. I partecipanti che avevano ore di sonno in meno, durante la giornata si trovavano più in difficoltà nell’adattarsi ad una situazione di stress, e i rumori in loro tendevano a suscitare un più spiccato senso di rabbia. «In generale, la rabbia era sostanzialmente di più per le persone che avevano dormito meno», aggiunge dottor Krizan. «Abbiamo manipolato i suoni in modo che fossero più o meno fastidiosi e durante l’esperimento, come previsto, i partecipanti hanno manifestato più rabbia quando il rumore era più irritante. Ma quando non avevano dormito abbastanza, il livello di rabbia era maggiore a prescindere dal tipo di rumore».Un deficit di sonno normalmente suscita una varietà di emozioni negative, come ansia e tristezza, ma il suo impatto sulla rabbia è, secondo il leader dello studio, unico nel suo genere. Per avere un ulteriore conferma di quanto osservato, i ricercatori stanno analizzando i dati di 200 studenti universitari che hanno tenuto un diario del proprio sonno per un mese. Secondo i risultati iniziali, i ragazzi si sarebbero resi conto di provare più rabbia del normale nei giorni in cui hanno dormito poco. La ricerca, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti,è stata pubblicata per intero nella rivista scientifica Journal of Experimental Psychology: General.

C'è una rana viva nell’insalata, l’uomo compra il pacchetto e la libera

ROMA - Le insalate già pronte sono una soluzione ideale per chi non ha voglia di dedicare troppo tempo alla cucina. Basta aprire la busta e l'insalata è già pronta. Ma un uomo ha avuto la sgradita sorpresa martedì scorso di vedere un pacchetto muoversi negli scaffali in un negozio Migros di Basilea e di scoprire una rana viva nella confezione di insalata già pronta. È accaduto giovedì a un 59enne di Basilea. «All’inizio ho pensato ci fosse una cavalletta, ha raccontato poi, prendendola in mano, mi sono reso conto che all’interno c’era una rana verde».

L’uomo, anziché scandalizzarsi e reclamare, ha acquistato l’insalata. «Volevo essere sicuro che non le accadesse nulla di brutto» spiega incredulo. Una volta arrivato a casa, ha liberato l’animale in un luogo adeguato, vicino alla sua abitazione. La filiale della Federazione delle Cooperative Migros non è ancora in grado di spiegare come mai l'anfibio si trovasse nella confezione. È infatti raro che nella raccolta di prodotti freschi vengano prelevati anche degli animali.

Ma considerato che il processo di produzione comprende "controlli visivi doppi e persino tripli", è un mistero come la rana sia finita sugli scaffali. Si tratta del primo episodio mai accaduto nella regione. Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”,non risparmia un apprezzamento all’uomo che ò stato molto galante da parte sua risolvere la situazione in questo modo e pensare anche a liberare la rana.

venerdì 7 dicembre 2018

Salame cotto ritirato per sospetto inquinamento microbiologico


Per “esito non conforme per parametri di sicurezza alimentare di tipo microbiologico" a seguito di analisi effettuate in autocontrollo, è stato richiamato dai banconi di vendita un lotto di Salame Cotto Mignon prodotto a Genola in provincia di Cuneo, nel salame confezionato sottovuoto da 230 gr. Il lotto è P000415618, con varie date di scadenza. L'avviso di richiamo che riguarda il territorio nazionale, è stato pubblicato sul sito nella pagina dedicata alle allerte alimentari nella sezione "Avvisi di sicurezza" del Ministero della Salute.

Il salame interessato dal richiamo è prodotto da "La Grande Trasformazione" srl, nello stabilimento di via Garetta 8/A. Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, invita la clientela, a titolo cautelativo, a riportare in negozio il prodotto con le indicazioni descritte nel richiamo. Dal Ministero della Salute fanno sapere che del richiamo sono state avvisate le Asl di competenza, le Regioni in cui è stati venduto il lotto di salame.

Nello specifico, la nota ministeriale parla di "esito non conforme per parametri di sicurezza alimentare di tipo microbiologico di cui al Reg. 2073/05". Nell'ambito della sicurezza alimentare, il rischio microbiologico alimentare è rappresentato dalla possibile manifestazione di un effetto indesiderato a seguito dell’esposizione ad agenti patogeni zoonotici attraverso il consumo di alimenti. I più diffusi sono Campylobacter spp,Escherichia coli verocitotossici, Listeria monocytogenes, Salmonella spp, Toxoplasma, microrganismi produttori di tossine alimentari.

giovedì 6 dicembre 2018

Cozze allevate in mare contaminate da tossine: scattata allerta Rasff


LECCE - E' allarme cozze contaminate in Italia. L’elenco italiano del sistema di allerta inviata dal Ministero della Salute italiano del 5 dicembre (Dettagli di notifica - 2018.3530), comprende una segnalazione di allarme per la presenza di alto numero di "Diarroica Shellfish Poisoning" (DSP) acido okadaico (129 μg / kg - ppb) superiore ai limiti consentiti, in cozze allevate in mare. Nello specifico, su ordine dell' autorità italiana e spagnola, è stato disposto il ritiro dal mercato dei prodotti contaminati dopo un controllo effettuato sul mercato. Il consumo dei molluschi Bivalvi è considerato uno dei principali responsabili di trasmissione all’uomo di diverse malattie d’origine batterica e virale nonché intossicazioni da Biotossine algali, anche a causa della diffusa abitudine di consumarli poco cotti o addirittura crudi.

Il problema legato alla presenza delle tossine algali nei molluschi sta assumendo grossa rilevanza dal punto di vista igienico-sanitario. Ciò è dovuto, molto probabilmente, al flusso commerciale internazionale dei molluschi che vengono posti in zone di stabulazione, oppure veicolati dal traffico navale, o dall’acqua di zavorra trasportata dalle navi. Progressivamente, nel mare Adriatico, si è assistito alla proliferazione di un’alga (Dinophysis sp) produttrice della tossina Dsp, fenomeno che ha reso necessario impostare una continua vigilanza sanitaria. Attualmente il problema delle alghe tossiche marine è in continua crescita: sia per l’aumentare del numero delle specie riconosciute come dannose, sia per i fenomeni di fioritura algale, presumibilmente legati all’eutrofizzazione delle aree costiere. Dando origine a fenomeni di “ Bloom Algali”, cambiamenti di colore dell’acqua legate all’elevatissima proliferazione di cellule algali, raggiungendo in condizioni favorevoli (elevata presenza di nutrienti, temperatura ecc..), densità pari a 60-70 milioni di cellule litro. Il Fenomeno delle fioriture algali è noto fin dall’antichità e si manifesta in molte aree del mondo, in Italia si è assistito ad un’intensificazione di tale fenomeno dal 1975 lungo l’intera costa Emiliano Romagnola.

L’apporto di nutrienti è sensibilmente rilevabile negli estuari dei fiumi e in corrispondenza di fenomeni d’elevata piovosità.Nello specidico la Diarrhetic shellfish poisoning (DSP la sindrome di questa tossina è di natura diarroica, prodotta da tossine sviluppate da alghe del genere dinoflagettati appartenenti al gruppo Dinophysis, presenti normalmente nei mari di tutto il mondo. Non si formano mai in concomitanza con le "Maree rosse". Le Dinophysis sono responsabili della produzione di tossine del gruppo dell’acido okadaico.Le DSP sono composti liposolubili divisi in tre categorie con effetti tossicologici e meccanismi d’azione e alterazione diversi:Tossine acide (acido okadaico e suoi derivati)Tossine neutre (pectenotossine)Yessotossina e suoi derivati. Si prevede che i cambiamenti climatici causeranno una serie di malattie per gli oceani del mondo, incluso il riscaldamento, l'acidificazione e la perdita di ossigeno. Uno studio pubblicato di recente pubblicato online nell'edizione del 24 aprile degli Atti dell'Accademia Nazionale delle Scienze dal titolo "Il riscaldamento oceanico dal 1982 ha ampliato la nicchia delle fioriture algali tossiche negli oceani del Nord Atlantico e del Nord Pacifico", dimostra che una conseguenza oceanica di il cambiamento climatico che si è già verificato è la diffusione e l'intensificazione delle alghe tossiche. "Le fioriture algali tossiche o nocive non sono un fenomeno nuovo, anche se molte persone potrebbero conoscerle con altri nomi come le maree rosse", ha detto Gobler. "Questi eventi possono ammaliare o uccidere persone che consumano molluschi contaminati dalla tossina e possono danneggiare gli ecosistemi marini uccidendo pesci e altra vita marina". "Il problema sta peggiorando".

"La distribuzione, la frequenza e l'intensità di questi eventi sono aumentate in tutto il mondo e questo studio collega questa espansione al riscaldamento degli oceani in alcune regioni degli oceani del Nord Atlantico e del Nord Pacifico", ha detto Gobler. Le alghe marine sono così minuscole: 50 di esse affiancano solo la larghezza di un singolo capello, che possono sembrare innocue. Ma quando miliardi di cellule tossiche si uniscono, possono avvelenare gli umani, uccidere la vita marina e danneggiare economicamente le comunità costiere. Le perdite economiche attribuite a questo fenomeno nel corso dell'ultimo decennio sono state stimate a oltre un miliardo di dollari.Per tali ovvie ragioni, il Sistema di allerta RASFF, invita tutti a prestare la massima attenzione e a non consumare le cozze vive senza prima sottoporle al controllo dal Servizio igiene degli alimenti e nutrizione della Asl locale. Il rischio, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, rilanciando le raccomandazioni del Servizio di Igiene degli Allevamenti e delle produzioni zootecniche, è che i mitili interessati dal richiamo possano esser commercializzati al di fuori dei canali legali, mettendo a grave rischio la salute dei consumatori. Mentre i molluschi acquistati esclusivamente attraverso "canali autorizzati all’interno di sacchetti con etichette che ne riportano la provenienza, possono essere acquistati in sicurezza". Sottolineiamo che la dinofisi è un serio problema di salute poiché produce neurotossine e tossine gastrointestinali che possono provocare intossicazione da parassiti paralitici e diarritici negli esseri umani.

mercoledì 5 dicembre 2018

Sicurezza alimentare, Pedicini: “Etichette trasparenti su carni separate meccanicamente in difesa della salute dei consumatori”

POTENZA - Massima trasparenza sulle etichette per un consumo consapevole dei prodotti alimentari. Con questo obiettivo l’eurodeputato M5S Piernicola Pedicini, insieme alla collega Isabella Adinolfi, ha presentato una interrogazione alla Commissione europea sul consumo consapevole della "csm", la carne separata meccanicamente, il "prodotto ottenuto mediante rimozione della carne da ossa carnose dopo il disosso o da carcasse di pollame, utilizzando mezzi meccanici". Si tratta di un alimento che si trova facilmente sugli scaffali dei supermercati e sulle tavole dei consumatori sotto forma di wurstel di pollo, ripieni di tortellini o piatti pronti a base di pollo come polpette, crocchette, spinacine e cordon bleu. “Il regolamento CE numero 853 del 2004 – scrivono i due europarlamentari - distingue la carne separata meccanicamente ottenuta ad "alta" o "bassa" pressione, in base all'alterazione della struttura ossea e al contenuto di calcio. In particolare, una carne separata meccanicamente “ad alta pressione” provoca una maggiore distruzione delle fibre muscolari, favorendo lo sviluppo batterico, eppure non esistono obblighi per il produttore di chiarirlo sulle etichettature”. I due esponenti del M5S a Bruxelles hanno chiesto alla Commissione europea se, al fine di favorire il consumo consapevole, intenda “introdurre l'obbligo di indicare in etichetta se la “csm” è stata ottenuta ad alta o bassa pressione; se intende fissare una soglia minima di contenuto di calcio per distinguere tra carne macinata e carne separata meccanicamente; se intende “aggiornare la relazione del 23 settembre 2015 sullo stato di applicazione del regolamento 853/2004 relativamente alla carne separata meccanicamente, dato che già rivelava importanti criticità”. Vytenis Andriukaitis, il commissario europeo per la salute e la sicurezza alimentare, ha chiarito che, “pur mantenendo l’obbligo di etichettare l’uso di qualsiasi “csm”, non è in programma la modifica del regolamento relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori tesa ad indicare in etichetta se la carne separata meccanicamente è stata ottenuta mediante trattamento a bassa o ad alta pressione. Anche in merito alla distinzione tra carne macinata e “csm”, i criteri di distinzione sono già stabiliti nelle rispettive definizioni di regolamento”. “Compete agli stati, ha concluso la Commissione, “adottare tutte le misure necessarie per attuare la legislazione in materia di “csm” per garantire che “sia opportunamente etichettata al momento della sua immissione sul mercato” e non è previsto l'aggiornamento della relazione sull'applicazione del regolamento”. “La salute dei consumatori e la qualità dei prodotti devono essere sempre al primo posto” ha commentato l’eurodeputato del M5S Piernicola Pedicini.

lunedì 3 dicembre 2018

Virus dell'epatite mutato? Casi di esseri umani infetti da epatite da ratto


ROMA - Solo due mesi fasi si è diffuso rapidamente l'annuncio che il virus dell'"epatite E" del ratto può anche contagiare l'uomo. I media di mezzo mondo avevano, infatti, rilanciato la notizia di un uomo di 56 anni che era stato contagiato da un "parente molto lontano" della variante umana del virus, come avevano confermato i ricercatori dell'Università di Hong Kong che ne avevano seguito il caso. Ora, un altro paziente sarebbe stato contagiato sempre a Hong Kong. Una circostanza che preoccupa gli infettivologi che temono che il virus sia mutato e possa essere trasmesso più facilmente tra gli animali e gli esseri umani. Colpita dal virus dell'epatite E di ratto, questa volta è una donna di 70 anni che, come il primo paziente, sarebbe immunodepressa e pertanto più facilmente contagiabile.

In realtà gli eventi risalirebbero al maggio 2017, quando i pazienti sono stati ricoverati in ospedale con i sintomi tipici del virus dell'epatite E umana (dolori addominali, perdita di appetito, perdita di peso e mal di testa). Come e dove le persone colpite sono state contagiate non è ancora chiaro. Sebbene entrambi provengano dallo stesso distretto di Hong Kong, tuttavia, i medici escludono una connessione. Mentre l'uomo è stato ipotizzato che avrebbe potuto aver consumato cibo contaminato dalle feci di ratto, questo dovrebbe essere escluso nella donna che ha sempre negato di aver mai avuto un contatto diretto con i topi. È indiscusso che la metropoli abbia lottato a lungo con una piaga dei ratti, scrive il South China Morning Post. Di conseguenza, i due casi dovrebbero essere intesi come un campanello d'allarme per procedere con più vigore nella lotta per la derattizzazione.

Ancora una volta, quindi, i ratti si ripresentano come tra i più importanti vettori di gravi patologie, rileva Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”. Ci auguriamo, quindi, che siano prese davvero tutte le misure per evitare che si possa diffondere questa nuova variante di epatite, perchè non è raro che i topi si spostino da un continente all'altro anche all'interno delle stive delle navi. E' bene ricordare, in tal senso, che Hong Kong, pur essendo un piccolo territorio autonomo, costituisce uno dei più importanti porti per container mondiali e non solo del Sudest della Cina.

sabato 1 dicembre 2018

Tetano, una malattia che uccide ancora


ROMA - Il tetano è una grave malattia infettiva causata da un batterio (Clostridium tetani). Questo batterio produce una tossina (tetanospasmina) che attacca il sistema nervoso. I sintomi sono terribili e, in alcuni casi, possono causare la morte. I sintomi più comuni sono: crampi alla mascella o incapacità di aprire la bocca, spasmi muscolari improvvisi e dolorosi (spesso nella parte posteriore, addome ed estremità), difficoltà a deglutire, convulsioni, mal di testa, febbre, sudorazione, cambiamenti della pressione sanguigna, battito cardiaco accelerato, blocco respiratorio.

Come si contrae il tetano? Il tetano non è contagioso Non viene trasmesso da una persona all'altra. Il batterio del tetano è diffuso nell'ambiente. Può quindi penetrare nel corpo attraverso una ferita sporca o durante la sezione del cordone ombelicale nel neonato (esclusivamente nei paesi in via di sviluppo). I batteri produrranno quindi la sua tossina che attaccherà il sistema nervoso. Il periodo di incubazione (periodo tra l'infezione e l'aspetto dei primi sintomi) va dai 3 ai 21 giorni. Il Clostridium tetani non può essere sradicato dall'ambiente. Molte ferite sono quindi a rischio di tetano: morsi, morsi di schegge / spine, ferite contaminate da suolo o rifiuti di animali, ferite con schiacciamento dei tessuti vicini.

Tetano in recrudescenza? Il tetano colpisce circa 20 persone all'anno in Italia. Questi casi sono, più spesso, persone anziane la cui vaccinazione non è aggiornata. Quando si verifica, evidenzia Giovanni D'Agata presidente dello “Sportello dei Diritti”,la patologia può essere molto grave e portare alla morte. Sfortunatamente, in Italia, la copertura vaccinale è spesso inadeguata nell'adolescenza. Una malattia prevenibile.Il tetano è una malattia che potrebbe essere totalmente prevenuta con la vaccinazione e la pulizia e la disinfezione delle ferite. Questi due grandi pilastri sono essenziali nella lotta contro il tetano. È essenziale prestare la massima attenzione alle ferite contaminate e assicurare la copertura vaccinale (vaccinazione di base + richiamo ogni 10 anni), altrimenti il ​​rischio di sviluppare la malattia non sarà completamente remoto.

sabato 24 novembre 2018

Cancro e lavoro, Samsung si scusa e risarcisce gli operai malati di tumore


Nel corso di una conferenza stampa a Seul, Samsung china il capo e chiede scusa per la malattia e il decesso di alcuni lavoratori impiegati nella divisione Electronics, il più grande produttore di chip e display Lcd nel mondo in cui vengono usate grandi quantità di sostanze chimiche. Il presidente della divisione dispositivi Samsung, Kinam Kim, ha ammesso che la società non è riuscita a «gestire in modo adeguato le minacce per la salute» nelle sue linee di produzione di semiconduttori e display a cristalli liquidi. «Porgiamo le più sincere scuse ai nostri lavoratori che hanno sofferto per malattie e alle loro famiglie"», ha aggiunto. Lo scandalo è emerso nel 2007 grazie a Hwang Sang-gi che ha rifiutato un accordo dopo che la figlia di 23 anni era morta di leucemia dopo aver lavorato in una fabbrica di Samsung. Con effetto domino, ex operai delle fabbriche di Suwon, a sud di Seoul, e le loro famiglie hanno denunciato una serie di forme di cancro legate alle condizioni di lavoro, come leucemia e tumore al cervello. Si è così costituito un comitato per inchiodare impresa e governo alla responsabilità sulla sicurezza nelle fabbriche di chip e display, è intervenuta l'Agenzia statale per il benessere del lavoro e anche un'inchiesta del Washington Post. Si è così arrivati all'accordo, tra Samsung e i rappresentanti dei lavoratori malati, per un risarcimento che ha posto fine allo stallo in atto tra le due parti da oltre un decennio. Le scuse della compagnia erano parte dell'intesa. Il colosso tecnologico compenserà varie malattie dei dipendenti che hanno lavorato presso le sue fabbriche di chip e Lcd dal 1984, compresi 150 milioni di won (132mila dollari) per leucemia. La compensazione copre anche gli aborti e le malattie congenite dei figli dei lavoratori, come il cancro dei bambini. Dal 2008, spiega l'Associated Press, decine di lavoratori hanno chiesto al governo la compensazione per la sicurezza sul lavoro. Pochi hanno vinto un risarcimento, soprattutto dopo anni di battaglie in tribunale. La metà delle richieste rimanenti è stata respinta e metà rimane sotto esame. Le famiglie delle vittime spesso hanno esaurito i loro risparmi e venduto le loro case per pagare le fatture dell'ospedale. Alcuni lavoratori finiscono inabili e incapaci di lavorare. «Nessuna scusa sarebbe sufficiente se si considera l'inganno e l'umiliazione che abbiamo vissuto negli ultimi 11 anni, il dolore della sofferenza derivante dalle malattie professionali, il dolore di perdere i propri cari - ha detto Hwang, rappresentante dei familiari - Ma prendo le scuse di oggi come una promessa di Samsung Electronics per migliorare la sicurezza dei luoghi di lavoro». Uno scandalo, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, emerso più di 10 anni fa, 320 persone ammalate, di queste 118 sono morte con inevitabili sofferenze e contraccolpi familiari. Una storia tristemente comune a quelle di altre realtà nel mondo.

venerdì 23 novembre 2018

Colpa medica: se diagnosi corretta e tempestiva può potenzialmente escludere il danno, l’Asl deve risarcire


ROMA - Con una significativa decisione, la Cassazione chiarisce in maniera eloquente i criteri per la verifica della sussistenza di responsabilità dei sanitari e quindi la risarcibilità dei danni conseguenti alle possibilità di guarigione perdute di un paziente a causa di una diagnosi non corretta o tardiva. Infatti, per i giudici della terza sezione civile con la sentenza 29838/18, pubblicata il 20 novembre - che Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, ritiene meritevole di diffusione - non può essere esclusa la sussistenza del nesso eziologico fra la condotta dei sanitari e l'esito invalidante della patologia sulla base dell'incertezza di quelli che avrebbero potuto essere i risultati di una corretta e tempestiva diagnosi. Ma la possibilità di conseguire un risultato migliore, nei termini di un minor grado di deficit invalidante, attiene al piano dell'evento, non del nesso causale. Il fatto che non sia possibile stabilire con sicurezza quale sarebbe potuto essere l’esito di una diagnosi corretta derubrica l’evento pregiudizievole da danno certo a perdita di chance. Ma la circostanza non si riflette sul nesso di causalità fra la condotta dei sanitari e l’esito invalidante della patologia, che ben può risultare provato anche in relazione a un evento incerto, la possibilità perduta. E ciò, non solo in modo certo ma anche in base al noto «criterio del più probabile che non». Nella fattispecie, è stato accolto il ricorso dei genitori di un minore affetto da una grave patologia, accertata solo dopo una serie di diagnosi sbagliate e quindi quando aveva riportato postumi invalidanti addirittura del 90%. Dopo una vittoria in primo grado innanzi al Tribunale di Avezzano, la Corte d’appello di L’Aquila aveva ribaltato la decisione escludendo il risarcimento a carico dell’Asl sul rilievo che avrebbe ritenuto non sufficientemente provata l'esistenza del nesso eziologico tra la condotta dei sanitari e il danno riportato dal giovane paziente, concludendo nel senso che tale incertezza non poteva consentire di pervenire all'affermazione della responsabilità della struttura ospedaliera perché secondo la Ctu quando i sintomi si manifestano in modo da consentire la diagnosi è già in corso la serie causale che conduce al danno. Per gli ermellini, l’errore logico-giuridico del giudice del merito sta nell’escludere il nesso eziologico fra la condotta dei sanitari e l’esito invalidante della patologia sulla base dell’incertezza di quelli che sarebbero potuti essere i risultati di una tempestiva diagnosi. Ma la possibilità di ottenere un risultato migliore, inteso come un minor grado di deficit invalidante, riguarda il piano dell’evento, non del nesso causale. La riconducibilità dell’evento di danno al concetto di chance postula un’incertezza del risultato sperato ed è rispetto all’insorgenza di questa situazione che deve essere accertato il nesso causale, secondo il criterio civilistico del «più probabile che non». I giudici del rinvio dovranno quindi attenersi al seguente principio di diritto: «In caso perdita di chance conseguente la malpractice sanitaria, l'attività del giudice deve tenere distinta la dimensione della causalità da quella dell'evento di danno, valutando adeguatamente il grado di incertezza dell'una e dell'altra. La riconducibilità dell'evento di danno al concetto di chance postula un'incertezza del risultato sperato ed è rispetto a l'insorgenza di questa situazione di incertezza - non già al mancato risultato stesso, che darebbe luogo ad una diversa specie di danno - che deve essere accertato il nesso causale, secondo il criterio civilistico del "più probabile che non"».

mercoledì 21 novembre 2018

Morti a causa del batterio killer in sala operatoria


ROMA - Morti a causa del batterio killer in sala operatoria. Lo “Sportello dei Diritti” nel 2017 aveva rilanciato l’allerta per le macchine cuore-polmone potenzialmente infette già in fabbrica. La contaminazione del Mycobacterium chimaera, si confermerebbe causa di infezioni potenzialmente letali nelle operazioni a cuore aperto. Pronta un’azione collettiva a tutela delle vittime

La notizia delle indagini seguite alla morte di alcuni pazienti in Veneto a causa delle complicazioni derivanti dal batterio Mycobacterium chimaera che contaminerebbe le macchine cuore-polmone utilizzate nelle operazioni che riguardano il cuore, è una cronaca praticamente annunciata. A sottolinearlo lo “Sportello dei Diritti”, che già nel luglio 2017 aveva rilanciato in Italia un’allerta riguardante i pericoli insiti in alcuni di questi macchinari che sarebbero contaminati già nel processo di fabbricazione risultando essere, in via del tutto verosimile, la fonte principale di infezioni che si manifestano anche a distanza di mesi o anni da un intervento chirurgico a cuore aperto.

Tali ipotesi erano state suffragate da uno studio internazionale pubblicato da "The Lancet Infectious Diseases" che avevamo ritenuto utile portare all’attenzione dell’opinione pubblica in tempi non sospetti e prima dell’inchiesta partita da Vicenza. Il Mycobacterium chimaera, infatti, è diffuso in natura e presente soprattutto nell'acqua potabile. È fondamentalmente innocuo, ma durante le operazioni a cuore aperto, si trasmette attraverso dispositivi tecnici contaminati per la circolazione extracorporea (CEC), che sostituiscono temporaneamente le funzioni cardio-polmonari e regolano la temperatura del sangue durante l'intervento. Anche se le infezioni da questo micobatterio sono abbastanza rare (un paziente su 10.000), gli scienziati avevano già avvertito di non abbassare la guardia. Già nel 2013, ricercatori di Zurigo avevano identificato l'infezione da Mycobacterium chimaera, e le misure di prevenzione erano state rafforzate. Finora non si sapeva però come l'agente patogeno arrivasse nei cosiddetti apparecchi per ipotermia.

La risposta è arrivata da una equipe internazionale che ha effettuato un'analisi di 250 campioni di sangue di 21 pazienti che avevano avuto un'infezione postoperatoria in Svizzera, Paesi Bassi, Germania, Regno Unito, Australia e Stati Uniti. I ricercatori hanno poi paragonato le sequenze genetiche dei germi presenti nei malati con quelle dei batteri trovati nei macchinari e nell'aria delle sale operatorie, nonché nei centri di produzione delle stesse apparecchiature. La notizia di poche ore fa, per Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, non fa che confermare quanto già reso noto alla comunità scientifica, con ciò ponendosi il legittimo interrogativo di quante morti potevano essere evitate se si fosse intervenuti prima. Oggi non resta che agire nelle sedi competenti per tutelare tutte quelle vittime e i loro familiari che hanno subito gravi perdite che, in tutta probabilità ed in molti casi, potevano essere evitate.

martedì 20 novembre 2018

Esselunga richiama panettone Maina

ROMA - Supermercati Esselunga richiamano dagli scaffali due lotti del panettone Maina per presenza di possibili filamenti metallici. È l’azienda stessa ad aver avviato una campagna di richiamo per il prodotto contrassegnato dai lotti 801077 e 891077 con scadenza al 30 giugno 2019. La confezione è quella da un chilogrammo e l’invito di Maina e di Esselunga è di riportare il panettone al punto vendita per la sostituzione.

A scopo precauzionale e al fine di garantire la sicurezza dei consumatori, Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, raccomanda a coloro che hanno acquistato il prodotto con le caratteristiche segnalate, di NON consumarlo! Per informazioni si può contattare l’indirizzo mail dell’azienda a gestionereclami@mainapanettoni.com e al numero verde 800.61.77.81 attivo dal lunedi al venerdì dalle 8 alle 12 e dalle 14 alle 18.